Teheran aiuta Damasco ad aggirare le sanzioni sul petrolio
di Luisa Arezzo
[20 gennaio 2012]
Diciamola tutta: era un segreto di pulcinella che circolava non
da giorni, ma da settimane, il fatto che l'Iran si stesse dando da
fare per "piazzare" il greggio di Damasco, strozzato dall'embargo.
Ma ieri è arrivata una conferma para-ufficiale sulle pagine del
Wall Street Journal: Teheran aiuta la Siria ad eludere
l'embargo petrolifero imposto da Stati Uniti ed Europa, consentendo
l'arrivo del greggio siriano in Iran per poterlo vendere sul
mercato internazionale e restituendo i proventi al regime di
Assad.A denunciarlo è un'indagine americana rivelata ieri dal
quotidiano, secondo cui il mese scorso sarebbe arrivato in Iran un
carico di 91.000 tonnellate di petrolio. «La spedizione di petrolio
in Iran mirava a eludere le sanzioni imposte alla Siria», ha
denunciato un alto funzionario del Dipartimento del Tesoro Usa
sotto anonimato. Secondo il quotidiano americano, la rivelazione
conferma il sostegno garantito da Teheran al regime siriano
impegnato a reprimere le manifestazioni di piazza. Un portavoce
dell'Ambasciata iraniana alle Nazioni Unite ha dichiarato che non
ci sono sanzioni internazionali contro la Siria che Teheran debba
essere chiamata a rispettare, sottolineando che sono potenze
straniere, non l'Iran, ad alimentare il conflitto in Siria
garantendo forniture di armi. «La Siria è uno stato indipendente e
l'Iran rispetta la sua sovranità - ha detto il portavoce - l'Iran
ritiene che i siriani abbiamo il diritto all'autodeterminazione,
liberi da ogni intervento esterno».
Le preoccupazioni degli Stati Uniti, tuttavia, non si
appuntano solo su Teheran, storico alleato di Damasco, ma anche
sulla Russia, con un occhio vigile sui trasporti aerei e navali,
dopo che Mosca ha pubblicamente dichiarato di non avere intenzione
di rinunciare a vendere armi alle forze di sicurezza di Assad.
Prima del funzionario anonimo americano, ieri era stato il primo
ministro britannico David Cameron a denunciare «il sostegno
considerevole», questa volta in materia di armamenti, portato
dall'Iran al regime del presidente siriano Bashar al Assad, bollato
come «pietoso tiranno». «C'è una massa di prove che dimostra che
l'Iran fornisce un sostegno considerevole » al potere in carica a
Damasco, ha dichiarato mercoledì il capo del governo britannico di
fronte ai deputati. Facendo soprattutto esplicito riferimento
all'implicazione di Hezbollah, organizzazione filo-iraniana,
nell'approvvigionamento di armi del regime del «pietoso tiranno
responsabile della morte di tanti suoi connazionali». Lunedì
scorso, invece, er stato un portavoce del ministero degli Esteri
francese a denunciare le consegne di armi «illegali e profondamente
preoccupanti» dell'Iran verso la Siria, portate alla luce da un
commissione di esperti Onu. Teheran, evidentemente, ieri non ha ri-
sposto alle parole del Wall Street Journal, ma ha invece
fatto un passo indietro su Hormuz, dicendo di non aver mai voluto
chiudere lo Stretto, vitale passaggio per le esportazioni di
petrolio nel Golfo. La rassicurazione (se può considerarsi tale) è
venuta dal ministro degli Esteri, Ali Akbar Salehi, a margine di
una visita in Turchia: «Noi vogliamo pace e tranquillità» ma alcuni
Paesi della regione spingono gli altri a trovare riferimenti
esterni e lontani «12 miglia da questa regione».
La precisazione di Salehi arriva poche ore dopo le
dichiarazioni del segretario di Stato Usa, Leon Panetta, il quale
aveva assicurato che Washington «è pienamente preparata» a
qualsiasi tipo di confronto con l'Iran sullo Stretto di Hormuz.
Intanto lunedì a Bruxelles i ministri degli Esteri dell'Ue
dovrebbero decidere il congelamento dei beni della Banca Centrale
iraniana, attraverso cui Teheran riceve i pagamenti per l'export di
petrolio, e un embargo petrolifero graduale. «Riusciremo a trovare
un accordo sui due punti», ha assicurato il capo della diplomazia
francese Alain Juppè. Per l'embargo petrolifero resta da definire
l'inizio dell'embargo (probabilmente luglio) e la clausola di
revisione per verificare l'impatto economico delle sanzioni sui
paesi che importano da Teheran, tra cui l'Italia. L'impianto
sanzionatorio sembra comunque confermato, con il blocco immediato
di nuovi contratti, e un intervallo (probabilmente di sei mesi) per
chiudere quelli esistenti. Il ministro degli Esteri australiano,
Kevin Rudd, ha invitato «gli amici a Pechino e in altri paesi
asiatici a riflettere seriamente» sull'opportunità di unirsi
all'embargo petrolifero per modificare la politica nucleare
iraniana. Ma la sua richiesta al momento è caduta nel vuoto.
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