Cronache di liberal

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L'occhio selvaggio e le sue visioni

di Pasquale Di Palmo [21 gennaio 2012]

Per tutta la vita André Breton coltivò, con particolare trasporto, l'interesse nei confronti del mondo dell'arte moderna, arrivando a svolgere le funzioni di consulente per importanti gallerie e divenendo collezionista egli stesso. La clamorosa vendita all'asta della sua collezione, avvenuta nel 2003, testimonia al riguardo la lungimiranza con la quale il capostipite del surrealismo si rapportò sia alle arti figurative sia ad altre manifestazioni artistiche come il primitivismo (notevole al riguardo la sua raccolta di bambole Kachina, prodotte dagli indiani Hopi) nonché a espressioni plastiche che risentono della sua concezione di una beauté convulsive. Tale interesse critico è documentato dal quarto volume delle Oeuvres completes che raccoglie, nella celebre collana della Pléiade, tutti i suoi scritti sull'arte. D'altronde, uno dei suoi testi più pregnanti al riguardo, Il surrealismo e la pittura, comincia provocatoriamente con il seguente incipit: «L'occhio esiste allo stato selvaggio ». Il saggio fu originariamente pubblicato nel 1928 da Gallimard dopo che vari estratti erano stati anticipati nei mitici fascicoli della Révolution surréaliste.

In questa rivista uscirono i testi più dirompenti del surrealismo, tra cui i due manifesti programmatici dello stesso Breton che, sulla falsariga delle avanguardie storiche precedenti, tra cui il dadaismo, si proponeva di scardinare i canoni stereotipati della rappresentazione artistica e letteraria attraverso una nuova concezione estetica, in parte legata alla scoperta dell'inconscio freudiano. È noto che una delle tecniche più importanti fu quella della scrit- Abtura automatica che consisteva nel registrare, senza alcun tipo di sorveglianza psicologica, le immagini che di volta in volta affioravano dall'inconscio. Ben presto si distinsero in tale procedimento due figure d'eccezione come quelle di Robert Desnos e René Crevel che scrivevano i loro testi sottoponendosi ai cosiddetti «sonni ipnotici». Naturalmente un tale linguaggio influenzò anche gli artisti: si considerino, in tal senso, le composizioni automatiche di André Masson o i disegni collettivi soprannominati cadavres exquis. Numerosi furono i riferimenti da cui prese l'abbrivo Breton, tra i quali bisogna segnalare perlomeno la lezione di precursori come Sade e Rimbaud, Jarry e Lautréamont. La teoria degli accostamenti analogici casuali si rifà espressamente all'autore misterioso dei Canti di Maldoror, il quale asseriva che «la poesia deve essere fatta da tutti, non da uno». In tale contesto vanno lette alcune sperimentazioni, non di rado sconfinanti in una dimensione provocatoriamente ludica del linguaggio, come quelle della stesura collettiva di un testo: si pensi, ad esempio, alla raccolta poetica Les champs magnétiques, uscita nelle edizioni Au sans pareil nel 1920 e composta da Breton e Philippe Soupault, universalmente considerata la prima opera surrealista. Alcuni titoli basilari nella storia del movimento sono stati composti a quattro mani, come L'Immaculée conception di Breton e Eluard o, addirittura, a sei, come Ralentir travaux di Breton, Char ed Eluard (entrambi i volumi furono pubblicati nel 1930 dalle Editions surréalistes).

Breton lavorò assiduamente intorno al saggio Il surrealismo e la pittura, tanto da proporne due ristampe rimaneggiate, rispettivamente nel 1945 per Brentano's di New York e nel 1965 sempre per Gallimard. Si tratta di un lavoro che mette in luce il rapporto esistente tra alcuni artisti di prima grandezza e il credo surrealista ma che, al tempo stesso, non disdegna frequenti divagazioni di altra natura: rêveries, citazioni poetiche, assunti di stampo teorico.Ab scondita ora lo ripropone in un piccolo ma elegante volumetto (88 pagine, 12,00 euro) che recupera la traduzione allestita da Ettore Capriolo per la vecchia edizione di Marchi del 1966. In questo saggio viene analizzata l'opera di alcuni artisti che hanno espressamente aderito al surrealismo (Giorgio de Chirico, Max Ernst, Yves Tanguy, Man Ray, André Masson, Joan Mirò, Hans Arp) o che hanno operato ai margini dello stesso, come Picasso. Non mancano tuttavia veloci ricognizioni su pittori un tempo amati, come Braque e Derain. Picasso è considerato un antesignano del movimento surrealista in virtù della sua opera travolgente, che si pone come una sorta di spartiacque nell'ambito della pittura moderna. Ci sarà, ineanno vitabilmente, un prima e un dopo Picasso, come asserisce lo stesso Breton: «Bisogna veramente avere preso coscienza del tradimento delle cose sensibili per avere il coraggio di rompere completamente con esse, e a maggior ragione con ciò che di facile il loro aspetto abituale ci propone; non si può dunque non riconoscere a Picasso un'immensa responsabilità».

D'altro canto l'ammirazione nutrita nei confronti del pittore spagnolo, nonostante quest'ultimo non si possa considerare un surrealista tout court, si manifesta sin da subito. Ne è testimonianza il fatto che diversi disegni e tele cubiste di Picasso illustrino le pagine della Révolution surréaliste sin dal primo nu mero, uscito nel 1924. Nel fotomontaggio presente in quel fascicolo inaugurale, intorno all'immagine dell'anarchica Germain Berton, condannata per avere ucciso il rappresentante del partito monarchico Marius Plateau, compaiono infatti le effigi dei surrealisti e di qualche loro precursore, tra cui Freud e, appunto, Picasso. Se l'opera di Picasso rappresenta agli occhi di Breton l'esempio di un'inesauribile ricerca tesa a smascherare il mimetismo insito nell'estetica delle apparenze, la pittura di Braque, altrettanto elogiata nelle sue fasi iniziali, non sembra perseguire lo stesso rigore: «Ma un giorno Braque ha avuto compassione della realtà; perché ogni oggetto sia al suo posto, non mi stancherò mai di ripeterlo, bisognerebbe che ognuno di noi ci mettesse qualcosa di suo. Ci sono interminabili secondi di posa che durano quanto una vita. Si può, senza che questo determini delle conseguenze, rinnovare all'infinito il gesto di offrire un mazzo di fiori. Ma chiedere a questo mazzo di nascondere la mano che l'offre tremando è troppo. La mano di Braque ha tremato». La figura alla quale Breton non risparmia critiche severe è quella di Giorgio de Chirico, pittore che aveva entusiasmato con i suoi quadri metafisici i surrealisti all'inizio della loro avventura intellettuale e che si è sempre più allontanato dai loro ideali, in considerazione della prospettiva dei facili guadagni. In questa vicenda sembra di intravvedere la stessa intransigenza che caratterizzò i successivi rapporti con Salvador Dalì, teorico del metodo paranoico-critico modellato sul celebre assioma di Lautréamont secondo il quale il bello nasce «dall'incontro fortuito di una macchina per cucire e di un ombrello su un tavolo anatomico». Orbene, alla prima fase sopraggiunge la consapevolezza che l'opera di Dalì è diventata un'espressione di maniera, tanto che Breton arriverà ad anagrammare emblematicamente il nome del pittore spagnolo in «Avida Dollars». Osserva Angela Sanna nella sua accurata postfazione: «Il pensiero e le opere afferenti alla stagione metafisica di de Chirico continueranno a essere difesi da Breton e amici anche dopo l'insanabile rottura che sopravvenne tra questi e il pittore all'indomani del loro pur promettente avvicinamento. La svolta classicista dell'artista, autoproclamatosi pictor classicus nel 1919, e le sue successive riproduzioni di pitture metafisiche, giudicate dai surrealisti frutto di un'attività opportunistica e mercantile, urtarono infatti le aspettative ideologiche e artistiche de gruppo, provocando scontri e polemiche». All'effetto di magica sospensione provocato dai paesaggi metafisici di de Chirico composti tra il 1910 e il 1917 è subentrata una fase di depauperamento dell'espressione artistica che, giocoforza, accentuerà quel gioco sfrontato «che consiste nel deridere il proprio genio perduto ». Breton mette in relazione il periodo d'oro della pittura metafisica con la fase classicistica della pittura dechirichiana, sostenendo al contempo che il pittore italiano, per motivi meramente opportunistici, si attenesse a una condotta tesa a contrassegnare «la totale amoralità del personaggio ». Osserva ancora Breton: «Impotente a ricreare in sé come in noi l'emozione passata, ha messo in circolazione un gran numero di falsi, tra i quali copie servili, del resto quasi tutte antidatate, e varianti ancora peggiori. Questa truffa contro il miracolo è già durata fin troppo». Tra i pittori surrealisti Breton si sofferma a elogiare l'opera di Max Ernst, considerata alla stregua di una premonizione, in virtù della sapiente maniera di accostare elementi analogici casuali: «Nascono sotto il suo pennello donne eliotropiche, animali superiori uniti al suolo mediante radici, immense foreste verso le quali ci spinge un desiderio selvaggio, giovani che non pensano ad altro che a calpestare la madre».

André Masson, considerato uno dei tipici rappresentanti dell'arte automatica professata dallo stesso Breton, non poteva che essere esaltato: «Ha fin troppo ragione Masson a diffidare dell'arte, dove più che altrove le trappole si spostano nell'erba e i passi di un essere che tenga a rimanere libero, o a non alienare la propria libertà se non a ragion veduta, sono contati».Del pari l'opera di Man Ray, autore di alcuni celebri rayogrammes, che si può a tutti gli effetti considerare il fotografo «ufficiale » del movimento surrealista, è considerata come il tentativo riuscito «da un lato di determinare i limiti esatti ai quali la fotografia può arrivare, e dall'altro di adibirla a fini diversi da quelli per cui sembrava essere stata inventata, e in particolare di proseguire per proprio conto e con propri mezzi, l'esplorazione di quella regione che la pittura credeva di potersi riservare ». Sorprendono invece le riserve avanzate intorno alla pittura di Mirò, al quale viene riconosciuto il tentativo sistematico di rapportarsi all'automatismo, anche se adulterato dal fatto che l'artista «abbia verificato molto sommariamente il valore e la ragione profonda» di tale tecnica.     

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