Il lavoro è da rifare
di Marco Scotti
[01 febbraio 2012]
ROMA. È una
giornata difficile quella che precede l'inizio delle trattative -
slitato a domani - sulla questione del mercato del lavoro che tanto
sta a cuore all'attuale esecutivo. Per una volta, però, a creare
problemi non è la Borsa, che, anzi, vede lo spread finalmente in
contrazione sotto quota 420 punti (che rimane comunque una soglia
importante che rischia di rendere vani gli sforzi fatti dall'Italia
per aumentare la propria competitività) e l'indice FTSE Mib in
crescita oltre quota 16.000 punti (anche se il record di 21.000
pre-crisi rimane ancora lontanissimo). Dopo l'intesa di lunedì
nella Ue, infatti, le Borse sembrano voler nuovamente scommettere
sul nostro paese, facendo registrare un segno "+" su tutta la
linea. Sono altri i numeri che non tornano, che non quadrano che,
in ultima analisi, non convincono: sono quelli sull'occupazione.
Che, secondo i dati diramati ieri dall'Istat, è tornata indietro di
oltre dieci anni, con l'8,9% della popolazione che è senza lavoro
e, soprattutto, con il 31% dei giovani tra i 15 e i 24 anni
disoccupato. È il dato peggiore dal 2004 ad oggi, dal momento,
cioè, in cui l'Istat ha iniziato a diramare bollettini mensili. In
questo scenario, ipotizzare una crescita è difficile, soprattutto
se ci si confronta con la locomotiva d'Europa, la Germania, che ha
"solo" il 6,7% di senza lavoro, due punti percentuali in meno. Né
deve essere considerato un conforto il fatto di trovarsi al di
sotto della media dell'Eurozona (10,4%) e dell'Ue (9,9%), poiché
entrambi rappresentano realtà troppo eterogenee e, soprattutto,
patiscono il dato della Grecia (17,9%).
Lunedì sera in televisione, il ministro del Welfare
Elsa Fornero ha tenuto a precisare come voglia chiudere quanto
prima - al massimo entro la fine di marzo - la partita che riguarda
la radicale riforma del lavoro. E gli ultimi dati diramati
confortano l'esecutivo sulla necessità di mettere mano pesantemente
alla questione dell'occupazione. C'è grande attesa anche da parte
dei sindacati, soprattutto relativamente all'articolo 18 e al con-
tratto unico. Se del primo si è già detto quasi tutto -
mantenimento dello status quo per chi ha già un contratto a tempo
indeterminato e rinuncia al reintegro in caso di licenziamento
senza giusta causa in cambio di un indennizzo variabile in base
all'anzianità di servizio per chi inizierà d'ora in poi un accordo
senza limiti temporali - è sul contratto unico che il dibattito è
ancora estremamente caldo. Se, infatti, appare fondamentale
eliminare le 46 diverse tipologie contrattuali che attualmente
disciplinano il mercato del lavoro, sembra essere meno percorribile
la possibilità di ridurre il tutto a un unico negozio giuridico che
diventi a tempo indeterminato dopo tre anni. Gli imprenditori
italiani, dal canto loro, stanno vivendo un momento difficile e
auspicano che la detassazione sull'Irap possa dare una ventata
d'ossigeno. Anche i "grandi", capitalizzati in borsa, iniziano a
temere per il proprio destino. Non a caso si è parlato ieri della
possibilità che la famiglia Benetton proceda al delisting (ovvero
al ritiro dalla borsa) delle azioni della holding Edizioni,
capofila del gruppo. Attraverso un'Opa che dovrebbe essere lanciata
nelle prossime 24 ore, Edizioni Holding verrebbe, di fatto,
ritirata dal mercato, evitandole i continui su e giù degli indici
borsistici.
La giornata di ieri è stata anche caratterizzata
dall'audizione del ministro Elsa Fornero - che, insieme a Mario
Monti e Corrado Passera, è senz'altro il membro dell'esecutivo che
gode in questo momento di maggiore visibilità - davanti alle
commissioni Lavoro e Affari costituzionali sulle linee
programmatiche in materia di pari opportunità. In Italia - è questo
uno dei punti salienti dell'intervento del ministro - vi è un gap
culturale rispetto agli altri paesi più avanzati relativamente
all'occupazione femminile. Un'enorme mancanza di apertura che
impedisce alle donne di essere percepite come paritetiche rispetto
agli uomini. Permangono antichi pregiudizi difficili da scacciare
che rendono di fatto impossibile il raggiungimento della parità
uomo-donna. Sono ancora una volta i numeri che ci vengono in
soccorso: per i maschi il tasso di occupazione è del 67,1%, per le
femmine del 46,8%. Il monito del Capo dello Stato, affinché la
crisi non debba presentare il conto più pesante a giovani e
giovanissimi, che si troverebbero ad affrontare il fardello di un
debito che cresce ogni anno con il vulnus terribile di una scarsa
occupazione, va accolto e sposato in pieno, nella speranza che la
fase due del Governo - che ha già fatto molto nei primi 76 giorni,
ma che molto ancora deve fare se vuole riuscire a riportare
l'Italia sui binari della crescita e della stabilità - possa
diventare esecutiva al più presto. Senza tabù e senza pregiudizi,
ma con l'intento precipuo di riportare equità in un sistema
economico e sociale che rischia ogni giorno di più di essere messo
alle corde da una crisi senza precedenti. Noi, nel nostro piccolo,
ci sentiamo ottimisti.
Torna su ^