Cronache di liberal

Fondazione Liberal

Nessuno può garantire  

il successo in guerra,

si può solo meritarlo

Winston Churchill



 

 



 

 



 

 



 



 

 



 

 





 

 



 

 



 

 



 

 



 

 

 

 





 



 



 

 



 

 



 

 



 

 



 

 



 

 



 

 



 



 

 



 

 



 

 



 

 



 



 



 



 

 





















 

 

DE SENECTUTE Ovvero come invecchiare al tempo della crisi

di Paola Binetti [19 gennaio 2012]

"Invecchiare è un privilegio e una meta della società. È anche una sfida, che ha un impatto su tutti gli aspetti della società del XXI secolo». È uno dei messaggi proposti dall'Organizzazione mondiale della sanità sul tema della salute degli anziani. Un argomento che acquista sempre maggiore importanza in una società, come la nostra, in cui si vive una vera e propria rivoluzione demografica. Nel 2012 gli anziani ultra sessantacinquenni in Italia saranno oltre 12 milioni: un quinto della popolazione complessiva, con la previsione di un aumento annuo medio di circa 110mila anziani. Credo che sia necessaria una riflessione. A che età si diventa anziani? Cosa può pretendere un anziano dalla società? E cosa un uomo può ancora dare alla collettività e in che modo? I sessantenni, quelli che fino a pochi anni fa erano considerati anziani, oggi non lo sono più, proprio perché grazie al benessere generale, vivono nel pieno delle loro forze, spesso ben inseriti nella realtà quotidiana, del lavoro e della famiglia, tanto che la loro esperienza deve essere considerata come un fondamentale sostegno allo sviluppo del Paese. Si vive più a lungo e quindi sembra naturale anche lavorare più a lungo. Ma la domanda nasce spontanea: si deve lavorare più a lungo? O Si può continuare a lavorare oltre lo standard attuale dei 60-65 anni? Ossia si deve lavorare più a lungo per alleggerire i costi della nostra previdenza sociale? O si deve lavorare più a lungo perché i "nuovi" anziani godono di un migliore stato di benessere complessivo? Attualmente la vita media è fino agli 85 anni, per cui per almeno venti anni si godono i ben meritati diritti pensionistici. L'Inps però ritiene scarsamente sostenibile un carico economico di questo tipo, proprio per l'invecchiamento complessivo della popolazione, che vede diminuire l'accesso dei giovani al lavoro, sia per gli evidenti segnali di crisi politico-economica, che per la ancor più grave crisi demografica. Non stupisce quindi che l'attuale governo abbia anticipato a gennaio 2013 l'adeguamento delle pensioni alle aspettative di vita Istat. Nel giro di pochi anni sembra proprio che andremo in pensione ad un'età che si avvicina ai settanta anni. Un privilegio e un'opportunità se vogliamo tener conto di quanto afferma l'Oms, ma perché si tratti effettivamente di un privilegio e di una opportunità occorre affrontare con un forte senso di responsabilità il problema, ponendosi da angolature diverse, per farle gradatamente convergere verso un miglioramento complessivo della qualità di vita individuale e sociale. L'obiettivo è favorire una vecchiaia non emarginata, ben inserita nella comunità professionale di appartenenza, con una piena valorizzazione delle esperienze di vita professionale, anche sotto il profilo della trasmissione delle conoscenze e delle competenze più utili alla formazione dei più giovani.Per questo nascono nuove e concrete responsabilità, indispensabili per chi si occupa di politiche del lavoro, di politiche della formazione, di politiche della salute e - ovviamente - di politiche familiari. Di questo si parlerà nel convegno che si svolgerà il prossimo venerdì 20 gennaio a Palazzo San Macuto, nella Camera dei Deputati. Ne parleranno esperti di ambiti diversi che però hanno in comune uno sguardo lungo sul futuro, e non vogliono nascondersi le possibili difficoltà. Sono necessarie infatti specifiche modalità di adattamento sia a livello personale accache aziendale, a cui occorre prepararsi mettendo in atto nuove strategie di formazione per acquisire le skills adeguate. Gli indispensabili processi di riforma e di modernizzazione del sistema impongono già oggi l'adozione di nuovi standard professionali, sia in fase operativa che in fase di valutazione. Programmi, processi e prodotti vanno visti con un'ottica che tenga conto dello stile di lavoro dei professioni- sti senior, soprattutto in alcuni ambiti con ritmi di lavoro più veloce, che richiedono livelli di attenzione molto forte. L'azienda non potrà più preoccuparsi soltanto delle politiche di inserimento dei nuovi assunti, ma dovrà tener conto anche delle politiche di mantenimento degli "anziani", i cui diritti come lavoratori andranno tutelati sulla base di nuovi parametri. L'innalzamento dell'età pensionabile, se si vuole che sia un'operazione di successo sul piano sociale, personale e professionale, richiede a tutti fin da oggi un serio lavoro di riflessione trasversale e interdisciplinare, in cui aziende e parti sociali concorrono per ottenere il miglior risultato possibile. Occorre cambiare pedagogia: è necessario un diverso approccio nei confronti dell'anziano, per valorizzarne le risorse che gli consentono di fare da cerniera tra teoria e pratica, tra tradizione e innovazione, per permettere ad entrambe, come in un gioco di vasi comunicanti, di arricchirsi reciprocamente. La riflessione ha senso se indirizza l'azione; l'azione a sua volta permette e stimola il progresso della riflessione; all'interno di questo gioco si dovrebbe situare la nuova didattica per l'anziano. Con l'aumento dell'aspettativa di vita, ma anche e soprattutto con l'allungamento dell'età lavorativa, è come se la vecchiaia fosse uscita dalla clandestinità, dopo un lungo periodo in cui è stata oggetto di studio e riflessione soltanto da parte degli esperti. In Germania è molto diffuso, ad esempio, un lavoro di tutoring aziendale per consentire di integrare tradizione ed innovazione. Per questo si attuano da tempo strategie di aggiornamento finalizzate a orientare gli anziani verso una continuità professionale che richiede una buona dose di creatività. Psico-pedagogisti esperti nel campo lavorativo stanno da tempo riflettendo sulle nuove forme di creatività che si possono sviluppare nell'anziano. Si vuole evitare la frustrazione che potrebbe nascere dalla coazione a ripetere tecniche e metodologie di lavoro usate in precedenza con risultati migliori di quelli attualmente possibili. Può acca dere infatti che il senso di fatica e di inadeguatezza si convertano in elementi di tipo depressivo, con le conseguenze che è facile immaginare. Non bisogna dimenticare infatti che fin dall'inizio del processo di invecchiamento l'immagine di sé si modifica profondamente, perché come negli adolescenti, il corpo si modifica e la percezione di sé ne è turbata. È un cambiamento che crea ansia o addirittura angoscia, genera sensazione di vuoto e crea un lutto che va elaborato. Di fatto non è né il lutto né l'invecchiamento ad essere patologico, ma la mancanza di elaborazione che non permette di individuare nuovi valori e nuovi significati. Il lavoro prolungato può diventare un potente fattore di conferma della propria capacità e delle proprie competenze e quindi del proprio ruolo sociale, se la persona riesce ad affrontarlo con un buon margine di successo. Dobbiamo imparare a guardare all'anziano come ad un soggetto in servizio attivo, che ha bisogno di strumenti adeguati per affrontare la nuova esperienza, e nella misura del possibile dobbiamo creare questi strumenti con lui e per lui, se non vogliamo che questa nuova situazione diventi un boomerang. Ciò che crea la voglia di uscire dal lavoro è un po'la sommatoria di tante stanchezze e di tante frustrazioni, il non essere riusciti a realizzare quanto avremmo voluto. Allora si tenta l'ultima carta dell'evasione; quella dell'anziano in giro per il mondo, per la gioia dei tour operator che da tempo hanno scoperto il boom del turismo dei pensionati. Si cercano uscite anticipate dal lavoro quando proprio dal lavoro non ci si aspetta più nulla e tutto diventa noioso o tremendamente faticoso. Ci deludono le cose che pure abbiamo amato e in cui abbiamo investito risorse ed energie. Ci sembra di aver sprecato gli anni migliori della nostra vita in un lavoro che ci appare senza senso e speriamo di rifarci con l'allegra disinvoltura del mito del tempo libero. Ma anche questo mito si appanna rapidamente, travolto da nuove incombenze o da nuove difficoltà che amici, figli e nipoti scaricano su di noi, perché tanto non abbiamo nulla da fare. Per accogliere anziani in servizio attivo quasi fino a 70 anni, occorre affrontare anche una serie di problemi nuovi che si presenteranno nella famiglia, soprattutto se saranno entrambi i coniugi a lavorare. Il nuovo impegno professionale sottrarrà energie al lavoro di cura che in tutti questi anni proprio i "giovani pensionati" hanno svolto nel loro ruolo di nonni o nell'attenzione ai propri genitori, probabilmente anziani quasi o ultra novantenni. Finora sono stati i giovani anziani, ad agire come una microsocietà di servizi a conduzione familiare, a dedizione esclusiva della famiglia, come autentici ammortizzatori sociali. Il dramma comincia quando questi giovani anziani diventano semplicemente anziani senza famiglia: la mancanza di figli, le separazioni e i divorzi, la fragilità e la precarietà di certe unioni rendono tutt'altro che facile invecchiare, anche se ancora una volta un'esperienza professionale prolungata aiuta ad affrontare meglio il tempo che scorre veloce. Una buona politica dell'invecchiamento, anche se spostata in avanti negli anni come richiede l'aumento dell'aspettativa di vita, dovrebbe porre alla società gli interrogativi della solitudine, della limitatezza e dell'incertezza. L'accettazione degli anziani nella vita familiare o sociale resta ancora oggi problematica: basti pensare all'aumento drammatico dei suicidi con l'avanzare degli anni. Il principale fattore di rischio è l'isolamento e, a questo proposito, si è parlato di una morte sociale che precede la morte reale. Sono fattori di rischio anche l'insicurezza materiale, l'inattività, la malattia e le infermità sensoriali, in particolare la perdita della vista e dell'udito. In questo senso restare a lavorare nel proprio contesto professionale, con i propri colleghi, può aiutare a distanziare il senso di solitudine o di inutilità. Può contribuire a sentirsi come interlocutori attivi nella società e nella propria famiglia, capaci di portare a casa e nel lavoro l'eco positiva delle problematiche che si affrontano giorno per giorno, evitando quel ripiegamento morboso su di sé che rende ancor più veloci i rischi dell'invecchiamento. Nell'ideologia che attualmente coinvolge gli anziani si oscilla tra chi nega la vecchiaia, come un male da evitare e da rinviare e chi nella esaltazione dell'attivismo e dell'utilitarismo davanti alla riduzione delle proprie energie riduce la vecchiaia a una malattia da curare. Ma come è ben noto l'iper-medicalizzazione della vecchiaia provoca paradossalmente un aggravamento dei fenomeni patologici. Oggi in Italia secondo il rapporto "Stato di salute e prestazioni sanitarie nella popolazione anziana" del Ministero della Salute, la popolazione anziana determina il 37% dei ricoveri ospedalieri ordinari e il 49% delle giornate di degenza e dei relativi costi stimati. La nuova "filosofia" sociale che partendo dall'aumento delle aspettative di vita mantiene in servizio attivo gli anziani fino a 70 anni dovrebbe ridurre questa tendenza alla ipermedicalizzazione della vecchiaia. Ma proprio per questo bisogna evitare la tendenza a considerare senectus ipsa morbus, secondo la famosa affermazione di Terenzio, ripresa e smentita da Cicerone nel suo De senectute. Gli anziani sono spesso a disagio perché il modello antropologico attuale si sviluppa attorno a due concetti ambigui molto diffusi: la nozione di utilità e quella di indipendenza, che definiscono i valori di riferimento, in base a cui si valuta la vita attiva. La vita è degna di essere vissuta solo se nella mia capacità di fare posso essere e sentirmi utile a qualcosa o a qualcuno, a cominciare da me stesso, e soprattutto se sono in grado di prendere autonomamente tutte le decisioni che mi riguardano. Al concetto di utilità corrisponde quindi la possibilità di prescindere dagli altri, di poter fare a meno di loro. Il modello antropologico di tipo individualistico può andare bene solo in una fascia di età in cui sono sufficientemente adulto da poter fare a meno di qualcuno che mi aiuti. Ma poiché in tutto l'arco della nostra vita abbiamo sempre bisogno di chi in modo diverso possa comunque prendersi cura di noi, l'ideale dell'autosufficienza, come valore strutturale della nostra vita, è destinato a naufragare miserabilmente soprattutto nella terza e quarta fase della vita. Gli anziani si lamentano per la loro inutilità e la loro perdita di indipendenza, perché sono stati abituati a considerare utilità e indipendenza nella logica dell'homo oeconomicus. Occorre ribaltare questa visione della vita e restituire dimensione di valore a cose la cui utilità non può essere misurata solo sotto il profilo materiale, facendo dell'interdipendenza relazionale uno dei beni maggiori di cui l'uomo dispone. Proporre una politica lavorativa che arrivi fino a 70 anni, può di fatto essere molto utile sia a mantenere più a lungo una immagine positiva di sé, sia a sviluppare nuove forme di social network reali e non puramente virtuali. Per questo è necessario che si approfitti degli ultimi anni di attività professionale anche per imparare ad invecchiare, per capire come gestire i possibili 20 anni che restano ancora da vivere. Perché mentre si va in pensione a 70 anni, occorre ricordare che probabilmente si è destinati a vivere oltre i 90 anni. Gli studi statistici più recenti fanno affermare con sicurezza che le future società occidentali saranno mondi abitati da vecchi, già adesso ricordiamo che il 20% della popolazione ha superato i 65 anni, e questa realtà va tenuta presente come un fatto positivo e non solo come un problema. Il problema principale non è l'aumento degli anziani nella società, ma la mancata elaborazione culturale di questo fatto. Gli anziani in fondo spaventano perché sul piano simbolico ne conserviamo un'immagine negativa, che oggi non è più fedele alla realtà. Non siamo una società di vecchi, ma una società di persone capaci di re-inventare continuamente la propria vita. La continuità lavorativa può contribuire a cambiare questa immagine, a capovolgerla in senso positivo.Tocca a noi non perdere questa occasione. Basterebbe chiederci: «Ma tu come vuoi invecchiare e come vuoi che invecchino le persone accanto a te» e scopriremmo ancora una volta il gusto dei progetti da realizzare, il piacere di farlo insieme, la soddisfazione di poter continuare a contribuire al bene comune nella nostra società.  

Torna su ^







prima

 

 

 


L'edizione integrale
in formato Pdf

 

Clicca qui per consultare l'archivio

iPad

 

Banner fondazione

fb
Segui Liberal su Facebook

In Libreria

Colletti

In Edicola

  Risk23
maggio-giugno 2012
QUADERNI DI GEOSTRATEGIA
numero 23 anno XIII

liberal

il terzo polo

bramante