Cronache di liberal

Nessuno può garantire  

il successo in guerra,

si può solo meritarlo

Winston Churchill



 

 



 

 



 

 



 



 

 



 

 





 

 



 

 



 

 



 

 



 

 

 

 





 



 



 

 



 

 



 

 



 

 



 

 



 

 



 

 



 



 

 



 

 



 

 



 

 



 



 



 



 

 





















 

 

Compartecipazione

di Rocco Buttiglione [20 luglio 2011]

I mercati sono in tempesta e la manovra italiana è già stata bocciata. Il differenziale fra il rendimento del debito pubblico italiano e quello tedesco è rimasto inalterato e si colloca circa a 3.3 punti. Questo vuol dire che lo Stato italiano paga sui propri debiti più del doppio di quello che lo Stato tedesco paga sui propri. Il primo interesse dell'Italia è ridurre l'ammontare degli interessi che paga sul suo debito e questo si ottiene diminuendo la quantità del debito e anche (soprattutto) diminuendo il tasso di interesse che paghiamo sul debito. E questo ci riporta al tema della fiducia dei mercati. Perché i mercati non si fidano dell'Italia? Il debito pubblico italiano è molto elevato, ma questa non è una novità. Negli ultimi anni, anzi, il nostro debito è cresciuto meno di quello medio europeo. La differenza fra il nostro debito pubblico e quello degli altri paesi dell'area euro non è aumentata, anzi è diminuita. La crisi attuale non è il risultato (con l'eccezione della Grecia) di un eccesso di debito pubblico ma di un eccesso di debito privato di cui lo Stato ha dovuto farsi carico. L'Italia non ha un eccesso di debito privato e le banche italiane sono più solide di quelle dei nostri vicini.Perché allora la speculazione si accanisce sull'Italia? Le ragioni sono due, una di lungo periodo e l'altra di breve.

Nel breve periodo i mercati non si fidano di Berlusconi. Non si fidano per ragioni di carattere generale che non sto a ripetere ma anche per errori recenti. Dopo le elezioni locali Berlusconi ha detto chiaramente di voler diminuire le tasse per riguadagnare il consenso perduto. Questo ha allarmato e irritato i mercati che hanno visto compromessa la politica di rigore impersonata da Tremonti. Rispetto a quella posizione in realtà Berlusconi non ha fatto passi indietro. Nei momenti più difficili ha taciuto e ha lasciato fare il Capo dello Stato secondato da Tremonti e Letta. In questo modo forse conserva un residuo contatto con il suo elettorato di riferimento ma compromette la credibilità della manovra agli occhi dei mercati. I mercati sono allarmati anche per un'altra ragione, che io ho tempestivamente segnalato dalle colonne di questo giornale già da diverso tempo. Il paese non cresce e un paese che non cresce nel lungo periodo non può ripagare il suo debito.Abbiamo bisotità gno di affrontare con energia il problema del deficit di produttività dell'Italia. Questo vuol dire ridurre energicamente le spese (e non basterà cancellare gli sprechi) per investire in ricerca e sviluppo, in infrastrutture materiali ed immateriali. E anche per quello che riguarda il debito è necessaria qualche iniziativa straordinaria per riportarlo rapidamente sotto il 100%. Questo non solo diminuirebbe la quan- bisotità di debito su cui si pagano interessi ma soprattutto abbatterebbe drasticamente i tassi di interesse creando i margini necessari per investire pesantemente sullo sviluppo. Per fare tutte queste cose è necessario un governo fortissimo, non ricattabile da parte delle lobbies, capace di fare vere liberalizzazioni: un governo di grande coalizione.

La crisi italiana, naturalmente, si inserisce nel quadro più vasto della crisi europea. La debolezza politica dell'Italia ha attirato contro di noi la speculazione,ma la speculazione non l'ha fatta nascere Berlusconi. Essa è il risultato del sommarsi della crisi greca, della crisi portoghese, della crisi irlandese e della crisi spagnola oltre che della crisi italiana. La prima risposta dell'Unione Europea è stata una rete di salvataggio misurata, anche quantitativamente sulla Grecia, l'Irlanda, il Portogallo e la Spagna. L'Italia è circa un sesto dell'economia europea; non c'è rete di sostegno che basti e se cadesse l'Italia con ogni probabilità cadrebbe anche l'euro. Per questo la speculazione guarda l'Italia con un interesse particolare, perché l'operazione vera è fare saltare l'euro. La responsabilità di agire tocca qui non solo all'Italia ma soprattutto all'Europa. Non facciamoci illusioni: l'iniziativa europea non può liberarci della necessità di affrontare noi i nostri problemi. I nostri sforzi, tuttavia, non avranno successo fuori di una forte e coerente politica dell'unione e, anche, fuori di una iniziativa globale, come globale è la crisi.

Subito dopo il primo crollo dei mercati sono state proposte analisi penetranti ed anche misure difficili ma anche capaci di affrontare i problemi alla radice. Poi non si è fatto nulla e ci si è limitati a rimedi superficiali. Si è parlato di una tassa sulle transazioni bancarie, così lieve da non essere avvertita dagli operatori comuni, abbastanza alta da costituire un ostacolo forte alla raccolta di capitali per operazioni meramente speculative. L'idea è stata proposta da Angela Merkel e da Sarkozy, è stata recepita da Barroso ma poi è stata lasciata dormire. Bisogna riprenderla. Si parlò anche della opportunità di vietare i derivati (cioè i contratti di assicurazione) per rischio altrui. Se fai un mutuo è giusto che ti assicuri, ma non puoi scommettere sul fatto che il tuo vicino non riesca a pagare il mutuo suo. Anche questa idea è stata avanzata e poi abbandonata. Bisogna riprenderla. Molti paesi soffrono della sfiducia dei mercati e pagano tassi di interesse molto elevati, fino al 18 per cento (Grecia). Se si apre un debito pubblico europeo finanziato con eurobond, gli eurobond possono essere comprati dal mercato con tassi di interesse ridotti. Con il ricavato diventa possibile comprare titoli dei paesi in difficoltà. Ci si indebita a poco e si comprano invece titoli che rendono molto di più. L'Unione non mette dei soldi, mette la sua credibilità. Per farlo, però, deve trattare con i singoli stati sulle loro politiche di risanamento di bilancio e sulle loro politiche di sostegno alla competitività. Questo configura una politica economica comune su basi volontarie. A questa politica saranno tenuti in modo più stringente gli stati che chiedono di essere coperti dall'ombrello degli eurobond. Quelli che avranno bisogno di tale copertura godranno di margini di autonomia più ampi. Questi però saranno almeno in parte ristretti proprio perché, per non avere bisogno di sostegni, si sarà comunque obbligati ad adottare politiche virtuose. Tutte le cose dette implicano un rilancio della politica e dell'ideale europeo. Se vogliamo evitare il disastro dell'euro (e dell'intero progetto europeo) dobbiamo prendere il coraggio a due mani ed andare avanti.   

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