Cronache di liberal

Nessuno può garantire  

il successo in guerra,

si può solo meritarlo

Winston Churchill



 

 



 

 



 

 



 



 

 



 

 





 

 



 

 



 

 



 

 



 

 

 

 





 



 



 

 



 

 



 

 



 

 



 

 



 

 



 

 



 



 

 



 

 



 

 



 

 



 



 



 



 

 





















 

 

La Primavera di Beirut

di Paola Binetti [02 febbraio 2012]

In pochi giorni si è concluso a Beyrouth il Congresso internazionale dell'Icd: l'Internazionale dei Democratici Cristiani, di cui è attualmente Presidente Pierferdinando Casini. Al termine del Congresso, naturalmente riservato ai membri dell'Icd, si è svolto un Convegno con una vasta partecipazione di tutti i Paesi Arabi limitrofi, centrato su due temi di grande attualità: "La primavera araba: cambiamenti ed incertezze"e"Le sfide democratiche nella gestione del pluralismo". Il Convegno era promosso dall'Icd insieme al Kataeb, il partito cristiano maronita di cui è attualmente presidente Amine Gemayel.Tra i relatori europei - oltre a Pierferdinando Casini che presiedeva il Convegno - so- no intervenuti Franco Frattini, Claudio Scajola, Antonio López- Istúriz White, segretario esecutivo dell'Icd, e Wilfried Martens, attuale Presidente del Ppe. Di particolare interesse i contributi dei relatori dell'area sud-mediterranea, rappresentanti di tutto il territorio che da oltre un anno è attraversato dalla Primavera araba: Egitto, Algeria, Tunisia, Libia,Turchia. Assente la Siria, teatro proprio in quei giorni di nuovi e drammatici fatti di sangue, che hanno coinvolto centinaia di persone, tra cui molti, troppi bambini poco più che decenni. Mentre si discuteva delle cause e degli effetti di una Rivoluzione in cerca di democrazia, in Libano avveniva il passaggio di consegne al vertice della forza Unifil, con il ritorno dell'Italia al comando della missione Onu. La primavera araba -hanno sottolineato tutti i relatori- non si è conclusa con la rivolta delle diverse piazze dello scorso anno, ma continua ad animare il dibattito e la vita quotidiana delle persone che abitano quei luoghi, condividendo timori e speranze, delusioni e aspettative. Dopo l'esplosione della violenza i tentativi di normalizzazione della situazione nei vari Paesi non hanno ancora prodotto i cambiamenti attesi, come testimoniano nuove imponenti manifestazioni di protesta nella stessa Piazza Tahrir. La situazione nello scacchiere nord-africano, che si estende fino al Medioriente, ha le caratteristiche di una situazione liquida, in costante e continua evoluzione. Le cose cambiano rapidamente, più in fretta di quanto i mass media occidentali riescano a fotografare. In Egitto i militari non riescono a gestire la situazione e si continua a sparare. La Siria pone un'ipoteca fortissima su tutto il Medioriente e su tutta l'area incombe il rischio Iran. Tra i timori più diffusi la minaccia di una guerra con Israele, che potrebbe capovolgere i tentativi di pace che si stanno facendo. Israele -ha fatto notare uno dei relatori- ha vissuto la primavera araba con una preoccupazione, che in alcuni momenti è sembrata paura, proprio perché il Paese è legato all'Egitto da interessi strategici non solo di natura commerciale. Da quando sono iniziate le proteste in piazza Tahrir il gasdotto che unisce i due Paesi è stato distrutto più volte e si sono accentuate le rispettive manifestazioni di diffidenza e di intolleranza.

Eppure il 2011 verrà ricordato come l'anno della Primavera araba. Le rivolte, con effetto domino, sono scoppiate nei Paesi islamici, a cominciare dalla Tunisia, dove Mohamed Bouazizi si è dato fuoco per protestare contro il regime di Ben Alì. E in breve si è giunti alla caduta del raìs. Così pure in Egitto dove dopo le manifestazioni di protesta e le violenze di massa in Piazza Tahrir, Mubarak ha dovuto rassegnare le dimissioni. In Libia ci sono voluti mesi di guerra per porre fine alla dittatura di Gheddafi, ucciso nell'ottobre scorso. Sono scoppiate rivolte anche in Bahrein e nello Yemen, e soprattutto in Siria, dove si continua a morire, mentre Bashar Al Assad resta al potere. In Siria le vittime ufficiali secondo le Nazioni Unite sono 5.000, mentre proseguono le violenze e il bilancio delle vittime aumenta drammaticamente, giorno dopo giorno. In tutti i Paesi arabi, complice la tecnologia e la possibilità di comunicare velocemente gli uni con gli altri, il vento delle protesta contro i regimi ha creato delle aspettative che stenta a soddisfare. A distanza di un anno, cosa resta di tutto ciò e come è cambiato il volto dei Paesi che ne sono stati scossi? In Tunisia, Marocco ed Egitto si sono aperte le urne e, in tutti e tre i casi, hanno spopolato i partiti islamici, facendo nascere qualche preoccupazione sul futuro del loro assetto democratico. La paura è che ai vecchi raìs se ne sostituiscano di nuovi, imponendo (più che proponendo) la sharia. Non tutti i segnali che vengono dalla Primavera araba vanno infatti in una direzione pacifica e pacificante… La compagine vincente che sembra emergere è rappresentata dai Fratelli musulmani, che in meno di dieci anni sono stati capaci di trasformare una presenza considerata più o meno terroristica in un interlocutore politico. Una cosa che molti osservatori occidentali notano con una certa perplessità è che questa rivoluzione sta assumendo un carattere almeno parzialmente ambiguo. «In Egitto - ha sottolineato Renato Coen (inviato di SkyTg24) - i poveri hanno fiducia in questi partiti perché rispettano la tradizione. Gli intellettuali, invece, sono spaventati». La tensione si accentua proprio perché alla violenza sul piano politico-militare si affianca una grande attenzione alle classi più povere e disagiate sul piano sociale. La povertà in mano alle componenti più violente della rivoluzione araba è un potente strumento, perché mentre accende speranze per garantire nuovi diritti, ne calpesta altri, certamente non meno importanti.

Hezbollah, il cosiddetto Partito di Dio, partito politico sciita nato proprio in Libano nel 1982, con una struttura di tipo militare svolge un ruolo importante come finanziatore di servizi sociali. Offre scuole, ospedali e servizi agricoli per migliaia di libanesi, e in questo modo guadagna spazio e visibilità nella politica del Paese. La popolazione sembra rassicurata dal cessare della violenza, a prescindere dalle effettive conquiste democratiche, che invece sembravano il vero motore della rivoluzione. L'orizzonte dei bisogni fondamentali dei popoli resta quello del contrasto alla povertà, mentre un maggior livello culturale sposta il livello di esi- genza verso i confini della libertà: di comunicazione e di partecipazione ai diversi livelli della vita civile, a cominciare dalla libertà religiosa, che ha nel dialogo interreligioso una delle sue manifestazioni più concrete e verificabili. Non a caso molti intellettuali, anche tra i cristiani e forse soprattutto tra i cristiani, mostrano forti segnali di preoccupazione davanti alle nuove forme del governo dei Fratelli musulmani. Amin Gemayel in questo scenario appare sempre più come un ambasciatore di pace nella complessa dialettica di un dialogo sempre più complesso. Tutti parlano di pace, tutti vogliono la pace, tutti sanno che le diverse popolazioni aspirano solo alla pace, premessa indispensabile di ogni possibile sviluppo e di ogni fattore di crescita nei rispettivi Paesi. Ma la pace sembra tardare a venire: «I primi slogans scanditi dai rivoluzionari sono stati: libertà, democrazia, Stato civile, diritti dell'uomo… - ha detto Amin Gemalyel - ma incombe sulle nuove Autorità il dovere di realizzare le aspirazioni dei popoli in rivolta. Il sostegno che il mondo offre ad ogni rivoluzione dipende dalla sua capacità di passare dalla repressione e dall'oppressione, dalla discriminazione in tutte le sue forme, a quella della libertà, dell'uguaglianza e della giustizia; della separazione tra la religione e lo Stato, nella direzione di un cambiamento positivo». Ma questi segnali positivi sono ancora troppo timidi, laddove appaiono, e stentano ancora ad affermarsi. Diversa, a distanza di pochissimi anni, la situazione in Libano.

La ricostruzione del Libano, iniziata subito dopo la fine della guerra civile, ha assunto un ritmo e una concretezza che sorprendono. Interi quartieri del centro storico di Beyrouth sono stati ricostruiti, cercando di mantenere il massimo di fedeltà nello stile delle architetture e nell'impianto urbanistico. Si nota uno stesso identico rispetto per i luoghi di culto, siano chiese cattoliche o moschee. Mentre Beyrouth ritrova il suo aspetto di capitale moderna, alla pari delle grandi città occidentali, tutt'intorno restano i segni di un'identità dal sapore mediorientale, che conferisce alla città un fascino particolare. Ai gran grandi locali commerciali, in cui è possibile trovare tutte le firme internazionali più note, si affiancano i piccoli negozi più simili ad un suq di lusso, raffinato e popolare al tempo stesso. Non c'è dubbio che la pace sta producendo benessere e in alcuni casi anche ricchezza. Un benessere diffuso con una crescita importante anche sotto il profilo demografico. Sono moltissimi i bambini che frequentano le numerose scuole private, promosse da religiosi, primi tra tutti i Maroniti: nel loro liceo ci sono oltre 5000 studenti, ragazzi e ragazze cristiani e musulmani. I relatori che durante il Convegno si succedono nella tavola rotonda per tratteggiare lo scenario del proprio Paese, sottolineano la voglia di normalità che tutti i popoli chiedono a gran voce. Ma c'è anche voglia di una democrazia reale, in cui il diritto alla libertà religiosa costituisce un diritto a cui non è possibile rinunciare. Non ci può esseterraneo, re pluralismo se tra i diritti civili quello alla libertà di religione non diventa un punto di riferimento costante per tutti. In questo senso il Libano appare come l'unico Paese del Medioriente in cui i cristiani hanno un diritto pienamente riconosciuto a svolgere un ruolo politico di primo piano. Stessi doveri e stessi diritti, è l'espressione che risuona con maggiore insistenza nella conversazione con il Presidente Gemayel, che per difendere questo stesso diritto ha pagato un prezzo altissimo, con la morte della madre, del fratello e del figlio. Prova evidente che i diritti, anche quando sono riconosciuti, vanno sempre difesi con una testimonianza personale esigente e faticosa. Ed è in tal senso che l'Icd, Internazionale dei Democratici Cristiani, può e deve giocare un ruolo di primo piano proprio in questa area del Medi esseterraneo, in cui i cristiani sembrano condannati ad un esodo biblico che da decenni li vede migrare verso altre terre in cerca di pace.

La persecuzione dei cristiani in Medioriente e lungo tutto il nord Africa è un fatto che sta esplodendo in modo drammatico, anche in questa primavera araba, che sembra segnare il riaffermarsi di una cultura islamica che vive con sospetto lo stile di vita e le forme sociali che appaiono diverse dalla propria tradizione. I cristiani sembrano vivere una sindrome di spaesamento che li fa sentire estranei in un'area geografica che è appartenuta anche alla loro tradizione culturale e religiosa, come confermano le loro chiese, le loro scuole e i loro ospedali, simboli concreti di una fede che si è sempre sforzata di tradursi in segni concreti di servizio agli altri, senza discriminazioni di sorta. La migliore classe dirigente di questi Paesi si è formata nelle scuole rette da religiosi, dove il rispetto per tutte le credenze, anche se diverse dalla propria, costituisce un elemento fondamentale della formazione. La libertà religiosa ha ricordato Casini, citando Giovanni Paolo II, «è la cifra più alta della civiltà di un Paese» e il Libano in questo contesto storicogeografico costituisce lui stesso un Paese-Messaggio, che veicola al mondo intero la necessità del rispetto reciproco tra popoli diversi, soprattutto se chiamati a condividere una stessa terra in uno stesso tempo. È il principio della reciprocità che dal Libano sembra imporsi all'attenzione generale e che l'Internazionale democristiana può e deve mettere al centro dell'azione politica, soprattutto in quest'area martoriata dalla guerra. L'internazionale è nata a Santiago del Cile nel 1961 come Unione Democratica Cristiana Mondiale per creare in legame tra le varie organizzazioni democristiane internazionali alternative alle internazionali socialiste. Nel 1982 è stata ribattezzata Internazionale Democratica Cristiana, per diventare dal 2001 Internazionale Democratica Centrista e accogliere partiti democristiani e centristi. Conta più di 100 Paesi membri, soprattutto in Europa e in America meridionale, ma la scelta del Libano come sede dell'ultimo Congresso internazionale dei democratici cristiani di Centro, riflette il desiderio di includere anche i Paesi democratici Medidel Medioriente. Martens, presidente del Ppe, ha chiaramente ribadito nel suo intervento come il Ppe e l'Icd debbano assumersi in modo chiaro e forte la responsabilità di tutela dei cristiani in tutti i Paesi, sottolineando in modo deciso tre punti: il diritto a rimanere nella propria terra, il diritto a professare la propria fede e il diritto a partecipare alla vita politica del proprio Paese. A segnalare la necessità di accogliere una serie di suggestioni venute dalla ribellione, più ancora che dalla rivoluzione, che ha caratterizzato la primavera araba l'Icd ha voluto dedicare un'attenzione particolare alle donne, eleggendo una donna libanese, Humana, segretario generale delle donne dell'Icd. Un modo di ribaltare l'idea che le donne «non abbiano avuto un ruolo decisivo in nessuna delle grandi piazze arabe. In Libia la rivolta è stata maschile». La valorizzazione delle donne, e una loro presenza più incisiva nel tessuto sociale e politico, rappresenta un segnale di cambiamento a garanzia di una maggiore tutela della pace nei Paesi interessati dalla rivolta. Le donne in Libano costituiscono uno snodo essenziale nella organizzazione della vita sociale, e svolgono ruoli di prestigio nei diversi settori della vita pubblica. È un'altra delle prerogative che segnalano la modernità del Libano, dove le donne sono in una posizione decisamente più avanzata rispetto agli altri paesi del NordAfrica e del Medioriente, dove il mondo islamico è decisamente prevalente.

L'incontro dell'Icd a Beyrouth ha segnato dei punti fermi che possono essere così sintetizzati: un'esplicita assunzione di responsabilità dell'Icd nella tutela dei diritti civili dei cristiani in tutti i territori in cui sono oggetto di persecuzione a causa della loro fede e delle loro convinzioni. Sotto questo preciso aspetto l'Icd può e deve assumere un ruolo più coraggioso di quanto non faccia la stessa Europa, la cui voce troppo spesso resta silente, davanti alle persecuzioni e alle esplicite ingiustizie a cui sono sottoposti i cristiani; riconoscimento ad Amin Gemayel del ruolo di coordinatore dell'Icd nell'area del Medioriente e del Nord Africa. L'obiettivo è quello di proporre un modello di coesistenza e di reciproco riconoscimento, analogo a quello libanese, tra culture e fedi diverse, che permetta ai cristiani di assumere una precisa ed esplicita rappresentanza politica; infine una valorizzazione del ruolo femminile anche all'interno dell'Icd, con specifiche scelte di campo volte a smontare pregiudizi e discriminazioni, ancora pesanti in molti Paesi soprattutto di origine islamica, ma non escluse neppure in altre aree geografiche e a diversa connotazione culturale.   

Torna su ^







prima

 

 

 


L'edizione integrale
in formato Pdf

 

Clicca qui per consultare l'archivio

iPad

 

Banner fondazione

fb
Segui Liberal su Facebook

In Libreria

Colletti

In Edicola

  Risk23
maggio-giugno 2012
QUADERNI DI GEOSTRATEGIA
numero 23 anno XIII

liberal

il terzo polo

bramante