Il Dandy che sapeva raccontare Dio
di Marco Vallora
[27 dicembre 2011]
Possiamo anche permetterci di non sapere più chi è stato Luigi
XIII, il Re di Francia invasore d'una Lorena (che non era Francia,
allora, ma semmai contesa contrada, anche artistica, tra Francia e
Renania, Italia e Paesi Bassi) nevralgica enclave appetita
dall'Impero, straziata da guerre, carestie, epidemie, e che noi
potremmo immaginare oggi come uno di quei campi di battaglia
dilaniati da violenze, sangue, alabarde e smembramenti,
minuziosamente raccontati da Jacques Callot, sodale di de La Tour.
Accanto al meraviglioso incisore lambiccato Bellange (forse suo
maestro) in quella misteriosa Lunéville che ci appare, alla
distanza, come una cittadina benedetta o stregata dalla fantasia
visionaria della pittura secentesca.
Allora, chi fosse Luigi XIII, pazienza, ma certo un
gesto emblematico e geniale, almeno uno, dobbiamo riconoscerglielo.
Quando ebbe nella propria regale stanza da letto il San
Sebastiano, contorno e fulminato, dell'ex nemico-lorenese de
La Tour, commissionatogli durante la terribile peste del 1633, non
solo si disse finalmente appagato, ma volle che tutte le altre tele
precedentemente accaparrate e convogliate in quella sala, chissà a
quale prezzo di violenza e ruberie, lasciassero mogie in
processione le sue sale, per far trionfare un unico vincitore e
permettergli un solo, luminoso e numinoso, confronto, intimo e
assoluto, esclusivo, con quella luce fioca e incandescente e
crudemente crepuscolare del santo militare-martire, perseguitato e
trafitto, d'innanzi al suo tirannico cospetto. Manzoniana
autocritica penitente? Non siamo moralisti. Anche il pittore (a
scorno della sua pittura magnificamente pietistica e impregnata di
misticismo francescano) non pare certo fosse «uno stinco di santo»,
anzi, nevrotico, dispotico, feroce in famiglia e scapestrato, non
meno dei proverbiali Cellini o Schedoni, Salvator Rosa o
Caravaggio. È curioso che d'un pittore di cui dovremo presto
riconoscere e ammirare (in ginocchio) l'arte sublime d'evocare una
serenissima pax divina in terra («Dio tra gli uomini», ha
detto benissimo e semplicemente lo Chandelar, a proposito di
quell'assente, trasognato ma intensissimo bambinello infagottato,
che sogna forse d'essere Cristo, ma è ancora felice d'essere un
neonato poppante in terra, appagato come un Luigi XII
collezionista), ebbene un pittore così rasserenante (e dal
pacificato caravaggismo, invece gridato e convulso, dei suoi
contemporanei) sia poi stato nella vita un manigoldo brutale,
capace di «rendersi odioso alla città» e di ostentare un dandismo
sprezzante, tra levrieri e privilegi, come un D'Annunzio di terzo
livello. «O come se fosse lui il signore del luogo, e spinge le
lepri nel grano degli altri e lo guasta». Curioso, salvo
testimonianze forensi di proteste cittadine, non abbiamo quasi
nessun al- tro documento su di lui (è stato in Italia? Ha visitato
Roma? O ha frequentato solo il caravaggismo di ritorno, nelle
contrade nordiche olandesi devote al dettaglio? Ma è possibile
allora che non abbia mai sentito la necessità di proporre una
natura morta, lui così perfetto nell'illuminare scabri dettagli
simbolici nelle sue scene sacre? Si vedano gli oggetti di falegname
del vecchio San Giuseppe in mostra, o quella vivida ciotola di
terracotta, che la modesta pastora porta in dono, quasi fosse un
mago proletario). I non pochi attenti studiosi dediti a de La Tour
si scannano ancora, su questi pur decisi vi dettagli, alcuni ne
sono morti, come il valente Jacques Thuillier, cui il grande
studioso (e riscopritore di sue opere disattese) Pierre Rosenberg
dedica un affettuoso saggio di riepilogo in catalogo, un catalogo
denso d'interventi, nonostante la sobria presenza di due soli
quadri - L'adorazione dei pastori e San Giuseppe
Falegname - inviati dal Louvre al sindacoso Palazzo Marino di
Milano. E nonostante lo stesso Rosenberg fulmini, nel suo
intervento, tutti i recenti cataloghi «in declino», pletorica
raccolta superflua di saggi «più o meno interessanti, troppo spesso
inutili o fuori tema».
Realtà che questo denso catalogo cerca di evitare.
Esemplare del resto, e non è una sorpresa, l'intervento di Anna
Ottani Cavina, che già gli aveva dedicato, in anni pionieristici,
un importante saggio di coraggiosa accoglienza, nei Maestri del
Colore, studiando questo vertice «astraente e intellettualistico
del Seicento francese» e oggi riuscendo a rileggere, con occhi
sgombri, scene «che acquistano sacralità e altissima temperatura
spirituale» dipingendo soltanto «l'inazione, il silenzio, il vuoto,
talvolta» (e magari due tratti nudi di rosso, che fan pensare alle
ascisse craquelé di Mondrian). Certo, è paradossale dover veder in
coda, e pressati, e travolti delle opere così intime e raccolte e
sospese, come questi due capolavori del «poeta del silenzio», tra
commenti e spieghe sommarie. Il San Giuseppe operaio al
succhiello, che sarchia una profondità di croce, stanco, piegato,
piagato di vecchiaia varicosa, visitato nella bottega dal suo
semplice, angelicato figliolo, galleggiante nella notte, stranita
da un ovattato, rumoroso silenzio (e reso più etereo, asessuato,
immateriale, da quella luce di semplice pan cotto della candela,
che in controluce radiografa i suoi ditini, non proprio immacolati.
E che sguardo consapevole e segreto e tremebondo il vecchio padre
putativo getta, di soppiatto, verso quella fonte di calore, che sa
poterlo scaldare ancora per poco e che illumina un temibile
prossimo futuro più che dolente). Oppure quell'intangibile
bambinello, che un poco russa soave, «senza ciglia, la fronte
bombata», osservava Taine, credendolo Le Nain, imprigionato
dall'attenzione tesa e pregna di preoccupazione d'un gruppo di
pastori solidali, e solo il tremulo agnellino ha il coraggio di
avvicinare il suo muso, per sottrarre un filo di erba, senza sapere
ancora d'esser divenuto mistico, «quello» pasquale.
Georges de La Tour a Milano, Palazzo Marino, fino all'8
gennaio 2012
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