Cronache di liberal

Nessuno può garantire  

il successo in guerra,

si può solo meritarlo

Winston Churchill



 

 



 

 



 

 



 



 

 



 

 





 

 



 

 



 

 



 

 



 

 

 

 





 



 



 

 



 

 



 

 



 

 



 

 



 

 



 

 



 



 

 



 

 



 

 



 

 



 



 



 



 

 





















 

 

Il trucco egiziano

di Daniel Pipes [26 gennaio 2012]

Nella seduta inaugurale della Camera bassa egiziana, tenutasi il 23 gennaio scorso, i deputati islamisti occupavano 360 dei 498 seggi parlamentari, ovvero il 72 per cento delle poltrone. Tuttavia, questo dato sorprendente esprime più una manovra per rimanere al potere da parte di una leadership militare dominante che non la volontà dell'opinione pubblica. In un mio recente articolo dell'8 dicembre 2011, intitolato "Attenti alla trappola del doppio gioco", ho argomentato che proprio come Anwar El-Sadat e Hosni Mubarak in passato «hanno dato strategicamente più potere agli islamisti come un fioretto per ottenere l'appoggio, le armi e il denaro dell'Occidente », così Mohamed Tantawi e il suo Consiglio supremo delle Forze armate (Csfa) «continuano a fare lo stesso vecchio gioco». Ed ecco le prove di quest'asserzione: 1) ci sono stati dei "maneggi"elettorali a livello locale; 2) il Csfa ha proposto un "accordo" agli islamisti; e 3) i militari hanno foraggiato i partiti politici islamisti. A un anno dalla rivolta, però, vari indizi rivelano brogli su scala molto più grande.

Il Partito degli Egiziani Liberi che guida la coalizione liberale, il 10 gennaio, ha annunciato di aver presentato oltre 500 denunce sulle elezioni della Camera bassa «ma nessuna misura è stata adottata». Il partito si è ritirato dalle prossime elezioni della Camera alta perché «chi infrange la legge è premiato con guadagni elettorali e quelli che la rispettano sono puniti» e ha chiesto l'annullamento della consultazione elettorale. Mohamed ElBaradei, ex-direttore generale dell'Agenzia internazionale per l'Energia atomica (Aiea), il 14 gennaio, ha ritirato la sua candidatura alla presidenza perché ha ravvisato dei brogli elettorali: «La mia coscienza mi impedisce di presentarmi alle presidenziali o ad altre posizioni ufficiali senza un vero regime democratico ». Il quotidiano El-Badil riporta, nella sua edizione del 10 gennaio scorso, che sei can- didati parlamentari hanno presentato delle denunce ufficiali contro una serie di funzionari e hanno chiesto che le elezioni siano annullate e rifatte. Uno dei candidati, appartenente al Partito Wafd, Ibrahim Kamel, ha spiegato di aver acquisito dei documenti governativi che attestano che meno di 40milioni di egiziani hanno diritto di voto, mentre alle recenti elezioni si sono presentati 52milioni di votanti, il che significa 12milioni di voti fasulli. Kamel ha asserito che questo incremento è stato ottenuto prendendo i nomi e i numeri d' identificazione degli elettori legittimi e fotocopiandoli tra 2 e 32 volte in altre circoscrizioni elettorali. Mahmoud Hamza, a capo del Consiglio nazionale egiziano, ha confermato questa manipolazione al quotidiano El-Badil, definendola come «il più grande reato di frode nella storia egiziana». E ha chiesto che le elezioni della Camera bassa siano rifatte daccapo. Di contro, gli islamisti vittoriosi, che disprezzano la democrazia, hanno fatto pochi sforzi per nascondere il loro successo elettorale ottenuto grazie ai brogli. Alcuni di loro arrivano addirittura ad affermare con orgoglio e senza scuse che è un loro dovere islamico essere disonesti. Tal´at Zahran, un salafita di spicco, ha definito il sistema democratico come «infedele», «criminale» e come un «espediente dei Protocolli dei savi Anziani di Sion». E ha cinicamente osservato che «è nostro dovere forgiare le elezioni; Dio ci ricompenserà per questo». In modo rilevante, Zahran ha anche elogiato Tantawi: «Proprio come abbiamo dato a Mubarak l'opportunità di prestare il bay´a (il giuramento islamico di fedeltà), ora sosterremo il Csfa. Se Tantawi deciderà di rimanere al potere, lo appoggeremo fino al giorno della sua morte». Girano voci che gli islamisti e l'esercito stiano lavorando insieme su questioni chiave come l'autonomia militare e per emendare la Costituzione del 1971. La loro cooperazione ha senso perché gli islamisti chiedono l'unità musulmana in modo da focalizzare la piena attenzione sul nemico infedele (soprattutto ebrei e cristiani).

Con tutte queste prove d'impostura in mano, è sconcertante che i politici, i giornalisti e gli studiosi occidentali continuino a considerare i mediocri risultati delle elezioni egiziane da poco concluse come una valida espressione della volontà popolare. Dove sono i giornalisti capaci di mettere in dubbio che i salafiti provenienti dal nulla si aggiudichino il 28 per cento dei voti? Perché gli insensibili analisti che capiscono che in Russia e in Siria le elezioni sono state truccate abboccano al "più grande reato di frode nella storia egiziana"? Forse perché concedono al Cairo una tregua in virtù della sua cooperazione con le potenze occidentali da quasi quarant'anni; o forse perché Tantawi manipola in modo più convincente. Visto il disprezzo esplicito mostrato dal Csfa per i risultati elettorali, sorprende altresì che gli analisti si aspettino che questi incideranno in modo rilevante sul futuro del Paese. In realtà, il Csfa ha manipolato le recenti elezioni per un proprio tornaconto: gli islamisti sono pedoni in questo dramma e non re. Non stiamo assistendo a una rivoluzione ideologica, ma siamo di fronte a degli ufficiali dell'esercito egiziano che rimanendo al potere assaporano i dolci frutti della tirannia.   

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