Ora lo schettiniamo fa il giro del mondo. Come insulto
di Giancristiano Desiderio
[01 febbraio 2012]
Francesco Schettino non è più Francesco Schettino. È un modello.
Negativo, ma pur sempre un modello. È un paradigma o uno stereotipo
o, alla maniera di Max Weber, un idealtipo. Ecco, la Germania è ciò
che ci vuole per avviare il discorso. Per i tedeschi, gli italiani
sono pasticcioni, sfaticati, inaffidabili. Capitan Schettino con la
fuga dalla Costa Concordia mentre la nave affondava con i
passeggeri a bordo è l'idealtipo dell'essere-italiano. Der
Spiegel, il settimanale più venduto in Europa, ha pubblicato
un articolo il cui "attacco"suona così: «Siate onesti: vi ha
sorpreso che il capitano del disastro della Costa Concordia sia
italiano? Riuscite ad immaginare una tale manovra a cui fa il paio
il comandante scappato, eseguita da un capitano tedesco, o forse
dovremmo dire, inglese?». Chiaro? Secondo il modello negativo o
pregiudizio tedesco nei confronti degli italiani - pregiudizio che
poi nell'articolo verrà messo in discussione - solo un italiano
poteva affondare una nave, combinare un disastro e scappare. Anzi,
proprio la fuga, perché in un errore vi può incappare chiunque e
chissà quanti ne hanno commessi ma, fortunatamente per sé e per gli
altri, senza conseguenze, proprio la fuga di Capitan Schettino
rappresenta la quintessenza dell'italiano, come se fosse il
riassunto dell'inaffidabilità di tutti gli italiani. Insomma, lo
"schettinismo" non sarebbe la colpa e la irresponsabilità di un
uomo e di un marinaio che viene meno ai suoi doveri di capitano,
bensì la colpa di un popolo intero. Un'assurdità. Voi capite,
infatti, che se ragioniamo così ci incamminiamo sulla strada della
barbarie. A Der Spiegel ha fatto seguito il titolo de
Il Giornale: "A noi Schettino, a voi Aushwitz".
Cambiamo scena. Andiamo negli Stati Uniti d'America.
Anche qui c'è chi cita Capitan Schettino non in quanto Francesco
Schettino ma come esempio negativo, tipo storico, metafora,
concetto. È Reince Priebus, capo del partito repubblicano, che alla
vigilia del voto in Florida, che dovrebbe rilanciare la leadership
di Mitt Romney, ha detto alla Cbs: «La storia dimostra che avere
primarie aspre e un po' di dramma alla fine può essere una buona
cosa per il nostro partito. E alla fine, tra qualche mese,
dimenticheremo tutto. E finalmente parleremo di Obama al passato,
come il nostro Capitan Schettino, uno che di questi tempi sta
abbandonando la nave degli Stati Uniti. Come vedono tutti -
ribadisce e attacca il leader del Grand Old Party - ormai da
settimane è più interessato a fare la campagna elettorale per
essere rieletto invece di fare il suo lavoro di presidente degli
Stati Uniti. Per questo lo chiamo Capitan Schettino, uno che non
sta facendo il suo dovere, ma gira il Paese a raccogliere voti ».
Lo schettinismo è entrato alla grande nella campagna elettorale per
la Casa Bianca. Il comportamento irresponsabile del comandante
della Costa Con- cordia è indicato come una forma di alto
tradimento. In questo caso, però, il giudizio negativo di Reince
Priebus è giusto - nei confronti dell'italiano, sul presidente
americano non sappiamo - perché parla di «uno che non sta facendo
il suo dovere» e indica come esempio il caso clamoroso di Capitan
Schettino. Si esclude il riferimento ad un ipotetico malcostume
italiano o ad una non meglio individuabile "essenza italiana"
espressa a mo' di riassunto nello schettinismo. Cambiamo ancora una
volta scena. Torniamo a casa nostra. La Ju ventus è interessata ad
un giocatore del Cagliari, precisamente Nainggolan. La corte
diventa a tutto campo e quando si moltiplicano le voci di un
imminente trasferimento di Nainggolan alla Juventus è un altro
giocatore della squadra sarda a pronunciare la storica frase: «Se
Nainggolan accettasse la corte della Juve e lasciasse il Cagliari,
sarebbe come il comandante della Costa Concordia, Schettino». La
corte della Juventus è una tentazione forte per chiunque,
l'occasione della vita per un calciatore.Tuttavia, l'accusa di
Cossu è meglio di uno stop rude del vecchio Furino.Tanto che tutto
naufraga e il presidente rossoblu Massimo Cellino: «Nainggolan alla
Juve? Rispondo con una frase di Cossu che gli ha detto di non fare
come Schettino. Non mi sembra voglia andare via. E poi siamo
contati. Tra un po' dobbiamo far giocare il magazziniere».
In questo caso di calcio-mercato lo schettinismo,
francamente, appare un po' fuori luogo. Se ogni volta che un
giocatore lascia una maglia per vestirne un'altra magari più
blasonata scatta l'accusa di «fare come Capitan Schettino» allora
non vi sarebbero più passaggi da una squadra all'altra. L'ac- cusa
di schettinismo è impropria anche nel caso di un passaggio da una
squadra in difficoltà a una che gioca per vincere lo scudetto:
cambiare squadra non significa "abbandonare" ma scegliere e, in
aggiunta, è una scelta che è fatta insieme con altri che
sottoscrivono un contratto. Può essere una scelta sofferta o
opportunistica, ma non sarà mai un abbandono. Sono questi tre
esempi di schettinismo. Sono tre esempi noti ma molti altri se
ne potrebbero aggiungere. La vicenda drammatica del naufragio della
Costa Concordia all'Isola del Giglio e la figura sciagurata del
comandante Francesco Schettino hanno fatto inevitabilmente il giro
del mondo e in pochissimo tempo sono diventati dei simboli, fatti
emblematici, modi di dire. Il naufragio di per sé è una delle
metafore più usate e di cui più si abusa. Il filosofo Jaspers,
tedesco (ed ebreo), ne sapeva qualcosa. Il comportamento di Capitan
Schettino ha qualcosa di così goffo e vigliacco che si è imposto
sulla sciagura stessa: se il comandante non fosse scappato e avesse
dato l'anima e il corpo per salvare passeggeri ed equipaggio, la
sciagura sarebbe stata meno sciagura, sarebbe stata più
sopportabile, e lui, Capitan Schettino avrebbe perso tutto tranne
l'onore. Proprio qui, però, si annida il tallone d'Achille dello
schettinismo in versione "idealtipo nazionale", cioè come se
Schettino non fosse solo se stesso ma tutti gli italiani: gli
italiani danno il meglio di sé proprio nei guai. Quando tutto è
messo male, quando tutto è perduto, quando l'acqua arriva fino al
collo, quando si è sommersi dal fango, quando si è sotto le
macerie, ecco è proprio in queste situazioni che gli italiani,
brava gente o meno che siano, danno il meglio. A volte, proprio
come nel caso del naufragio davanti al Giglio, sono proprio loro la
causa dei loro mali, ma nel momento della necessità gli italiani
sanno riscattarsi.
Lo schettinismo in versione weberiana - che il grande
sociologo mi perdoni - è dunque non solo ingiusto e sbagliato ma
anche falso: non è vero che gli italiani scappano quando la nave
affonda, anzi, è vero il contrario perché noi italiani tiriamo
fuori il nostro orgoglio e il nostro ingegno proprio quando tutto
sembra ormai perduto. Senza retorica: c'è più verità nazionale
nella morte di Fabrizio Quattrocchi che nella fuga di Francesco
Schettino. Il "mercenario" - così fu scritto e detto - morì da eroe
offrendo il petto ai suoi aguzzini, il comandante taglia la corda
mettendosi in salvo lasciando i passeggeri a vedersela da soli.
Sono due estremi. Dov'è la "veco. rità italiana"? Probabilmente,
come per tutte le "verità nazionali" o "popolari" è
aristotelicamente nel mezzo. Tuttavia, nel naufragio della
gigantesca nave da crociera e nel dramma di Capitan Schettino c'è
qualcosa che va oltre i singoli individui. Lo ha sottolineato molto
bene lo scrittore e uomo di mare Arturo Perez-Reverte in un
articolo tradotto da Elena Rolla per il Corriere della
Sera. «Mi sono fatto un'opinione personale sulla faccenda -
dice lo scrittore e marinaio -. Con l'avvento di Internet e della
telefonia mobile che rendono estremamente facili le comunicazioni,
la responsabilità di un marinaio si disperde tra aspetti estranei
al mare e ai suoi problemi immediati». Non viviamo, come diciamo
spesso, forse senza soffermarci sul senso delle parole che diciamo,
in "tempo reale" ogni avvenimento? Il mondo delle telecomunicazioni
riduce il mondo reale a sua immagine e ci illude di dominarlo
mentre ci inibiamo anche la nostra piccola ma pur sempre esistente
possibilità di azione. Quanto accadde a bordo della Costa Concordia
dopo l'impatto sugli scogli è emblemati- veco. Se lo ricostruiamo
ci rendiamo conto che lo schettinismo diventa qualcosa non più di
idealtipico ma di più universale, se fosse possibile un'espressione
del genere. La ricostruzione di Arturo Perez-Reverte è precisa e la
prendo in prestito. L'ufficiale che andò a controllare quanta acqua
era entrata nella sala macchine cercò ripetutamente di informare il
ponte di comando, senza ottenere risposta perché il capitano era
impegnato al telefono. Nelle cose che ci accadono c'è quasi sempre
di mezzo un telefonino. Di fatto, buona parte dei quarantacinque
minuti trascorsi tra il momento dell'impatto (21.58), le menzogne
alle autorità marittime di Livorno (22.10) e infine la confessione
della presenza di una falla (22.43), come del resto il successivo
quarto d'ora fino al segnale - sette fischi corti e uno lungo - di
abbandonare la nave (22.58), quando ormai i membri dell'equipaggio
e i passeggeri lo stavano già facendo autonomamente da dieci
minuti, Schettino li passò al telefono, non con le autorità né con
i mezzi di soccorso, ma con il responsabile delle operazioni
marittime della Costa Crociere. Dunque, invece di fare il capitano
della nave, Schettino chiedeva istruzioni alla compagnia. «La mia
conclusione - dice lo scrittore che conosce il mare e la terra - è
che quella sera il capitano Schettino non esercitava il comando
della sua nave. Quando telefonò al suo armatore smise di essere un
capitano per diventare un pover'uomo che chiedeva istruzioni. Il
fatto è che le moderne comunicazioni rendono ormai impossibile
l'iniziativa di chi si trova sul campo, perfino nei casi
d'emergenza. Nemmeno un militare che ha sotto tiro un talebano che
gli sta sparando o un pirata somalo con degli ostaggi, si azzarda a
premere il grilletto finché non riceve il beneplacito di un
ministro della Difesa che si trova in ufficio a migliaia di
chilometri di distanza».
Lo schettinismo, allora, qui cambia significato: non è
più o non è solo una codardia ma la fine della storia dell'uomo che
assume su di sé la gravità del momento e agisce. Questa storia in
cui gli uomini, anche pagando di persona, sono - come comunemente
ancora diciamo - all'altezza della situazione non c'è più ed è
stata rimpiazzata da un mondo in cui gli individui sono immersi,
alla maniera di Kafka, nelle leggi, nei regolamenti, nelle
burocrazie e facendo affidamento sulla tecnologia e le relazioni in
"tempo reale" un po' scaricano il peso della responsabilità della
propria azione sulle norme e un po'hanno paura di dare un calcio
alle istruzioni e alle "regole d'ingaggio"per assumere in prima
persona l'iniziativa. Il comportamento di Capitan Schettino - e il
comportamento di per sé è schematico e ripetitivo, mentre l'azione
è sempre individuale e responsabile - rientra proprio in questa
fenomenologia in cui la catena del comando, reale o irreale, legale
o illegale non conta, schiaccia ed estromette la libera iniziativa
di un capitano senza comando, senza nave, senza equipaggio, senza
passeggeri. Lo schettinismo, dunque, è qualcosa di molto vicino
all'affondamento del Titanic. Non solo per l'ovvio motivo della
fine a picco di due transatlantici. Ma perché esprime l'inanità
dell'uomo che è diventato impotente per il troppo potere. La fine
di un'epoca ieri, la fine di un'epoca oggi.
Torna su ^