Cronache di liberal

Nessuno può garantire  

il successo in guerra,

si può solo meritarlo

Winston Churchill



 

 



 

 



 

 



 



 

 



 

 





 

 



 

 



 

 



 

 



 

 

 

 





 



 



 

 



 

 



 

 



 

 



 

 



 

 



 

 



 



 

 



 

 



 

 



 

 



 



 



 



 

 





















 

 

Il mistero di Assad

di Antonio Picasso [31 gennaio 2012]

Dopo il fine settimana di sangue, ieri per un istante è sembrato che le sorti del presidente siriano, Bashar el-Assad, fossero già segnate. Nel primo pomeriggio alcune agenzie hanno diffuso infatti la notizia di una fuga all'estero della famiglia presidenziale e dello stesso rais. Sono seguite le smentite. Questo giornale va in stampa in attesa di una notte dagli esiti incerti per il regime di Damasco. La sua fine ha preso velocità. Quando si comincia a parlare di fughe ed esili, vuol dire che questi non sono lontani dalla prossima concretizzazione. Stabilito che è possibile che Assad cada già domani, cosa accadrà dopo? Chi gli succederà? Quale sarà la nuova Siria con cui si dovranno confrontare partner arabi, Iran e Occidente? Al momento la prima sta conducendo un'aspra battaglia diplomatica affinché il rais esca di scena il prima possibile. Il programma di quelli che un tempo erano gli alleati di Damasco è chiaro: far fuori Assad, sostituirlo con un esponente delle seconde linee del regime e iniziare la ricostruzione politica del Paese mediante un esecutivo provvisorio, obbediente alle direttive degli emiri del Golfo. Una road map di agevole fattura. Assad lascerebbe il posto per andare in esilio a Gedda, oppure in Iran. Meglio il secondo. Gli verrebbe garantita l'incolumità e il suo destino si concluderebbe come quello di un facoltoso uomo d'affari mediorientale il cui passato di sangue verrà dimenticato col tempo.

La presidenza siriana vacante andrebbe o al suo vice, Farouk al-Shara, oppure a un altro esponente della minoranza alawita. Questi finora hanno tenuto le redini della Siria, peraltro già con Assad padre. Se la monarchia saudita, attraverso i sunniti siriani - la maggioranza della popolazione - e gli alleati libanesi del clan Hariri, riuscissero a cambiare tutto senza che nulli cambi, la costellazione di minoranza etniche, religiose e tribali di tutta la Siria cadrebbero sotto l'ombrello protettivo (e oppressivo) di Riyadh. Il tutto a spese dell'Iran. È proprio quest'ultimo il bersaglio degli arabi. La Lega vede nella risoluzione siriana la pragmatica opportunità per amputare a Teheran quella pericolosa ap particulapendice strategica che si butta nel Mediterraneo. Per gli iraniani Damasco ha significato finora un porto franco dove gli agenti della Vevak, l'intelligence estera, e i pasdaran possono incontrarsi senza problemi con gli uomini di Hamas e di Hezbollah. Caduta questa roccaforte, verrebbe a mancare il centro di smistamento più occidentale degli interessi economici e di tutte le attività sovversive ideate dalla teocrazia sciita. Il che tornerebbe a favore sia dell'Occidente sia degli arabi. Non è un caso che i palestinesi di Hamas, amici di Assad e finanziati dall'Iran, abbiamo già traslocato; e da mesi. È il Cairo oggi il nuovo quartier generale del movimento. Non perché la capitale egiziana è più prossima alla Striscia di Gaza. Certo, il caos in cui versa l'Egitto è vantaggioso per realtà border line come Hamas. Tuttavia, Khaled Meshal si sentiva molto più tranquillo in quel di Siria invece che nella città che è sede ufficiale (guarda caso) della Lega araba e in quell'Egitto che, volenti o nolenti, resta il primo alleato arabo dell'Occidente. Allo stesso modo va interpretata l'opzione degli iraniani di indi indire libere elezioni nel Paese. Teheran ha lanciato la palla, ma poi ha messo le mani avanti. «Ci vorrà del tempo», ha dichiarato il ministro degli esteri iraniano, Ali Akbar Salehi.

«Ma il popolo siriano ha il diritto di avere una sua costituzione e di scegliere liberamente tra le forze politiche candidate al governo». Quando mai Teheran avrebbe potuto fare uno sgarbo così doloroso ad Assad, se non per salvare il proprio particula re? Gli Ayatollah, cacciati che saranno da Damasco, una volta che il rais avrà fatto le valigie, sperano di rientrare nel Paese, magari con un partito amico e da loro stessi sponsorizzato. Ma non sarà facile. Ci vorrà appunto del tempo e tanta scaltrezza nel superare le griglie che Onu e Lega Araba sapranno posizionare contro gli sciiti. Il regime degli Assad era decotto. E questo lo si diceva in tempi non sospetti. Tuttavia, restava un baluardo per quel mondo dei cattivi con cui né gli Usa né Israele sono mai riusciti a parlare. La sua fine sarà una vittoria per la Lega che si è accollata il lavoro sporco non riuscito ai governi di Washington e Gerusalemme. Se riuscirà, va detto che l'operazione avrà un successo su più fronti. Sarà uno smacco per l'Iran, ma anche la prova che la Lega è ben disposta a seguire le direttive d'oltre Atlantico. Ovviamente poi ci invierà un conto di questo intervento. Soprattutto perché, ancora una volta, le tre teste dell'aquila occidentale - Washington, Bruxelles e Mosca - non sono in grado di definire una linea di intervento comune. Le prime due sono rimaste fin troppo tempo a guardare. Hanno assistito al tira e molla che la Siria faceva con la Lega, quando quest'ultima presentava risoluzioni e minacce di intervento armato, senza però fare nulla. Mosca, invece, ha scelto la strada della difesa del rais. E bisogna riconoscerle la palma della coerenza. Nessuno, a questo punto nemmeno l'Iran, ha mantenuto così saldamente la barra dell'alleanza con i siriani come stanno facendo i russi in questi mesi. È la stessa proposta di ieri di ospitare al Cremlino un meeting di riconciliazione a confermarlo, e il governo di Damasco si sarebbe detto disponibile. Medvedev e Putin vogliono che Assad resti a ogni costo. Quello che è altrettanto importante sottolineare è come, all'interno dell'organizzazione, il dossier Siria stia tornando utile anche per la definizione dei nuovi assetti. Finché c'era Mubarak al potere in Egitto, la Lega altro non rappresentava che la proiezione della potenza cairota nella regione. La sede mantenuta nella capitale e la segreteria nelle mani di un ambasciatore della stazza Amr Mussa garantivano al faraone il monopolio della stessa. La Lega era in pratica l'espressione della potenza egiziana sui vicini. Il Medioriente però è cambiato da un anno a questa parte. E le ricche monarchie del Golfo sono testimoni della realizzazione del propri sogni. Da esclusivi esportatori di petrolio, gli emiri si stanno trasformando in astuti tessitori della politica regionale. L'Arabia Saudita, dopo aver soffiato per anni sul collo dell'Egitto, può dirsi ormai la prima potenza del quadrante. Ed è sorprendente che a tallonarla sia il piccolo Qatar. Riyadh e Doha, negli ultimi anni, hanno fatto a gara nel tentare di sbrogliare i più intricati gineprai del Medioriente: Libano e questione palestinese in primis. Ora che entrambi i problemi non interessano a nessuno e sono finiti in ghiacciaia per chissà quanto tempo, la diplomazia in kefiah si può permettere di gestire la rivoluzione e dimostrare all'Occidente le proprie capacità. Chiudere la partita siriana senza che venga impegnato un solo soldato Nato - com'è stato invece per la Libia - sarebbe davvero uno show di forza.

Quella di Damasco, tuttavia, è la prima mossa di un'operazione sistematica e volta al lungo periodo. Su questo gli israeliani si esprimono scetticamente. Per quanto Israele non può che essere soddisfatta dal vedere il rais andare via. Barry Rubin, del Gloria Center di Tel Aviv, pensa che «la Lega stia navigando a vista. In Siria la delegazione di osservatori è ancora a Damasco. Questo significa esitazione». Esitazione avuta prima nell'inviare gli osservatori e ribadita ora nel farli tornare a casa. Forse perché in sede Lega sapevano quel che sarebbero andati a scoprire e adesso non sanno come dirlo al mondo. In Siria è in corso un massacro. Ma le proporzioni chissà se mai le sapremo. Il fascicolo è al Cairo. D'altra parte, l'istinto di sopravvivenza porta gli arabi a sacrificare un loro confratello pur di evitare una seconda primavera come quella dello scorso anno. Il che fa pensare come a Riyadh e Doha non si nutra la percezione che, caduto Assad, potrebbe essere il turno della monarchia giordana. Da lì il passaggio verso la Penisola arabica è davvero breve.  

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