Cronache di liberal

Nessuno può garantire  

il successo in guerra,

si può solo meritarlo

Winston Churchill



 

 



 

 



 

 



 



 

 



 

 





 

 



 

 



 

 



 

 



 

 

 

 





 



 



 

 



 

 



 

 



 

 



 

 



 

 



 

 



 



 

 



 

 



 

 



 

 



 



 



 



 

 





















 

 

Da Merkozy a Merkontì

di Enrico Singer [31 gennaio 2012]

Sarà stato lo sciopero generale anti-austerità che ha bloccato l'aeroporto internazionale di Zaventem e ha costretto i capi di Stato e di governo della Ue ad arrivare al vertice di Bruxelles passando per il piccolo scalo militare di Beauchevain. Sarà stata la neve che ha reso ancora più gelido il clima di questa giornata, ma il summit straordinario della Ue di ieri ha mostrato, anche attraverso le immagini rilanciate da tutte le tv, la fase di estrema difficoltà che sta vivendo l'Europa a ventisette.Tra intese politiche molto promettenti per rimettere in carreggiata i bilanci e problemi che sembrano insormontabili, come quello del piano per salvare la Grecia dallo spettro del fallimento. Un intreccio di risultati positivi e di criticità ancora aperte che rende problematico il bilancio di questo Consiglio europeo. «È soltanto il primo tempo di una partita ben più lunga, ma per il momento abbiamo strappato un buon risultato», è stato il commento di Mario Monti che ha fotografato così il pomeriggio intenso di trattative cominciato proprio con quell'incontro a tre - Angela Merkel, Nicolas Sarkozy e il nostro premier - che ha preceduto la plenaria e che è uno degli elementi più positivi del vertice. La conferma che l'Italia ha ormai ripreso il suo posto nel gruppo di testa dell'Unione. L'altro elemento positivo è l'intesa pressoché completa raggiunta sul fiscal compact, il nuovo Patto di bilancio che sarà formalizzato nel prossimo Consiglio europeo già convocato per l'1 e il 2 marzo e che prenderà la forma di un trattato intergovernativo, aperto ai 17 Paesi di Eurolandia e a tutti gli altri che lo vorranno sottoscrivere, per dare regole e vincoli comuni ai conti pubblici nazionali e, quindi, dare forza all'euro. Perché, come hanno detto i leader della Ue, «bisogna fare di più per uscire dalla crisi».

Nella lista dei risultati positivi c'è, poi, l'impegno a "riorientare", come dicono i tecnici, 82 miliardi di fondi strutturali esistenti nelle casse della Ue in direzione dell'occupazione e dello sviluppo. E di questi miliardi, almeno otto, quasi il 10 per cento, andranno all'Italia. È un altro successo di Monti. Che ha incassato anche il giudizio estremamente lusinghiero espresso dal presidente dell'Eurogruppo, il premier lussemburghese, Jean-Claude Juncker - «la politica italiana ha ritrovato il cammino della ragione» - e che ha fatto il suo ingresso nella grande sala delle riunioni del palazzo Justus Lipsius assieme ad Angela Merkel e a Nicolas Sarkozy al termine del colloquio trilaterale che è durato, come nelle previsioni, circa mezz'ora, ma che avrà un seguito molto più approfondito in un nuovo incontro a tre che sarà organizzato a Roma nella seconda metà di febbraio. È un rapporto che, a giudizio di molti commentatori di cose europee, ha mandato in soffitta la coppia Merkozy - come erano stati ribattezzati la Merkel e Sarkozy - e che sta inaugurando l'era Merkonti in cui è entrato a pieno titolo il presidente del Consiglio italiano. Ma, a parte i giochi di parole, quello che conta sono i risultati. Il diverso utilizzo dei miliardi ancora non spesi dei Fondi strutturali è stato proposto dal presidente della Commissione, José Manuel Barroso, che ha anche suggerito di creare in otto Stati membri un team congiunto di esperti dell'esecutivo Ue, delle amministrazioni nazionali e delle parti sociali con il compito di riprogrammare gli interventi e di concentrarli per l'occupazione.

Gli otto Paesi sono quelli che hanno i livelli più alti di disoccupazione giovanile: Italia, Spagna, Grecia, Slovacchia, Lituania, Portogallo, Irlanda e Lettonia. Ma la partita più importante era quella sul fiscal compact, fortemente voluto dalla Germania. E così è stato. Il nuovo Patto per i vincoli di bilancio impegna i Paesi a inserire l'obbligo del pareggio dei conti pubblici nelle Costituzioni nazionali e a riportare il deficit entro il tetto del 3 per cento in rapporto al Pil - come già stabilito dal Patto di Stabilità - e la massa del debito entro la soglia del 60 per cento del prodotto nazionale lordo. All'Italia interessava che la riduzione del debito (il nostro è a quota 120 per cento) fosse graduale, senza sanzioni automatiche e con il calcolo di tutti i suoi diversi parametri. E ha ottenuto soddisfazione. Più complesso è stato il negoziato per convincere tutti i Paesi Ue a firmare il nuovo trattato intergovernativo. Il no della Gran Bretagna era stato già annunciato nel vertice dello scorso dicembre ed è stato confermato. Ma ieri si sono aggiunte le riserve della Polonia e della Repubblica ceca che, come la Gran Bretagna, non fanno parte della zona euro - ma vogliono entrarvi - e che condizionano la loro firma alla piena partecipazione alle fasi decisionali che, al contrario, sono riservate ai 17 Paesi che hanno l'euro come loro moneta.Varsavia e Praga, ieri, hanno detto che alle condizioni attuali il fiscal compact è «inaccettabile». In realtà, il nuovo Patto di bilancio non doveva essere firmato nel Consiglio europeo di ieri - che, tra l'altro, era un vertice informale, cioè di sola discussione per raggiungere il consenso - ma dovrà essere ratificato come trattato intergovernativo rispettando tutte le procedure e i tempi del caso. Come dire che i no di Polonia e di Repubblica ceca sono ancora superabili. E che, in ogni caso, non bloccheranno l'entrata in vigore del fiscal compact.

Il primo ministro slovacco, Iveta Radicova, ha anche detto che, in base alle regole europee sui trattati intergovernativi, potrebbe essere sufficiente la ratifica da parte di 12 dei 17 Paesi di Eurolandia - la maggioranza qualificata - per dare forza di legge al fiscal compact. È un'ipotesi- limite perché i tre Paesi che, per ora, hanno detto no all'accordo non fanno parte della zona euro. Iveta Radicova ha, comunque, precisato che chi non firmerà le nuove regole più severe per il controllo dei bilanci, non potrà chiedere l'assistenza del Meccanismo europeo di stabilità (Esm) che dovrebbe entrare in vigore entro il prossimo giugno prendendo il posto dell'attuale Fondo straordinario salva-Stati. Sull'Esm - e, soprattutto, sulla sua dotazione finanziaria - ieri non sono stati fatti passi avanti. La Germania rimane sulla sua posizione (500 miliardi di dotazione), mentre la maggioranza dei Paesi di Eurolandia, Italia compresa, sperano di poter aumentare la dote del nuovo strumento anti-crisi almeno a 750 miliardi. Ma il capitolo delle questioni irrisolte vede al primo posto il salvataggio della Grecia che, senza interventi euro pei, rischia il fallimento entro due mesi. Angela Merkel è arrivata a Bruxelles preceduta da una proposta-choc: commissariare il governo di Atene giudicato incapace di mettere in campo misure efficaci per contrastare il deficit pubblico. Una posizione estrema, certo, ma che prende alla lettera le dieci pagine del rapporto che Commissione europea, Fmi e Bce hanno appena consegnato a tutti i governi dei Paesi Ue. La relazione della "troika"dice che la Grecia non è riuscita a raggiungere gli obiettivi che si era prefissata d'accordo con Bruxelles, che sarebbe necessario cambiare i vertici dell'amministrazione tributaria e di gran parte dei dirigenti della funzione pubblica, che il debito ammonta al 160 per cento del Pil e che, nel 2011, il deficit è stato vicino al 10 per cento del prodotto interno lordo. Ieri l'unico passo avanti su questo fronte è stato un rinvio del problema a un vertice straordinario della Ue che si terrà l'8 febbraio e che Berlino vuole dedicato esclusivamente alla crisi greca.  

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