La nostra manovra guardi anche all'Europa
di Francesco D'Onofrio
[29 giugno 2011]
La vicenda della cosiddetta manovra economica di almeno 45
miliardi di euro, da distribuire nei quattro anni che vanno dal
2011 al 2014, è destinata a impegnare il parlamento per alcune
settimane. Si tratta infatti di un insieme di interventi economici
di entrata e uscita concernenti sia gli enti locali; sia tutte le
regioni, a statuto ordinario o speciale che siano; sia le diverse
categorie economiche a vario titolo considerate produttive di
reddito; sia soprattutto un nuovo contratto sociale tra
generazioni, come risulta di tutta evidenza allorchè si considerino
da un lato le straordinarie difficoltà dei giovani e dall'altro i
trattamenti pensionistici, anche se molto differenziati a seconda
del tipo di lavoro svolto e dello specifico incarico ricoperto. Ma
al di sopra di tutte queste questioni complicate, sappiamo che vi è
un contesto internazionale, sia europeo sia più in generale
globale. La manovra economica ha rappresentato per molti anni un
punto decisivo della stessa linea politica complessiva della
maggioranza di governo: rapporto tra Stato e mercato da un lato;
rapporti tra ceti alti, medi, e bassi dall'altro; rapporti tra le
diverse parti del territorio nazionale in fine. Per molti secoli,
infatti, la dimensione strettamente nazionale dello Stato ha
costituito a un tempo la base sociale, economica e territoriale
della stessa linea politica generale che ha caratterizzato appunto
le diverse forze politiche che si sono presentate alle elezioni
proprio sulla base della combinazione della propria identità
specifica e della alleanza di governo alla quale ciascuna di esse
intende di far parte. Da qualche tempo la situazione è andata
cambiando, in quanto la dimensione nazionale non è riuscita più a
contenere al proprio interno la politica economica generale del
Paese. Non si può certo dire che anche in passato non vi sia stata
dimensione internazionale capace di condizionare la stessa politica
economica interna, ma non vi è dubbio che da qualche decennio a
questa parte è cambiato l'equilibrio complessivo tra politica
economica interna e politica economica sovranazionale. Questa
costatazione è del tutto naturale almeno per quel che concerne il
contesto europeo: il processo di integrazione dell'Ue ha infatti
attraversato molte fasi, ma soltanto negli ultimi anni ha finito
con il condizionare in modo crescente la stessa autonomia nazionale
economica. Si tratta di una vicenda che ha finitopian piano con lo
spostare lo stesso punto di equilibrio politico al di fuori del
confine nazionale, come stiamo costatando proprio in questi giorni
in riferimento alla cosiddetta manovra economica. L'avvento
dell'Euro ha costituito una sorta di spartiacque tra la dimensione
prevalentemente nazionale della politica economica, e la dimensione
prevalentemente europea della politica economica medesima. Si è
trattato e si tratta di un lento ma consistente mutamento che sta
mettendo in discussione il punto di equilibrio complessivo che
anche in Italia si era raggiunto tra economia sociale di mercato e
libertà di movimenti finanziari. Alle radici dell'imponente debito
pubblico italiano sta infatti proprio il suo trasferimento da una
generazione all'altra, con conseguenze negative per quel che
concerne gli orizzonti soprattutto umani delle nuove generazioni.
Alle sue radici per altro sta anche la ridotta consistenza del
debito privato italiano, per tale intendendosi sia quello
determinato specificamente dalle famiglie, sia quello concernente
le imprese italiane, a seconda della dimensione necessariamente
nazionale o meno delle imprese medesime. Il nuovissimo contesto
della globalizzazione espone ulteriormente il nostro sistema
economico alle tentazioni degli investitori internazionali, che non
hanno il ciclo politico a fondamento delle proprie azioni, perché
hanno presente soprattutto la dimensione anche metapolitica della
situazione economica complessiva del Paese. La manovra economica
nazionale deve pertanto tener conto dell'insieme e complessivo
sistema sociale e territoriale nazionale, nella consapevolezza che
le nostre decisioni sono osservate con grande attenzione sia dal
contesto europeo, che risulta in qualche modo una sorta di nostro
nuovo potenziale sovrano, sia dal contesto più largo degli
investitori internazionali anche extraeuropei, che ragionano in
termini quasi esclusivamente di profitto e certamente non anche di
conseguenze sociali delle decisioni economiche nazionali. Il
recentissimo caso della Grecia sta lì a dimostrare che contesto
interno, contesto europeo e contesto mondiale non hanno ancora
trovato un punto di equilibrio accettabile tra i sacrifici
necessari per il contenimento del debito pubblico, e gli interventi
altrettanto necessari per assicurare una complessiva crescita
dell'economia nazionale.
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