Addio Mino. Nel ’94 avevi ragione tu
di Ferdinando Adornato
[06 settembre 2011]
Mi capita spesso, osservando l'Italia di oggi, di tornare con la
mente a quel luogo comune leopardiano che i critici hanno definito
«renitenza al fato». La disperata, quasi impotente, lotta dell'uomo
contro la tirannia del caso. Non c'è causa terrena, secondo
Leopardi, che non sia destinata allo scacco. Eppure,
paradossalmente, proprio la lucida consapevolezza dell'inanità di
ogni nostro sforzo, rende ancora più evidente la necessità e la
bellezza della battaglia, della resistenza, della "renitenza"
umana, appunto, contro la natura (immodificabile) della storia. La
speranza, insomma, si autogiustifica, vale in sé, pur se
inesorabilmente vana. Mino Martinazzoli non era leopardiano.
Piuttosto manzoniano. Al solitario silenzio della "ginestra"
preferiva l'operoso rumore delle filande di Lucia e Renzo. Perciò
sicuramente mi rimprovererebbe per questo accostamento. Eppure quel
signore allampanato, folgorante nei suoi aforismi, motivato da un
irrefrenabile umorismo, volutamente nascosto dietro un artificiale
schermo di cupezza (solo il superficialismo giornalistico ha potuto
immaginarlo davvero triste), ebbene a me quel signore dalla faccia
scolpita nella roccia è sempre apparso come un eroico prototipo
della "renitenza al fato". Ogni suo comportamento politico, ogni
giudizio morale, perfino ogni atteggiamento mentale, era dominato
da una radicale diffidenza che nella vita pubblica ci fosse ancora
spazio per il Giusto e per il Bene (per non parlare del Bello) ma,
insieme, dalla testarda volontà di affermarne comunque le ragioni,
di denunciarne la latitanza, di gridarne l'insostituibilità.
Mino non navigava volentieri nella modernità. Rifiutava
l'aereo, odiava la volgarità della tv (quindi la tv), detestava
ogni moda futurista. Il suo illuminismo lo rendeva idiosincratico
sicuramente verso ogni populismo ma anche verso ogni comoda (e
ipocrita) ricerca di "popolarità". Di contro il suo liberalismo gli
imponeva una ferma, razionale tolleranza verso ogni manifestazione
del "reale". Lasciava poi alla sua intelligenza, nella quale
nutriva (a ragione) una fede smisurata, di gestire la
contraddizione. Ricordo la prima lunga chiacchierata che ebbi il
privilegio di condividere con lui nel suo ufficio di segretario
della Dc. Era l'inizio del 1994, forse la fine del 1993. Io,
determinato modernista, referendario, promotore di Alleanza
Democratica, cercavo di convincerlo ad "andare oltre"gli schemi
della Prima Repubblica, ad oltrepassare, con un atto di volontà, il
destino della storia. Lui capiva, apprezzava, annuiva. Ma mi gelò
con un paradosso: «Forse hai ragione, ma mi chiedo se io oggi non
mi trovi nella stessa situazione dei reduci di Salò. Cioè non posso
che restare fermo sulla mia storia. Non posso che testimoniarne,
fino all'ultimo, le ragioni». Eccola, la renitenza al fato.
Martinazzoli sapeva che, con tutta probabilità, la sua causa era
ormai destinata allo scacco. Ma proprio in questo trovava il motivo
per continuare, nel suo nome, a battersi. Nella profondità della
storia rintracciava la luce per opporsi all'effimera parabola della
cosiddetta rivoluzione italiana. Accettava, forse cercava, una
sconfitta annunciata, pur di testimoniare le ragioni di una
scommessa molto più grande e impegnativa di un risultato
elettorale.
Da allora ci siamo frequentati con assiduità. Cercando
insieme ironia e intelligenza. Molto del mio approdo al
cattolicesimo liberale lo devo a lui. Eppure una cosa non gli ho
mai detto (anche se credo lui l'avesse capita). Non gli ho detto
che nel '94 aveva ragione lui. Quella sua renitenza al fato,
culminata in una débâcle, oggi torna di nuovo a parlare alla
storia. Sì, in questi anni è stata più volte e da più parti
contestata. Ah, se Martinazzoli avesse... Ah, se Martinazzoli non
avesse... Ed egli è stato descritto come il curatore fallimentare
di una Dc che, però, non era certo stato lui a condurre al
fallimento... Ne ha sofferto. Eppure oggi, chi volesse portare
l'Italia oltre le rutilanti illusioni della Seconda Repubblica, non
potrebbe che attingere a quei profondi pozzi della storia che Mino,
assieme a tanti altri, non ha mai voluto disseccare. In una
Repubblica, ormai resa di cartapesta, per risorgere non possiamo
che scavare, con la testa e con le mani, dentro quei valori mai
traditi da Martinazzoli. Con la stessa testardaggine. E, se
possibile, con la stessa ironia.
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