Adriano Sofri, lotta finita
di Gabriella Mecucci
[17 gennaio 2012]
Adriano Sofri è libero perché ha finito di scontare la pena.
Ormai è un anziano signore: ha avuto una grave malattia, ha passato
molti anni in carcere ed altri - gli ultimi - agli arresti
domiciliari. Ha sempre proclamato la sua innocenza, eppure non è
scappato davanti alla condanna. Ha avuto nove processi con sentenze
contraddittorie: colpevole, innocente, colpevole. Un drammatico
ottovolante. Ha giudicato ingiusto il verdetto finale, sbagliate e
viziate le indagini, false in toto le dichiarazioni del suo grande
accusatore: Leonardo Marino. Eppure è rimasto al suo posto. Ha
lottato, ha perso, ha scontato la pena. Carlo Ginzburg ha scritto a
questo proposito, nella prefazione al libro Il giudice e lo
storico: «È Socrate colpito da una condanna ingiusta a
pronunciare l'elogio più alto delle leggi della città, allorché
spiega a Critone, nell'omonimo dialogo di Platone, perché non
fuggirà dalla prigione e affronterà la morte». Insomma, una lezione
altissima. Ma c'è chi pensa invece che Sofri sia stato un
privilegiato, aiutato da una potente lobby politico-giornalistica.
C'è chi pensa che ha montato la testa e armato la mano di tanti
giovani finiti nei pressi o dentro il terrorismo. Un colpevole in
senso stretto o magari solo in senso lato: per l'influenza nefasta
che ha avuto. Lui non si è tirato indietro. Quando gli è stato
chiesto, non ha esitato a riconoscere le proprie responsabilità
passate. Responsabilità politiche, però, non penali. E che le
responsabilità politiche ci siano state, è sicuro.
Adriano Sofri è poi diventato uno dei testimoni più
lucidi della sua epoca. Ha aiutato il dissenso dell'Est. È andato a
Sarajevo per raccontare la tragedia di una città lacerata,
assediata, distrutta da una guerra intestina: vi ha rischiato la
vita e vi ha stretto splendide ami- cizie. Lo stesso ha fatto in
Cecenia. Insomma, è stato ed è uno degli intellettuali italiani più
importanti e impegnati, schierato dalla parte della libertà e della
solidarietà con chi subisce ingiustizie. Nel 1997 la Cassazione ha
pronunciato la sentenza definitiva. È andato in carcere e c'è
rimasto sino a quando non ha rischiato di morirvi per una rarissima
malattia. Eppure, a ben guardare l'intera vicenda processuale
dell'omicidio Calabresi, l'unica prova contro di lui è la chiamata
in correità di Leonardo Marino. Per il resto, molti comportamenti
oscure, una serie di racconti sbagliati e contraddittori, pochi e
solo molto parziali i riscontri.
Era una calda mattina di luglio del 1988 quando radio e
televisioni cominciarono a diramare la notizia dell'arresto di
Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani, accusati
dell'omicidio del commissario Luigi Calabresi. Li portarono tutti e
tre in carcere ammanettati, a 16 anni dall'uccisione del
funzionario di polizia della questura di Milano. Gli avevano
sparato in un agguato sotto casa: era il 1972. Il quotidiano
Lotta Continua, che faceva capo all'omonimo movimento
politico di cui Sofri era il leader, scrisse sul mortale attentato
commenti deliranti. Arrivò a parlare di "giustizia proletaria".
Purtroppo interpretava un clima diffuso nella sinistra estremista.
E anche oltre. Sin da allora gli inquirenti indagarono in quel
mondo e in particolare fra i dirigenti e i militanti di "Lotta
Continua". Si erano convinti che la decisione di uccidere era
maturata lì: una sorta di efferata risposta alla morte
dell'anarchico Pinelli, buttato giù dalla finestra della questura -
questa la tesi di larga parte della gauche e dei giornali - durante
un interrogatorio condotto da Luigi Calabresi. Ma fatnessuno riuscì
a trovare una spiegazione convincente alla fine di Pinelli: i
giudici, alla fine, sostennero che l'anarchico aveva avuto "un
malore attivo"e per questo aveva fatto quel gran volo. Strano? Sì,
molto strano. Poi, una mattina mentre usciva di casa per andare al
lavoro spararono al commissario. Ma anche in questo caso la polizia
non venne a capo di nulla. Un mistero dopo l'altro durato 16 anni.
Sino al 1988 e a quei tre plateali arresti. Sofri era di gran lunga
la figura più importante. Chiusa "Lotta Continua"e terminato il
clima violento degli anni Settanta, gli altri due erano finiti in
un cono d'ombra. L'unico che ancora aveva un ruolo pubblico,
scriveva sui giornali, interloquiva nel dibattito politico era
Adriano Sofri. Un intellettuale brillan te e fascinoso. Era
giovanissimo quando, allievo della «Normale», attaccò duramente
Palmiro Togliatti, venuto nel nobile ateneo a tenere una
conferenza. L'accusa che muoveva al leader del Pci era quella di
aver tradito la rivoluzione e di essersi imborghesito. Quel ragazzo
ne aveva di fegato e anche di protervia. Era brillante, impetuoso,
molto convinto delle proprie idee. Poi ci furono gli anni della
contestazione sessantottina e la nascita di "Lotta Continua". Nei
cortei si inneggiava alla violenza e c'erano i servizi d'ordine con
gente incappucciata, che menava le mani e le aste delle bandiere.
Adriano Sofri e il suo gruppo erano dentro la mischia. Sulle
colonne del loro quotidiano fecero una campagna durissima sulle
responsabilità di Calabresi nella morte di Pinelli. Ma non furono i
soli: c'era l'intera sinistra extraparlamentare, c'erano - seppur
fra mille distinguo - anche il Pci e il Psi, o parti di questi
partiti. C'erano giornalisti importantissimi: su tutti il nome di
Camilla Cederna che scrisse sull'argomento un libro di grande
successo. Poi ci fu l'assassinio di Calabresi. E le violenze
continuarono: scontri con la polizia ma anche agguati sotto casa di
quelli di destra. E poi altro ancora, in una mostruosa escalation.
I giovani di quel movimento finirono in parte nel terrorismo, in
parte nei paradisi artificiali della droga, in parte rientrarono a
casa. Anche se tanti, troppi continuarono a nutrirsi
dell'ideologia. A proclamare il «bisogno di comunismo» quando ormai
era chiaro di che pasta fossero fatti i regimi comunisti. E non
solo l'Urss ma anche la Cina, invocata in tanti slogan, e la mitica
Cuba. E di che tempra fossero i loro leggendari capi: da Mao al
Che, da Giap a Pol Pot."Lotta Continua"- forse il più intelligente
dei gruppi rivoluzionari - quando intuì che alle porte c'era il
terrorismo, si autosciolse. Non pochi fra i suoi militanti,
finirono in "Prima Linea", ma tanti riaffiorarono dopo anni e anni
nei ranghi giornalistici, o politici, o di dirigenti d'azienda. Da
qui il sospetto che si insinuò (o venne insinuato) nell'opinione
pubblica dell'esistenza di una lobby di "Lotta Continua" che
interveniva a difesa degli ex militanti. Lo stesso Adriano Sofri
iniziò a scrivere su Panorama, a collaborare con Claudio
Martelli, a partecipare ad alcune delle battaglie di Marco
Pannella.
Poi, come un fulmine a ciel sereno, le confessioni di
Leonardo Marino. L'ex militante di Lc che vendeva crepes a Bocca di
Magra, raccontò ai carabinieri che furono in due ad andare ad
aspettare sotto casa Luigi Calabresi. Lui guidava la macchina,
l'altro, Ovidio Bompressi sparò. Non c'erano andati per decisione
propria, l'ordine di uccidere gli era stato dato da Sofri e
Pietrostefani poco tempo prima al termine di un comizio del
movimento tenutosi a Pisa. I due si difesero robustamente. I vecchi
compagni organizzarono delle vere e proprie "controinchieste",
fecero "controinformazione". Scoprirono che Marino prima di fare la
sua confessione si era incontrato a lungo e più volte coi
carabinieri. Scrissero che il grande accusatore aveva fatnessuno
brillanto delle rapine e che era stato scoperto. Ma non fu tanto
questa ricerca dietrologica a insinuare dubbi sulla veridicità
delle dichiarazioni del pentito. C'erano infatti dei dati di fatto
inquietanti.Trovare dei riscontri a 16 anni di distanza
dall'omicidio di Calabresi, era pressoché impossibile: l'auto con
la quale i killer scapparono era stata distrutta, la pistola
sparita. Insomma, non c'erano i corpi del reato. Poi iniziò la
lunga sequela dei testimoni dell'agguato che smentivano molti dei
particolari forniti da Leonardo Marino.Tantoché i magistrati
dovettero elaborare una singolare teoria: erano proprio gli errori
a dimostrare la buona fede del pentito. Diceva spontaneamente ciò
che ricordava. Non si era preparato, né era stato imbeccato. La
memoria - si sa - può essere fallace. Figurarsi dopo 16 anni. E,
poi, perché mai dopo tanto tempo un tranquillo venditore di focacce
avrebbe dovuto accusarsi di un omicidio? Che convenienza aveva?
Insomma, la chiamata in correità da parte di Marino era una prova
contro Sofri e Pietrostefani indistruttibile. La prima sentenza fu
dunque di colpevolezza. E così andò anche in Appello. La Cassazione
però fu di altro avviso: rilevò che mancavano i riscontri alle
dichiarazioni del pentito e che l'intero impianto accusatorio era
troppo fragile. La vicenda si riaprì e ci fu un nuovo processo.
Questa volta si arrivò l'assoluzione, ma il testo venne scritto in
modo tale da non poter passare il giudizio sulla forma che spettava
alla Cassazione. Il dispositivo infatti, pur dichiarando i tre
imputati innocenti, metteva in evidenza l'attendibilità del teste
Marino. Era insomma volutamente contraddittorio: la definirono
infatti una "sentenza suicida". Scritta per poter che essere
annullata. E la Suprema Corte l'annullò.
Di nuovo le aule dei tribunali, di nuovo gli scontri
sui giornali. Alcuni ex militanti di "Lotta Continua", pur
ammettendo che l'omicidio poteva essere maturato all'interno del
gruppo, sostennero apertamente che non era stato Sofri a dare
quell'ordine. Alla fine arrivò l'ultima sentenza: condanna a 22
anni per il leader di "Lotta Continua" e per Giorgio Pietrostefani,
a 20 per Ovidio Bompressi e a 11 per Leonardo Marino. Nel 1997 il
definitivo giudizio della Cassazione che confermò questa decisione.
Il verdetto divise l'Italia fra accesi e convinti fautori e critici
a tutto campo. Qualcuno più avanti nel tempo fece risalire a
quell'episodio la prima prova dello strapotere della magistratura e
della mancanza di garantismo nel nostro paese. Che fine hanno fatto
i quattro condannati? Giorgio Pietrostefani scappò in Francia e non
è mai stato ritrovato. Gli altri tre finirono in carcere. Marino è
uscito ormai da molto tempo e vive tranquillo a Bocca di Magra
avendo scontato circa una metà della sua condanna, che nel 1995 fu
dichiarata prescritta: alcuni mesi rimase in carcere, poi qualche
anno lo passò agli arresti domiciliari. Ovidio Bompressi è stato
graziato perché molto malato. Adriano Sofri, che non ha mai chiesto
la grazia, ha finito di pagare ieri il suo conto con la giustizia.
O con l'ingiustizia.
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