Compartecipazione
di Rocco Buttiglione
[20 luglio 2011]
I mercati sono in tempesta e la manovra italiana è già stata
bocciata. Il differenziale fra il rendimento del debito pubblico
italiano e quello tedesco è rimasto inalterato e si colloca circa a
3.3 punti. Questo vuol dire che lo Stato italiano paga sui propri
debiti più del doppio di quello che lo Stato tedesco paga sui
propri. Il primo interesse dell'Italia è ridurre l'ammontare degli
interessi che paga sul suo debito e questo si ottiene diminuendo la
quantità del debito e anche (soprattutto) diminuendo il tasso di
interesse che paghiamo sul debito. E questo ci riporta al tema
della fiducia dei mercati. Perché i mercati non si fidano
dell'Italia? Il debito pubblico italiano è molto elevato, ma questa
non è una novità. Negli ultimi anni, anzi, il nostro debito è
cresciuto meno di quello medio europeo. La differenza fra il nostro
debito pubblico e quello degli altri paesi dell'area euro non è
aumentata, anzi è diminuita. La crisi attuale non è il risultato
(con l'eccezione della Grecia) di un eccesso di debito pubblico ma
di un eccesso di debito privato di cui lo Stato ha dovuto farsi
carico. L'Italia non ha un eccesso di debito privato e le banche
italiane sono più solide di quelle dei nostri vicini.Perché allora
la speculazione si accanisce sull'Italia? Le ragioni sono due, una
di lungo periodo e l'altra di breve.
Nel breve periodo i mercati non si fidano di
Berlusconi. Non si fidano per ragioni di carattere generale che non
sto a ripetere ma anche per errori recenti. Dopo le elezioni locali
Berlusconi ha detto chiaramente di voler diminuire le tasse per
riguadagnare il consenso perduto. Questo ha allarmato e irritato i
mercati che hanno visto compromessa la politica di rigore
impersonata da Tremonti. Rispetto a quella posizione in realtà
Berlusconi non ha fatto passi indietro. Nei momenti più difficili
ha taciuto e ha lasciato fare il Capo dello Stato secondato da
Tremonti e Letta. In questo modo forse conserva un residuo contatto
con il suo elettorato di riferimento ma compromette la credibilità
della manovra agli occhi dei mercati. I mercati sono allarmati
anche per un'altra ragione, che io ho tempestivamente segnalato
dalle colonne di questo giornale già da diverso tempo. Il paese non
cresce e un paese che non cresce nel lungo periodo non può ripagare
il suo debito.Abbiamo bisotità gno di affrontare con energia il
problema del deficit di produttività dell'Italia. Questo vuol dire
ridurre energicamente le spese (e non basterà cancellare gli
sprechi) per investire in ricerca e sviluppo, in infrastrutture
materiali ed immateriali. E anche per quello che riguarda il debito
è necessaria qualche iniziativa straordinaria per riportarlo
rapidamente sotto il 100%. Questo non solo diminuirebbe la quan-
bisotità di debito su cui si pagano interessi ma soprattutto
abbatterebbe drasticamente i tassi di interesse creando i margini
necessari per investire pesantemente sullo sviluppo. Per fare tutte
queste cose è necessario un governo fortissimo, non ricattabile da
parte delle lobbies, capace di fare vere liberalizzazioni: un
governo di grande coalizione.
La crisi italiana, naturalmente, si inserisce nel
quadro più vasto della crisi europea. La debolezza politica
dell'Italia ha attirato contro di noi la speculazione,ma la
speculazione non l'ha fatta nascere Berlusconi. Essa è il risultato
del sommarsi della crisi greca, della crisi portoghese, della crisi
irlandese e della crisi spagnola oltre che della crisi italiana. La
prima risposta dell'Unione Europea è stata una rete di salvataggio
misurata, anche quantitativamente sulla Grecia, l'Irlanda, il
Portogallo e la Spagna. L'Italia è circa un sesto dell'economia
europea; non c'è rete di sostegno che basti e se cadesse l'Italia
con ogni probabilità cadrebbe anche l'euro. Per questo la
speculazione guarda l'Italia con un interesse particolare, perché
l'operazione vera è fare saltare l'euro. La responsabilità di agire
tocca qui non solo all'Italia ma soprattutto all'Europa. Non
facciamoci illusioni: l'iniziativa europea non può liberarci della
necessità di affrontare noi i nostri problemi. I nostri sforzi,
tuttavia, non avranno successo fuori di una forte e coerente
politica dell'unione e, anche, fuori di una iniziativa globale,
come globale è la crisi.
Subito dopo il primo crollo dei mercati sono state
proposte analisi penetranti ed anche misure difficili ma anche
capaci di affrontare i problemi alla radice. Poi non si è fatto
nulla e ci si è limitati a rimedi superficiali. Si è parlato di una
tassa sulle transazioni bancarie, così lieve da non essere
avvertita dagli operatori comuni, abbastanza alta da costituire un
ostacolo forte alla raccolta di capitali per operazioni meramente
speculative. L'idea è stata proposta da Angela Merkel e da Sarkozy,
è stata recepita da Barroso ma poi è stata lasciata dormire.
Bisogna riprenderla. Si parlò anche della opportunità di vietare i
derivati (cioè i contratti di assicurazione) per rischio altrui. Se
fai un mutuo è giusto che ti assicuri, ma non puoi scommettere sul
fatto che il tuo vicino non riesca a pagare il mutuo suo. Anche
questa idea è stata avanzata e poi abbandonata. Bisogna
riprenderla. Molti paesi soffrono della sfiducia dei mercati e
pagano tassi di interesse molto elevati, fino al 18 per cento
(Grecia). Se si apre un debito pubblico europeo finanziato con
eurobond, gli eurobond possono essere comprati dal mercato con
tassi di interesse ridotti. Con il ricavato diventa possibile
comprare titoli dei paesi in difficoltà. Ci si indebita a poco e si
comprano invece titoli che rendono molto di più. L'Unione non mette
dei soldi, mette la sua credibilità. Per farlo, però, deve trattare
con i singoli stati sulle loro politiche di risanamento di bilancio
e sulle loro politiche di sostegno alla competitività. Questo
configura una politica economica comune su basi volontarie. A
questa politica saranno tenuti in modo più stringente gli stati che
chiedono di essere coperti dall'ombrello degli eurobond. Quelli che
avranno bisogno di tale copertura godranno di margini di autonomia
più ampi. Questi però saranno almeno in parte ristretti proprio
perché, per non avere bisogno di sostegni, si sarà comunque
obbligati ad adottare politiche virtuose. Tutte le cose dette
implicano un rilancio della politica e dell'ideale europeo. Se
vogliamo evitare il disastro dell'euro (e dell'intero progetto
europeo) dobbiamo prendere il coraggio a due mani ed andare avanti.
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