Riformatorio Italia
di Savino Pezzotta
[29 giugno 2011]
In questi giorni si fanno molti discorsi, ci si interessa dei
rapporti tra Roberto Maroni e Umberto Bossi, ci si interroga sulla
conversione al moderatismo di Antonio Di Pietro, si seguono le
vicende che vedono protagonista Luigi Bisignani e uno stuolo
infinito di cortigiani, del matrimonio di un ministro,
dell'allenatore dell'Inter e via elencando. Sono tutte cose
interessanti, ma credo sarebbe bene si puntasse l'attenzione sul
problema di fondo italiano: l'entità del debito pubblico da
ripianare e la lentezza della nostra crescita che si intrecciano e
rendono la situazione economica del nostro Paese molto
problematica. Non possiamo dimenticarci che il debito
pubblico è stato lo strumento che dalla fine degli anni Settanta ha
consentito alle economie capitalistiche ed industriali
dell'Occidente di continuare a crescere e di rimandare il problema
di fondo del loro modello di sviluppo. Adesso, dopo la crisi
finanziaria del 2007-2008 e la conseguente "grande recessione", la
situazione è arrivata al punto nodale e diventa necessario ridurre
l'indebitamento. I Paesi dell'area-euro del sud Europa - tra cui
l'Italia e in compagnia di Belgio e Islanda - sono sicuramente
quelli più in difficoltà e rischiano molto se non decidono di
intervenire con una certa urgenza. La seconda questione
riguarda la lentezza della nostra crescita. Il Centro Studi di
Confindustria, in uno studio presentato la settimana scorsa, ha
rivisto al ribasso per il 2011 la stima di crescita dall'1,2 per
cento allo 0,9 per cento e ha segnalato che, senza un piano
strutturale di riforme nel 2012, il Prodotto interno lordo potrebbe
portarsi sullo 0,6 per cento. A quel punto servirebbe un'ulteriore
manovra dell'1 per cento: 18 miliardi di euro. L'opinione pubblica
italiana non mi sembra granché avvertita della gravità della
situazione. Certamente il malessere sociale è cresciuto ma sembra
concentrarsi su singoli gravi e pesanti problemi senza una visione
d'insieme. La diffusione di una sorta di ottimismo
negazionista esercitato per troppo tempo dal presidente del
Consiglio, non ha fatto altro che generare difficoltà e una fuga
dalla realtà. Non credo che ci siano vie di fuga e per mantenere
l'obiettivo minimale di una crescita dell'1 per cento e il rispetto
degli impegni assunti in sede Ue sui conti pubblici, occorre
veramente agire in fretta e con determinazione. Ci sono
molte cose da fare su: mercato del lavoro, regolamentazione
del rapporto lavorativo, fiscalità dell'impresa, famiglia, costo
del lavoro, infrastrutture, burocrazia, ricerca e innovazione,
procedure giudiziarie più snelle e via dicendo. Questo elenco è la
dimostrazione più evidente dei ritardi che il nostro Paese ha
accumulato e delle responsabilità di chi ha governato più a lungo
di altri. Tutte cose importanti ma oggi è necessario andare oltre
il catalogo e decidere le priorità per i tempi brevi e lunghi. La
prima urgenza è accelerare la crescita entro il 2011. Le grandi
strategie riformatrici vanno bene se indicano un percorso e
obiettivi da perseguire, ma occorre ricordare che, anche quando
vengono praticate con rigore e competenza, servono tempi mediamente
lunghi per risultati tangibili. Ma urgono azioni sul tempo breve.
Questa urgenza chiede l'assunzione di responsabilità
precise che non riguardano solo la politica troppo spesso
sottoposta al pubblico ludibrio. Oggi impegnarsi in politica è
considerato poco nobile e visto con un certo sospetto. Sono
convinto che occorre agire sui costi della politica cercando di
ridurli all'essenziale. Non ci piove: quando si devono fare i
sacrifici li devono fare tutti. L'unica avvertenza è di
non ridurre l'impegno politico ai soli ricchi. Ci sono
responsabilità che non riguardano solo la politica ma per fare
questo occorre che si superino tutti gli atteggiamenti corporativi
della politica e della società italiana. La politica è una risorsa
per il Paese e tocca certamente ai politici rivalutarla con atti e
comportamenti coerenti. Sono convinto che il danno più grande alla
politica e all'economia del nostro Paese è stato fatto dal
bipolarismo vigente che ha assunto caratteristiche di
contrapposizione, di scontro e che ha privilegiato le tensioni
centrifughe rispetto a quelle centripete. In pratica si è
frantumata la coesione sociale per accentuare la partigianeria.
Come ricucire e recuperare la dimensione della coesione sociale e
nazionale? Non servono i tatticismi di Silvio Berlusconi, della
Lega e il passaggio dal radicalismo giustizialista al moderatismo
di Antonio Di Pietro. Serve uno slancio nuovo, una nuova idea della
politica. Il nostro Paese ha bisogno di coesione e
responsabilità ed è urgente passare dalle forme dell'indignazione
etica all'etica della responsabilità. Questo è oggi il compito
della politica anche rispetto alla voglia di cambiamento emersa
nelle ultime tornate elettorali. In questi anni ho avuto posizioni
critiche nei confronti del sindacato che é stata la passione di una
vita. Forse non sempre sono stato compreso e ciò che è stato
interpretato come acredine altro non era che amicizia sincera, la
stessa che oggi mi fa guadare con favore alla possibilità che le
parti sociali possano raggiungere un accordo. Una intesa unitaria
avrebbe oggi un profondo significato politico e sarebbe di grande
aiuto a tutto il Paese. Il termine "concertazione"
sembrava bandito dal lessico sociale e politico e si privilegiano
gli scontri e le rotture. I problemi del Paese lo rendono di nuovo
attuale e significativo. In questi giorni Giuliano Amato ha
ricordato il 1992 quando anche con una forte dialettica -
autoconvocati, bulloni che volavano nelle piazze, tormenti politici
- si è fatta una manovra che ha fatto bene al Paese e ha rispettato
le reciproche autonomie. Capisco che quando si deve
competere con paesi dove i diritti e le tutele dei lavoratori sono
disattese, c'è la necessità di adattamenti. Ma altra cosa è
utilizzare le difficoltà per mutare il quadro delle tutele. Se i
capitali finanziari devono essere esenti da imposte, le rendite
finanziarie poco tassate e l'evasione fiscale tollerata, allora
bisogna dire che non ci siamo e che il disegno non è quello di
risanare il Paese ma di cambiare i rapporti tra i diversi ceti.
Le responsabilità che gli uomini e le donne del lavoro
saranno chiamati ad assumere chiedono che siano compensate da
quelle del capitale e una responsabilità comune verso le nuove
generazioni. Fino ad oggi abbiamo attraversato la crisi scaricando
i maggiori costi su gran parte di coloro che hanno meno di 35-40
anni. Si deve perciò individuare le risorse per affrontare le
questioni sollevate. Sarebbe necessario che i paesi europei più a
rischio facessero fronte comune individuando proposte simili.
C'è poi l'esigenza di tassare le transazioni finanziarie.
Secondo Leonardo Becchetti (Università Roma 2 ) con uno 0,05 per
cento si otterrebbe un gettito di circa 210 miliardi l'anno che
potrebbero essere veramente di aiuto ed eviterebbe che a pagare
fossero i soliti. La partita del debito e dalla riorganizzazione
della spesa è ormai davanti a noi e diventa ineludibile È una sfida
per il governo e per le opposizioni. Dopo i risultati
delle elezioni amministrative e dei referendum, la responsabilità
delle opposizioni è ora molto più grande. Non si tratta di
continuare a ruotare attorno al tema delle alleanze ma di dire con
chiarezza come si intendono affrontare i temi del debito e della
crescita. Temi sui quali si gioca il futuro dell'Italia.
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