La benedizione
di Vincenzo Faccioli Pintozzi
[24 gennaio 2012]
In una situazione in cui l'Italia sembrava essere incapace di
riprendersi, in grado di annunciare ma mai di mettere in atto delle
riforme efficaci per lo sviluppo del Paese, «si è affacciato il
nuovo governo, come esecutivo di buona volontà, autonomo non dalla
politica ma dalle complicazioni ed esasperazioni di essa, e con
l'impegno primario e caratterizzante di affrontare i nodi più
allarmanti di una delicata, complessa contingenza».
Che la Conferenza episcopale preparasse l'endorsement
per l'esecutivo Monti era cosa nota, ma che lo facesse con tanta
enfasi lascia un poco sorpresi. A parlare è infatti il cardinale
Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della
Conferenza episcopale italiana, che nella prolusione con cui ieri
ha aperto il Consiglio permanente della Cei ha toccato i temi
scottanti del momento, dalla politica alla crisi economica. Dopo
aver analizzato i temi relativi al Natale e quelli inerenti
all'Anno della fede di- chiarato da Benedetto XVI per il 2012, il
porporato ha attaccato l'instabilità economica del momento: «Quanto
alla crisi economica che da almeno quattro anni sta scuotendo il
mondo, ora sappiamo di essere entrati in una fase inedita della
vicenda umana. L'idea stessa di progresso, in voga dal XVIII
secolo, sta subendo un duro contraccolpo, e la stessa categoria di
"crisi" suona inadeguata e inefficace, cessando praticamente di
significare quello che le si vorrebbe affidare». Di crisi
economiche, prosegue Bagnasco, «ce ne sono state tante fino ad
oggi; la novità è che quanto accade in economia e nella finanza non
si può spiegare se non lo si collega ad altri fenomeni contestuali
come la mondializzazione dei processi, le migrazioni, le mutazioni
demografiche nei Paesi ricchi, l'offuscamento delle identità
nazionali, il nomadismo affettivo e sessuale. La globalizzazione ha
cessato ben presto di porsi come un orizzonte in sé signifin cante,
allorché l'"altro" è sostituito da funzioni e reti. Il capitalismo
sfrenato sembra ormai dare il meglio di sé non nel risolvere i
problemi, ma nel crearli, dissolvendo il proprio storico legame con
il lavoro, il lavoro stabile, e preferendo ad esso il
lavoro-campeggio (cfr Bauman): si va dove momentaneamente
l'industria sta meglio come se l'"altro" non esistesse. E per
"l'altro" è in primo luogo da intendersi proprio il lavoratore ». A
tutto questo, però, non si deve pensare che non ci sia soluzione:
«Al di là di ogni ventata antipolitica, va detto che la politica è
assolutamente necessaria, e deve mettersi in grado di regolare la
finanza perché sia a servizio del bene generale e non della
speculazione. Non è possibile vivere fluttuando ogni giorno nella
stretta di mani invisibili e ferree, voluttuose di spadroneggiare
sul mondo. Sembra, invece, che i grandi della terra non riescano ad
imbrigliare il fenomeno speculativo; che giochino continuamente di
rimessa, sperando ogni volta di scamparla alla meno peggio, ma è
un'illusione: prima o poi arriva il proprio turno, e ci si trova in
ginocchio come davanti ad un moderno moloch di non decifrabile
direzione. Il dubbio è che si voglia proprio dimostrare ormai
l'incompetenza dell'autorità politica rispetto ai processi
economici, come se una tecnocrazia transnazionale anonima dovesse
prevalere sulle forme della democrazia fino a qui conosciuta, e
dove la sovranità dei cittadini è ormai usurpata dall'imperiosità
del mercato». Lo scenario evocato in ambito internazionale
«ha delle ricadute e delle specificità italiane. L'Italia appare
particolarmente in angustia a motivo di sanzioni e bocciature che
possono apparire un declassamento, agli occhi del mondo, di noi che
mai ci siamo risparmiati per generosità e universalismo. E tuttavia
un esame di coscienza - rigoroso e spassionato - si impone, per
scongiurare il rischio di un autolesionismo spesso in agguato
specie nei momenti di cambiamento. Due spunti però ci sembra
meritino una ponderazione proporzionata: anzitutto l'incapacità
provata di pervenire nei tempi normali a riforme effettive, spesso
solo annunciate; e quindi l'incapacità, con questo sistema
politico, di pervenire in modo sollecito a decisioni difficili
allorché queste si impongono. Quasi fosse normale, per un paese
come l'Italia, non essere in grado di assumere una co municazione
franca con i propri cittadini. E dovesse essere fisiologico puntare
su una compagine governativa esterna, perché provi a sbrogliare la
matassa nel frattempo diventata troppo ingarbugliata». È a
questo punto, prosegue Bagnasco, «che si è affacciato il nuovo
governo, come esecutivo di buona volontà, autonomo non dalla
politica ma dalle complicazioni ed esasperazioni di essa, e con
l'impegno primario e caratterizzante di affrontare i nodi più
allarmanti di una delicata, complessa contingenza. Va da sé che,
dal punto di vista etico, non possa esserci sospensione della
responsabilità della politica, che il Parlamento affida al Governo
in ragione del mandato ricevuto dal corpo elettorale. Mandato certo
in sé non abdicabile: per questo è irrinunciabile che i partiti si
impegnino per fare in concomitanza la propria parte, in ordine a
riforme rinviate per troppo tempo tanto da trovarsi ora in una
condizione di emergenza. Non devono fare gli spettatori, ma devono
attivarsi con l'obiettivo anche di riscattarsi, preoccupati
veramente solo del bene comune, quasi nell'intento di rifondarsi su
pensieri lunghi e alti, lasciando per strada la lotta guerreggiata
sotto mentite spoglie, la denigrazione sistematica, le polemiche
esasperanti e inconcludenti». Questo non è però un momento del
tutto oscuro: «Mai nulla va considerato perso del tutto; per certi
versi questa è una stagione propizia per imprimere allo Stato e
alla stessa comunità politica strutture e dinamiche più essenziali
ed efficienti, lontane da sprechi e gigantismi. Per cooperare
attivamente con il Governo a riequilibrare l'assetto della spesa in
termini di equità reale, e metter mano al comparto delle entrate
attraverso un'azione di contrasto seria, efficace, inesorabile alle
zone di evasione impunita, e ai cumuli di cariche e di prebende».
La Chiesa, aggiunge ancora, «non ha esitazione ad accennare questo
discorso, perché non può e non deve coprire auto-esenzioni
improprie. Evadere le tasse è peccato. Per un soggetto religioso
questo è addirittura motivo di scandalo». Insomma «oggi c'è da
salvare l'Italia e c'è da far sì - cosa non scontata - che i
sacrifici che si vanno compiendo non abbiano a rivelarsi inutili.
Per questo urge superare il risentimento che qua e là affiora.
D'altro canto, fuori dall'equità non si produce né senso di
appartenenza né senso della cittadinanza. Risanare e crescere: sono
le due parole che guidano e impegnano ogni energia che abbia cuore
e responsabilità per il nostro Paese». Quasi un programma politico,
se non fosse quello già messo in campo proprio dall'esecutivo
Monti.
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