Quelle funi sopra l’abisso
di Marco Vallora
[21 gennaio 2012]
Si guardi quel liricissimo e crepuscolare tondo, così poco
michelangiolesco (e magari più vicino alla nebbiosa fotografia
pittorialista d'epoca) che si chiama S'avanza. Di Angelo
Morbelli, il delicato e impegnato cantore alessandrino della
solitudine da cronicario, popolata di larve di vecchi decrepiti,
lasciati soli nelle dolenti giornate di festa, la «canuta testa
stanca», abbandonata sui banconi dell'ospizio, come dormienti
bambini all'asilo del trapasso. Questa volta, anche se la
melanconia è la stessa, in fondo, ci troviamo però in un'atmosfera
più aristocratica, alta, di villeggiatura cechoviana (o meglio,
giacosiana: Come le foglie, che cadono, come simboli
pesanti). Di fatti ogni cosa, nell'aria lattiginosa di questo
rosato crepuscolo (che potrebbe anche essere un'aurora sinistra,
imporporata di tremori meteoropatici) pare scendere a valle,
lentamente degradare, smottare emotivamente. Ma a dominare su tutto
è l'ambiguità costitutiva, e non soltanto visiva (quel puntinato
lentigginoso di luce-colore pulviscolare, che tende a pastellare
pure l'aria della sera).
Che cosa infatti «s'avanza»? La pubere nube, non ancora
formata, dalle timide guance di fiore? Oppure la sera, che tutto
assorbirà in un ultimo, rapido raggio di luce? La tisi dolciastra
della stanca protagonista, appoggiata al molle cuscino, la mano
reclinata, che ha appena lasciato infrangersi un romanzo sfogliato
dalla brezza, entro un piccolo cimiterino di petali, a cascata,
dalla vestaglia lampeggiante di ricami? Oppure ancora la vita e la
morte, che agguanta questa veduta di Langa, in una possibile,
definitiva dissolvenza d'immagine? L'arte non deve rispondere,
spiegare, illustrare. Deve suggerire, suggestionare, sublimare.
Come la musica (priva di significati, ma proustianamente e
romanticamente evocatrice di odori e memorie, o meglio di
odorimemoria) che è, wagnerianamente, l'arte regina, leader, eroica
di questo vertiginoso e straordinario periodo creativo, che mescola
insieme crepuscolarismo e scapigliatura, divisionismo e stile
floreale, e si compendia in fondo nella definizione, ampia e
accogliente, di Simbolismo. Sì, Simbolismo in Italia, come
sapientemente compendia la suggestiva mostra padovana a Palazzo
Zabarella.Anche se il titolo pare quasi un ossimoro, tanto poco lo
spirito nordico e visionario del Simbolismo (che pensiamo più
vicino a Rodenbach e Huysmans, Moréas e Baudelaire, Khnoppf e
Klinger) sembra adattarsi al carattere più natura- lista e
concreto-narrativo e meno decorativo-speculativo dell'arte
italiana. Ma basterebbe leggere gli intelligenti saggi dei due
curatori, Fernando Mazzocca e Carlo Sisi, per capire quanto fosse
aperto e fecondo questo periodo di sperimentalismo stilistico e di
accelerazione culturale, nutrito di fantasmi, alchimie
sinestetiche, commistioni formali, di sirene e meduse, Grandi
Iniziati alla Schuré e Misteri Rosacrociani (un'evo che taglia
radicalmente le usurate radici dello scientismo-verista
d'ispirazione positivista e che si apre alle ombre dell'inconscio,
del demonico, del deforme). Nell'articolato catalogo Marsilio,
Mazzocca si occupa del rapporto del «simbolista mitografo»
D'Annunzio, che volle fare della propria vita di dandy opera
d'arte, nei confronti delle delibate edizione pictae, che
dimostrano quanto l'arte figurativa debba alla Poesia e viceversa.
In particolare con la sua folle impresa «rinascimentale
»-huysmanniana dell'istoriatissima Isaotta Guttadauro.
Carlo Sisi si occupa invece del parallelo rapporto di Pascoli con
le illustrazioni artistiche delle sue humiles myricae
(ovviamente quello misteriosofico e animista del Gelsomino notturno
e del «fanciullino», attratto dai misteri insondabili delle notti
cosmiche e dei sentimenti umbratili). E lo fa con gli stessi
artisti prescelti dall'Orbo Veggente, ma chiedendo ben altra
penetrazione, ovviamente post-macchiaiola. E questi, soprattutto il
geniale Adolfo De Carolis (non più dannunziamente Magister De
Karolis) nel loro duttile, prensile immaginario «artigianale»,
riescono davvero a penetrare quel suo diverso simbolismo e a
dimostrare le molte anime di questo movimento davvero ad ampio
spettro.Che mescola insieme paesaggi incantati o spettrali,
allegorie subacquee e abissali, Orfei travestiti da poeti decadenti
e poeti decadenti, che paiono stregoni.
Basterebbe quell'autoritratto sulfureo e di pece alla
Edgar Allan Poe (che illustra magistralmente) di Alberto Martini,
l'elegantissimo tuxedo da società, i riflettenti scarpini di
coppale, i fatali baffetti, assediati da coboldi veneziani che
strimpellano diabolici violini paganiniani, da ombre lagunari
sinistre, da ectoplasmi, che s'irradiano dalle mani guantate come
delle aure astrali. Perché entrare nelle «stanze» segrete del
Simbolismo significa penetrare negli inferi dell'introspezione
ebbra di sé e tentare universi misteriosi e allarmanti. Andare
oltre, comunque, valicare il decorato diaframma delle specchiere
borghesi e magari incontrarci dentro persino, nel bianco-e-nero
petroso, minerale, alchemico, che è anche quello radiografico dei
raggi X e delle fantasie spiritiche, brandelli d'un mondo antico e
sommerso, che mescola enigmi egiziani con lire apollinee, melusine
romantiche e bibliche vergini folli. Del resto, se si legge meglio
e senza reciderlo, quell'attacco formidabile dello
Zarathustra di Nietzsche, «L'uomo è una fune sospesa tra
l'animale e il superuomo, una fune sopra l'abisso», si capisce
meglio questo andirivieni allucinato, al di là del tempo
scientifico. «Quel che è grande nell'uomo è che egli è un ponte,
non una meta. Un pericoloso passare dall'altra parte, un pericoloso
esser per via, un pericoloso guardarsi indietro, un pericoloso
inorridire e arrestarsi».
Il Simbolismo in Italia Padova, Palazzo Zabarella fino
al 12 febbraio
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