Le Beatitudini secondo Tolstoj
di Sandra Petrignani
[27 dicembre 2011]
"A Natale regalate un libro". Ripetiamo volentieri anche noi
questo spot pubblicitario. Ma il punto è: quale libro? Troppo
facile precipitarsi in libreria all'ultimo momento afferrando
l'ennesima proposta del marketing editoriale, i soliti primi in
classifica, l'ultima riflessione giornalistica sui danni della
politica, la mortifera eleborazione preelettorale del deputato o
del sindaco, l'inutile ma tanto glamourous manuale di cucina.
Facciamo uno sforzo e regaliamo un libro utile, nel senso un grande
libro, uno di quei libri che possono davvero cambiare la vita, la
testa, il cuore delle persone e che si danno per scontati, già
letti, stranoti. Salvo poi entrare in una classe, magari di liceo
classico o di un qualsiasi corso di scrittura affollato di laureati
a spasso, e scoprire che: «Tolstoj? Chi era costui? Ah, sì, uno che
ho letto da piccolo e che ha scritto una storia su una tizia che si
buttava sotto a un treno…».
E allora cominciamo proprio da lui, dal più grande fra
i grandi. Magari, visto che siamo a Natale, saltando d'un balzo la
Karenina e Guerra e pace, per proporre un piccolo
non tanto noto titolo, Il vangelo di Tolstoj (Quattroventi
edizioni: sarà complicato trovarlo, ma senza un po' di sacrificio
che regalo natalizio è?), autentico manifesto della nonviolenza,
annuncio di liberazione non in attesa del mondo soprannaturale, ma
molto terrena. È la riflessione, partendo dalle Beatitudini e dal
Discorso della montagna, «dalle perle» dei Vangeli cristiani
epurati dalle contaminazioni, su un modo diverso di concepire la
vita e politica. Un libro durissimo contro il ruolo della Chiesa e
le manipolazioni degli Stati, il libro di un uomo, uno scrittore,
un pensatore, un essere tormentato, che cerca nel superiore
insegnamento di un altro uomo, Gesù Cristo, il segreto di una
convivenza umana possibile e degna. Ho l'impressione che,
nonostante il parlare che se n'è fatto in relazione a una nuova
«rivoluzionaria» traduzione, quella di Renata Colorni che ha svolto
un lavoro certosino di precisione fino a cambiare il titolo
dell'opera monumento di Thomas Mann, La montagna magica
(Meridiani Mondadori), ho proprio l'impressione, dicevo, che pochi
si siano applicati a leggere o rileggere questo capolavoro della
letteratura mondiale. Qualcuno (io fra questi) pur accettando le
spiegazioni inoppugnabili di Colorni sui cambiamenti, si sarà
addolorato a dover dire addio a quel titolo tanto musicale e
fascinoso (La montagna incantata), i più fortunati che
sanno il tedesco la leggano assolutamente in originale. Gli altri,
se non vogliono spendere tanto, riusciranno a trovarla ancora (per
esempio in Internet: ho controllato) nella vecchia dignitosissima
edizione (traduzione di Ervino Pocar) Corbaccio. Ma insomma
regalate (soprattutto ai giovani) questo romanzo epocale in cui il
protagonista Hans Castorp, nel protet- to universo di un sanatorio
fra le montagne, passa attraverso varie iniziazioni per trovare un
suo (precario) equilibrio. Ve lo spiego con le stesse parole di
Mann, quando nel '39, andò a raccontare la sua opera agli studenti
di Princeton: «Fate il favore di leggere il libro sotto questo
angolo di visuale: troverete allora che cosa sia il Graal, il
sapere, l'iniziazione, quel "supremo" che non solo l'ingenuo
protagonista, ma anche il libro stesso va cercando». Anche con meno
ambizioni lo si può leggere semplicemente per farsi attraversare
per sempre dalla potenza di certe immagini: una per tutte,
l'ingresso nella sala da pranzo del sanatorio di madame Chauchat,
la seduttiva signora che strega Castorp, ogni volta lasciando che
la porta a vetri sbatta dietro di lei a sottolineare il suo arrivo.
Quello sbattere, come una musica grandiosa, risuonerà indelebile
nelle vostre teste rendendo comprensibile, senza bisogno di
spiegazione alcuna, cosa sia la grande letteratura. Col titolo
Autobiografia che può trarre in in inganno, Adelphi
ripubblica in un unico volume curato da Luigi Reitani, i cinque
romanzi autobiografici dell'austriaco Thomas Bernhard, tutti
relativi alla giovinezza e pubblicati in anni diversi:
L'origine (Un accenno) del 1975, La cantina (Una via
di scampo) del '76, Il respiro (Una decisione) del
'78, Il freddo (Una segregazione) dell'81, Un
bambino dell'82. Cito quest'opera per l'attualità della
ristampa, ma di un autore come Bernhard si può leggere qualsiasi
libro senza pericolo di sbagliare. È identico a se stesso sempre,
la potenza della sua voce inesorabile (come la mancanza di a capo e
di capitoli), il respiro avvolgente del suo dire senza pause, la
visione della vita e dell'uomo che illumina il buio, e solo quello,
l'«ombra» junghiana insomma, odio, rancore, senso di umiliazione e
sarcasmo che mai alleggerisce la tensione, ma di più la scandisce e
precisa, ne fanno un autore unico e gigante, meravigliosamente
letterario eppure impastato di verità assoluta. Eppure è lui il
primo ad avvertire (nella Cantina): «Per tutta la vi vita
ho sempre voluto dire la verità, anche se ora so che erano
menzogne».
Farò un'unica deroga al principio che mi sono data di
andare sul classico, per così dire, per segnalarvi il libro di un
autore italiano, Osvaldo Guerrieri, dedicato a una città,Torino,
attraverso i suoi illustri abitanti. Infatti il volume s'intitola
I torinesi (Neri Pozza) ed è una galleria di personaggi,
da Cavour a Macario, da Francesco Cirio a Helenchen König (la
inventrice della bambolina Lenci), da Gianni Agnelli al magico
Gustavo Adolfo Rol, all'oscuro fenomenale barone Marcel Bich a
tantissimi altri. Tanti racconti leggeri e sorprendenti su glorie
nazionali che abbiamo in tanti casi colpevolmente dimenticato e che
ricostruiscono la storia di una città e in parte di tutta l'Italia.
Anzi, ci sono pagine in questo libro che aiutano concretamente a
capire da dove veniamo e che cosa possiamo forse tornare a
essere.Voglio citare l'autore che traccia il ritratto di un suo
personaggio: «Bich è stato l'uomo che ha rivoluzionato il XX secolo
in silenzio, senza enfasi, tenendo lontani i giornalisti, i
banchieri, i tecnocrati, i quali, ciascuno a proprio modo,
avrebbero voluto ficcare il naso e allungare le mani su quel
laboratorio di Clichy, appena fuori Parigi, dove fu creata la penna
che ha cambiato il modo di scrivere dell'umanità e,
successivamente, il rasoio e l'accendino che avevano nella formula
"usa e getta"la propria irrinunciabile caratteristica». Peccato che
fosse emigrato in Francia!
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