La nostra salvezza annunciata da Rut
di Sergio Valzania
[27 dicembre 2011]
A partire dal concilio di Nicea, la tradizione cristiana
presenta l'opera dei quattro evangelisti nell'ordine Matteo, Marco,
Luca e Giovanni. La moderna ricerca biblica ci dice però che la
cronologia delle redazioni è stata leggermente diversa: il testo
più antico risulta essere quello attribuito a Marco. Fra le ragioni
che hanno fatto preferire la successione accolta dai padri
conciliari c'è l'apertura del vangelo di Matteo con la genealogia
del Cristo, incipit che è sembrato naturale ai primi
ordinatori per la sequenza delle narrazioni della vita di Gesù.
Anche Luca presenta in 3, 23-38 l'elenco dei progenitori di Gesù,
ma lo fa a narrazione avviata. Questo dipende dall'attenzione
dedicata dall'evangelista ai fatti che precedettero la nascita del
Cristo e alla diversità della comunità alla quale si rivolgeva,
formata in prevalenza da gentili.Matteo invece scrive soprattutto
per gli ebrei convertiti al cristianesimo, per i quali la
discendenza di Gesù, in particolare quella davidica, riveste un
significato particolare. Le due genealogie presentano differenze
anche notevoli, fra le quali spicca, a fronte della sequenza
rigorosamente maschile presente in Luca, l'inserimento in quella di
Matteo di due figure femminili: Betsabea moglie di David e Rut
moglie di Booz ma soprattutto protagonista di un libro della Bibbia
al quale la liturgia ebraica riserva un posto di rilievo.
Il Libro di Rut è infatti uno dei cinque rotoli,
megillot, ossia uno dei testi che vengono letti in
occasione delle feste maggiori. Il Cantico dei Cantici a Pasqua, il
Libro di Rut a Pentecoste, che nella tradizione ebraica ricorda il
dono della Torah, le Lamentazioni in occasione della memoria della
distruzione del Tempio, Qohelet per la festa delle Capanne,
collegata ai quarant'anni trascorsi nel deserto, e infine il Libro
di Ester, letto a Purim. Un ulteriore ed evidente collegamento tra
il vangelo di Matteo e il Libro di Rut consiste proprio nella
presenza nel testo di una genealogia, quasi un legame di
continuità. Mentre il libro di Rut si chiude con la genealogia di
David, bisnipote dell'eroina, il vangelo di Matteo si apre con
quella di Gesù. Inoltre la vicenda di Rut è una storia di
dedizione, di disponibilità al sacrificio, di ubbidienza e di
fedeltà, così da farne una sorta di anticipazione della vita del
Cristo, e in questa chiave è stata spesso letta e commentata dalla
patristica. In questa prospettiva Rut è una figura anticipatrice di
Cristo e risulta di particolare importanza il fatto che si tratti
di un personaggio femminile, come la moderna teologia femminista ha
giustamente sottolineato. Il testo del Libro di Rut è breve,
quattro capitoli per un totale di 85 versetti. La sua traduzione
non è complessa; lo stesso rimangono aperti significativi problemi
di interpretazione relativi al genere letterario nel quale il
racconto va inserito per una comprensione corretta delle intenzioni
dell'autore, attraverso le quali sarebbe possibile determinarne fra
l'altro la data di composizione. Occorre aggiungere che la
tradizione ebraica colloca il Libro di Rut, associandolo ai
Proverbi, in una posizione diversa nella sequenza biblica rispetto
a quella adottata dai cristiani che lo inseriscono invece nella
continuità storica, ponendolo quindi dopo i Giudici. In questo modo
viene accolta l'ipotesi della reale esistenza del personaggio
rigettando l'alternativa del racconto morale. La vicenda narrata
nel Libro di Rut è lineare e attraversa fin dall'inizio alcuni
luoghi tipici del racconto biblico. Si tratta essenzialmente di una
storia d'amore. La futura suocera di Rut, Noemi, lascia Israele
insieme al marito a causa di una carestia e va a stabilirsi in
terra di Moab, che altri passi della Scrittura segnalano come
particolarmente ostile al popolo di Dio. Lì Noemi ha due figli che
sposano due donne del luogo, Rut e Orpa.
Ambedue le unioni si rivelano sterili. A seguito alla
morte prematura di tutti i componenti maschili della famiglia, alla
notizia della cessazione della carestia in Israele, Noemi decide di
tornare alla propria città di origine, Betlemme di Giuda. La città
segnala un collegamento non secondario della vicenda di Rut con la
nascita di Gesù. Le due nuore si offrono di accompagnare Noemi, che
tenta di farle desistere sostenendo che per loro non esiste un
futuro insieme a lei. Ha successo solo con Orpa. Rut rimane sulle
sue decisioni e le conferma con parole nette: «Dove andrai tu andrò
anch'io; dove ti fermerai mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio
popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio; dove morirai tu, morirò io e
vi sarò sepolta» (Rt 1, 16-17). Una scelta radicale e definitiva,
una dichiarazione di piena disponibilità con la quale si chiude
l'antefatto della storia vera e propria, che si svolge a Betlemme
di Giuda. Lì la giovane ma non più giovanissima Rut per vivere e
dare da mangiare anche alla suocera, va a spigolare nel campo di
Booz, che la nota non per la sua avvenenza quanto per l'impegno che
mette nel lavoro. L'uomo manifesta in diversi modi il suo benvolere
per la donna, che racconta a Noemi quanto sta accadendo, di quali
attenzioni sia oggetto. Si viene allora a scoprire che fra Booz e
Noemi esiste una parentela. Tale legame familiare potrebbe far
scattare una serie di norme, sul contenuto delle quali gli esegeti
hanno dibattuto a lungo, la cui applicazione potrebbe portare
persino a un matrimonio fra Rut e Booz. Inizia qui la parte più
controversa del libro. Noemi consiglia a Rut di farsi bella,
truccandosi e indossando gli abiti migliori, e di andare nell'aia
di Booz la notte, mentre sono in corso i festeggiamenti per il
raccolto. Dopo aver aspettato che il padrone si sia ritirato al
termine di abbondanti libagioni, che ne abbiano attenuato la
lucidità, Rut deve accostarsi a lui e cogliere l'occasione per
«scoprirgli i piedi ». La formula nasconde appena un riferimento
sessuale. Rut sembra ubbidire anche questa volta alla suocera, solo
che l'incontro notturno con Booz non ha il tono furtivo e quasi
lascivo che sembra prepararsi. Raggiunto l'uomo, Rut non cerca di
sedurlo contando sulla sua ebrezza, peraltro relativa. Al contrario
dichiara la propria identità e l'intenzione di sollecitare la sua
benevolenza in vista di una stabilizzazione del loro rapporto
parentale. Booz è affascinato dalla schiettezza della donna e
decide di sposarla, dopo aver ottemperato ai complessi doveri
giuridici che tale decisione comporta. Questa volta le nozze di Rut
si rivelano feconde, nasce un figlio, Obed, che nella genealogia
conclusiva del libro si rivela essere il padre di Iesse e quindi il
nonno di re David. Nel Libro di Rut i riferimenti all'attività di
Dio sono discreti, ma costanti.
Il suo agire non appare mai in piena evidenza, con
interventi che sconvolgono le situazioni esistenti, ugualmente i
protagonisti sono sempre consapevoli della sua presenza; quello che
fanno è riferito al Signore, del quale riconoscono la potenza e la
giustizia, mentre ne chiedono la benedizione. Negli 87 versetti del
libro il nome di Dio, in forme diverse, ricorre 22 volte. Al suo
arrivo a Betlemme di Giuda Noemi racconta come sia stato il Signore
ad averle inflitto «grande amarezza» (Rt 1,20), avendo
«testimoniato contro di lei» (Rt 1,21). Allo stesso modo sono le
donne della città a complimentarsi con lei per il felice esito
della visitazione, cenda con le parole: «Benedetto il Signore, il
quale oggi non ti ha fatto mancare un riscattatore » (Rt 4,14).
Nella visione dell'autore del Libro di Rut l'agire umano e quello
divino procedono dunque paralleli. La libertà di uomini e donne non
è intaccata e loro restano responsabili delle loro opere in un
mondo che però è regolato in ogni sua parte dalla volontà divina. È
Rut con il suo lavoro, con la sua forza di carattere e con la sua
sincerità a indurre Booz a farne la propria moglie, come è
quest'ultimo a risolvere con rettitudine le questioni legali
connesse al matrimonio.
Tutto si svolge però all'interno della solida cornice
della potenza e dell'amore di Dio, dei quali Rut e Booz sono
consapevoli e ai quali si sforzano di adeguarsi con i loro
comportamenti. Proprio nella descrizione dell'integrarsi del grande
progetto divino con quelli personali e limitati dei singoli uomini
e delle singole donne il Libro di Rut risulta di particolare
efficacia. Come accennato gli interpreti moder ni hanno discusso a
lungo su quale sia il genere letterario al quale il Libro di Rut
appartiene e persino su chi ne debba essere considerata la vera
protagonista, se Rut o Noemi. Riguardo alla seconda questione, per
il senso che essa può avere in relazione a un testo risalente a
oltre duemila anni or sono, l'indicazione di Rut nel titolo del
libro dovrebbe essere sufficiente a fugare ogni dubbio in merito
alle intenzioni degli estensori e di quanti ne hanno garantito la
trasmissione. La ricchezza di tracce del Libro di Rut negli scritti
ritrovati nelle grotte di Qunram ha confermato l'importanza che a
esso veniva attribuita nella tradizione giudaica antica. Sul genere
letterario invece dovremo rimanere nel dubbio, soprattutto per la
difficoltà che abbiamo ad applicare a un testo così antico
categorie cognitive che ci sono proprie. Contrapporre un testo
storico a un racconto edificante è operazione moderna, che confina
con lo sforzo di riconoscere appieno le modalità di ricezione da
parte degli antichi di testi letterari fondativi come
l'Iliade e l'Odissea. All'interno di questo
problema si colloca una delle questioni centrali del racconto,
ossia la nazionalità non ebraica di Rut. L'eroina viene
ripetutamente indicata come moabita, originaria di Moab, una
regione confinante con Israele e come si è detto tradizionalmente
ostile a esso per motivi che comprendono l'ambito religioso. Nel
Deuteronomio, dove vengono fissate le leggi fondamentali del popolo
ebraico, nei confronti dei moabiti sono usate parole durissime,
almeno in apparenza definitive: «L'Ammonita e il Moabita non
entreranno nella comunità del Signore; nessuno dei loro
discendenti, neppure alla decima generazione, entrerà nella
comunità del Signore» (Dt 23,4). Un passo dei Numeri fornisce una
spiegazione di questo divieto: «Israele si stabilì a Sittim e il
popolo cominciò a trescare con le figlie di Moab. Esse invitarono
il popolo ai sacrifici offerti ai loro dei, il popolo mangiò e si
prostrò davanti ai loro dei» (Nm 25,1-2). La moabita è dunque nella
Torah la straniera che induce al tradimento del Dio di Israele, per
la quale non sembra valere l'ammonimento del Deoteronomio «Amate
dunque il forestiero, perché anche voi foste forestieri nel paese
d'Egitto» (Dt 10,19). Uno dei problemi centrali del Libro di Rut,
della sua interpretazione e persino della sua da tazione, sta
dunque in questo: nell'individuazione del messaggio che esso
intende comunicare riguardo allo straniero. La questione ha grande
importanza nella storia di Israele e delle sue molteplici
rifondazioni, fra le quali spicca quella successiva al ritorno
dall'esilio babilonese, e ne ha se possibile una ancora maggiore in
quella del cristianesimo, quando si posero gli interrogativi
relativi al suo rapporto di continuità con l'ebraismo e alla sua
possibile apertura nei confronti dei gentili. Quella di Rut è
infatti una storia di perfezione collocata al di fuori del retaggio
di Israele, che riecheggia la figura di Melchisedek, il sacerdote
del Dio altissimo che benedice Abramo nel momento fondativo di
Israele stesso, in Genesi 14,17-20. I filologi sottolineano che Rut
viene definita con il termine hayil. Si tratta di una
parola che ricorre oltre duecento volte nella Bibbia, sempre a
indicare la forza e la capacità militare degli uomini. L'unica
volta che il termine è associato a una figura femminile è nel Libro
di Rut; l'eroina non viene presentata come bella, al contrario a
esempio di Ester della quale viene esaltato il fascino; le qualità
di Rut sono morali, di determinazione e di fedeltà, di dedizione e
questo accresce il suo valore esemplare.
Nella tradizione cristiana si è quindi affermata la
considerazione del Libro di Rut come rappresentazione dell'intera
storia della salvezza, guidata da Dio ma compiuta con la
collaborazione delle donne e degli uomini. Matteo sembra avvertire
fin dall'inizio del suo vangelo che a tale opera di salvezza i
gentili non partecipano come ultimi arrivati, ospiti di una storia
altrui, ma in quanto protagonisti essenziali della sua formazione,
attraverso passaggi decisivi. Il progetto di Dio riguarda tutta
l'umanità, senza distinzione. L'esistenza stessa di re David e
della tradizione che ne discende fino al Cristo dipende dalla
fedeltà e dall'abnegazione di una semplice spigolatrice moabita.
Davanti a Dio la storia dell'umanità non è quella dei potenti. Le
modalità dell'incarnazione di Gesù non sono una novità nel suo modo
di considerare donne e uomini, rappresentano piuttosto una conferma
della sua attenzione puntuale al destino di ciascuno di noi. Nei
nostri presepi non stonerebbe la presenza discreta di Rut la
moabita.
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