Cronache di liberal

Nessuno può garantire  

il successo in guerra,

si può solo meritarlo

Winston Churchill



 

 



 

 



 

 



 



 

 



 

 





 

 



 

 



 

 



 

 



 

 

 

 





 



 



 

 



 

 



 

 



 

 



 

 



 

 



 

 



 



 

 



 

 



 

 



 

 



 



 



 



 

 





















 

 

Quel filosofo di Charlie Brown

di Pier Mario Fasanotti [17 dicembre 2011]

Anche quest'anno i dati con segno meno indicano gli italiani come mancati o parziali lettori. Notizia strana ma vera: leggono in media nove libri l'anno, tre volte più della media, i non vedenti e gli ipovedenti (dati dell'Associazione Editori). Se un Paese vuol progredire deve percorrere la strada dell'inchiostro: che non è da fakiri, anzi può essere molto divertente. Come sempre, le festività natalizie potrebbero essere occasione di un buon recupero, o semplicemente di una scoperta. Qui di seguito alcune segnalazioni librarie, necessariamente arbitrarie e dolorosamente monche.

Oltre il mare. Intenso, elegante e va diritto alle corde del cuore (e della Storia). Il romanzo di Margaret Mazzantini, già misuratasi con Venuto al mondo (Mondadori), ambientato nello strazio di Sarajevo, in Mare al mattino (Einaudi, 12,00 euro) racconta di un'altra frattura geografica che è anche ponte, ossia lo spazio acquoso che separa la Libia dall'Italia. Jamila è la madre ragazzina di Farid, decisa ad affrontare «l'inferno » del viaggio per lasciare l'orrore della guerra. Rassicura il figlio, cresciuto nel rossore polveroso del deserto, che il viaggio sull'acqua «dura una ninnananna». È la vita, la vita normale, che lo esige. Ci vuole l'altra sponda, quella siciliana. La giovane madre ha visto quel troppo che rischia di scardinare o annullare per sempre l'idea stessa di essere libero. Chi muore, chi grida, chi viene defraudato nell'intimo e nel corpo è «umanità deportata come bestiame ». Pochi chilometri di acqua, ripete a sé e al figlio, consapevole di non dire la verità. E allora il suo essere femmina che ha partorito la spinge al più doloroso ed estremo dei desideri, ovvero che Farid muoia per primo. Sì, proprio quel bambino che ha in mente i datteri, i pistacchi, la gazzella che mangiava dalla sua mano. Mazzantini affronta il tema delle migrazioni, delle separazioni: in primo piano l'irrisolto problema della dignità umana.

Ritratto con parole. Un altro autore che spesso è stato bollato come ammiccante e furbo è Alessandro Baricco. Lui lo sa bene, ne ride, ma non altera mai il suo stile. Il suo romanzo MrGwyn (Feltrinelli, 14,00 euro), ambientato a Londra, è di altissima leggibilità ma anche sottile e raffinato. Il protagonista, Gwyn appunto, è un romanziere di successo e molto versatile che un giorno scrive una lettera al Guardian elencando le 52 cose che smetterà di fare. Tra queste c'è la scrittura. Si accorge però che il vuoto professionale è doloroso per la mancanza di ciò che era ormai diventato un rituale esistenziale: mettere in fila le parole. In occasione di una visita in una galleria d'arte, s'inventa il mestiere di copista. Affitta un ampio spazio, lo arreda (poco e in modo stravagante) e paga una somma a Rebecca, segretaria del suo agente letterario, perché posi quattro ore il giorno per trenta giorni. Ovviamente nuda, come se lui fosse un pittore. Un azzardo creativo per il nuovo «copista» (così chiama il lavoro che intraprende), che però attraverso impercettibili movimenti del corpo ma soprattutto dell'anima di chi posa (la giovane è grassottella, «radiosa nella sua bellezza senza scopo») e di chi ritrae, smuove qualcosa che va oltre le apparenze. Di più non è da rilevare. Sta di fatto che il lettore è affascinato dalla geniale attenzione verso i particolari e desideroso di inseguire i giorni della «statua vivente» e del «copiatore di gente».

Belli e giovani. In questo romanzo di Luigi Pingitore - Tutta la bellezza deve morire (Hacca, 14,00 euro) - certe frasi fungono da istantanee.«Ma che significa essere io?»; «Che c… è il futuro?»; «Gli altri non capiranno mai». Storia del diciassettenne Pier, che vag a sulla costa campana alla ricerca di Francesca, ma anche del quarantenne che ruba la giovinezza («Io voglio quello che avete voi») e del cinquantenne piegato e piagato dalla morte della figlia. Se decenni fa l'adolescenza era fatta di attese lunghe e di iniziazioni private, oggi le «vibrazioni della vita» scuotono a tal punto che il suicidio diventa equilibrismo tra sfida e rinuncia. L'adolescenza come malattia dalla quale non si guarisce mai? Pier, ossessionato dai versi di Rimbaud, diventa automa di se stesso. Orfano di baricentro. Mentre c'è chi, saltando da una terrazza all'altra, cade e perde «la bellezza»: quella dell'età e quella del mare. Netto il taglio generazionale. Dal gruppo musicale Almamegretta la sintesi: «...nuje nun simmo cchiù chille 'e vinte anne fa - nun è 'a nustalgia ca me fa parlà - mmiezo 'e mura antiche, mmiezo 'e prete 'e sta città - chello che è stato è stato, chesta è 'a modernità». L'autore indugia sulle esitazioni dei ragazzi che rabbrividiscono all'idea del futuro: «... bellissimo guardare il tremolio dell'aria … e pensare che tra un attimo arriverà un po'di vento... tutta la vita non si riduce che a istanti così». Immobili. Rifiutare senza rinunciare. Ma c'è anche la folata della morte.

Signorine perbene. Franca Valeri e Luciana Littizzetto a confronto sulle donne giovani, tra grandi verità e amabili sorrisi in L'educazione delle fanciulle (Einaudi, 10,00 euro). Franca: «Una delle conquiste della donna moderna è la soppressione del sogno. A occhi aperti (anche se lui essendo di materia insondabile si può insinuare a tradimento in quelli a occhi chiusi). Insomma, gli uomini sono quelli che vedi e basta. Non è necessariamente una bella razza, ce ne sono di brutti anche tra i calciatori e gli attori di fiction. Molte hanno altre idee; sono "gli uomini", nel caso fossero necessari ». Luciana: «In passato ci sono stati uomini che mi hanno provocato delle accelerazioni del cuore, uno tsunami di serotonina che non sapevo controllare né dire da dove provenisse, da che cosa dipendesse, se dagli ormoni o da quello che lui diceva. Però dentro il cuore sapevo che non sarebbe durata perché erano cose troppo di pancia, di budello gentile». Franca: «… non ap- prezzo l'atteggiamento delle donne: la libertà anche sessuale non comporta l'esibizione. Fanno troppo chiasso. Se prima l'uomo era troppo padrone, adesso le lascia fare troppo. Non ha mai saputo avere un giusto equilibrio». Luciana: «E infatti oggi c'è questo grande sviluppo dei divorzi, che poi sono la diretta conseguenza del matrimoni. Ma forse è anche che oggi ci sono troppe pretese. Mia nonna diceva: "Tuca basè la cavagna", occorre abbassare il cesto, cioè le pretese».

Ciao Charlie. Peanuts significa letteralmente noccioline. Nacque come fumetto giornaliero. Scritto e illustrato da Charles Monroe Schulz. Durò dall'ottobre 1950 al febbraio 2000 (anno della morte dell'autore). Le strisce furono pubblicate in oltre 2600 giornali, con un bacino di 355 milioni di lettori in 75 Paesi nel mondo. Nel 1999 Schulz decise di smettere di disegnare le strisce dei Peanuts, che pertanto si interruppero, secondo l'esplicita volontà dell'autore di non volere eredi che continuassero la serie. Schultz non volle mai un assistente. Nel suo cast iniziale comparivano solo Charlie Brown, Shermy, Patty e il brachetto Snoopy. Tratto principale di Charlie Brown è la sua testardaggine: non riesce mai a vincere una partita, ma continua a giocare a baseball; non riesce mai a far volare un aquilone, ma continua a provarci. Per qualcuno è l'esempio della determinazione a cercare di fare del proprio meglio contro ogni ostacolo. Qualche piccolo successo lo ottiene tuttavia, malgrado l'evidente complesso d'inferiorità. S'innamora d'una ragazzina con i capelli rossi, alla quale non rivela mai i suoi sentimenti, per timidezza. Durante un campeggio ha una brevissima love story con Peggy.Appena la incontra si confonde e dice di chiamarsi Browny Charles. Conseguenza: tutte le lettere che la ragazza gli manda svaniscono. Sally, raccogliendo la posta e non conoscendo quel nome, non dà le lettere al fratello. Perduto amore, quindi. (Nel Grande libro dei Peanuts, Dalai, 42,00 euro).

 Poeta e matto. Non potevano che irritarsi gli estimatori di Dino Campana, che per anni fu costretto in manicomio con la diagnosi di «psicopatico grave». Umberto Saba disse di lui: «Era matto e solo matto, è stato scambiato da molti per un vero poeta». Come si evince da Lettere di un povero diavolo (Polistampa, 30,00 euro) Campana scriveva lettere sprezzanti. Detestava Palazzeschi, per esempio. In una missiva alla rivista Lacerba invitò Giovanni Papini a licenziare l'intera redazione: «Il vostro giornale è monotono, molto monotono: l'immancabile Palazzeschi, il fatale Soffici». Secondo Campana occorreva chiedere scritti a quel genio che era Marinetti. E rincarò la dose: «La vostra speranza sia: fondare l'alta coltura italiana. Fondarla sul violento groviglio delle forze delle città elettriche, sul groviglio delle selvagge anime del popolo, del vero popolo, non di una massa di lecchini, finocchi, camerieri, cantastorie, saltimbanchi, giornalisti e filosofi come siete a Firenze». Insomma una buona parola per tutti da parte di un uomo sulla cui vita molti si sono interrogati, da psichiatri a scrittori (per esempio Sebastiano Vassalli in La notte della cometa, Einaudi).    

 

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