Irresponsabili. L’Italia rischia oggi. Non nel 2014
di Lorenzo Cesa
[30 giugno 2011]
Una manovra balneare fatta da un governo balneare. Non si può
definire altrimenti il provvedimento che verrà licenziato nelle
prossime ore dal governo, almeno a sentire le prime anticipazioni
sui suoi contenuti. Finora infatti, è bene chiarirlo, stiamo
ragionando su qualcosa che ancora non c'è. Quel poco che sappiamo
di questa manovra ci basta però a capirne con chiarezza
l'impostazione, la stessa che ha contraddistinto l'azione di questo
governo in tre anni di legislatura: un intervento, cosi si potrebbe
semplificare, che ha poco di economico e molto di politico. Una
manovra irresponsabile, che contrasta con qualsiasi logica
economica, perché fondata su una scelta politica scorretta, egoista
e di comodo: rimandare gran parte degli interventi al 2013, mettere
la testa sotto la sabbia e scaricare ad altri, probabilmente ad un
governo diverso da questo, ogni genere di responsabilità. Una
scelta egoista, dicevo, che salverà pure la risicata maggioranza di
Berlusconi in Parlamento e darà fiato ai sondaggi della
maggioranza, ma che espone il Paese e i suoi cittadini a un
rischioso salto del buio. Perché se è vero che gli italiani
andranno al voto nel 2013 e solo allora potranno esprimere un
giudizio su quanto fatto dall'attuale Esecutivo, è altrettanto vero
che i mercati internazionali saranno "i primi elettori"chiamati a
giudicare questa manovra. Da domani o al più tardi tra qualche
giorno daranno il loro responso, che tutto lascia pensare sarà
estremamente negativo, con il rischio di un ulteriore contraccolpo
per i nostri conti pubblici e per la situazione economica del
Paese. Nel merito di questa manovra, il governo conosceva
bene quali fossero le richieste dell'Udc. Avevamo chiesto
un'assunzione di responsabilità chiara di fronte alla crisi che
attraversa i mercati internazionali, che colpisce il nostro tessuto
economico-sociale e che dopo aver travolto la Grecia rischia di
bussare prepotentemente anche alla nostra porta. Avevamo chiesto al
governo, anche di fronte a quanta decisione stiano dimostrando
altri Paesi europei davanti alla crisi, tutto il coraggio che non
aveva dimostrato in questi tre anni: perché fosse capace di portare
all'attenzione del Parlamento norme dure, anche impopolari, che
dessero uno shock positivo, con risparmi veri e non tagli lineari,
per consentire un colpo di reni alla nostra economia da troppo
tempo bloccata e impantanata negli "zero virgola". Avevamo indicato
per tempo le nostre priorità: famiglie, imprese e giovani. Nei
confronti delle prime, questo governo sta mostrando non solo un
irresponsabile disinteresse, ma anche una profonda ingratitudine.
Perché se l'Italia ha retto nei momenti più drammatici della crisi,
questo lo si deve proprio al grande contributo dei nuclei
familiari, capaci di dare coraggiosamente fondo ai loro risparmi
accumulati in una vita per sopperire alle carenze del governo: ad
esempio, mantenendo in casa e sostenendo economicamente un giovane
disoccupato, un anziano non autosufficiente o un disabile lasciato
senza assistenza. Il "fattore famiglia", provvedimento già in uso
in altre realtà europee che permette a chi ha più figli o
situazioni di difficoltà in casa di pagare meno tasse, è stato solo
annunciato e talvolta strumentalmente rispolverato per ventilare un
nostro avvicinamento alla maggioranza che non c'è mai stato. In
secondo luogo le imprese: perché il nostro Paese ha in queste
realtà, specie piccole e medie, la sua più grande ricchezza
produttiva. Non è un mistero che molte di esse abbiano chiuso per
non riaprire più, stiano chiudendo ancora oggi o siano costrette a
drastici ridimensionamenti e licenziamenti. Infine la questione
giovanile, che rappresenta forse il più grande problema dei nostri
tempi. Oggi 65mila ragazzi all'anno, quasi tutti laureati, vanno
all'estero in cerca di opportunità che in questo Paese non hanno.
Come se ogni anno città come Viterbo o Savona sparissero dalla
nostra cartina geografica. Quello che dovrebbe essere il nostro
vero tesoretto per il futuro, una forza di idee e voglia di fare da
custodire gelosamente, va invece ad arricchire i Paesi nostri
concorrenti o resta in Italia solo per lavori precari e senza le
possibilità di costruirsi una famiglia, di avere una casa di
proprietà e di poter progettare il futuro. Erano e sono queste
le nostre priorità, da accompagnare a una politica di
riduzione drastica del debito pubblico, che questo Governo ha fatto
aumentare fino al 120% del Pil. E poi avviare subito il risanamento
che l'Europa ci chiede avendo il coraggio di chiedere sacrifici, ma
mettendo in campo anche una serie di azioni per il rilancio
dell'economia. Intervenendo se necessario anche sulla tassazione
delle rendite finanziarie per trovare i soldi necessari a dare
respiro a famiglie e fasce deboli. E ancora, rilanciare il percorso
delle liberalizzazioni, il taglio di enti inutili come le province,
la revisione immediata del patto di stabilità per i Comuni virtuosi
che potrebbero far ripartire le opere pubbliche ormai bloccate da
anni. E naturalmente abbiamo chiesto che anche la classe politica
dia il suo buon esempio: ci siamo detti disponibili a discutere di
un taglio dei costi della politica, a patto che tutto non si
riducesse ad uno spot demagogico da dare in pasto all'opinione
pubblica, facendo credere magari che quei tagli siano la panacea di
tutti i mali. Su questo, sui contenuti, sui provvedimenti necessari
al Paese per ritornare a crescere avevamo dato la nostra
disponibilità a discutere e collaborare con questo governo. Abbiamo
ricevuto in cambio il solito provvedimento buono a tamponare
qualche falla in maggioranza ma non a cambiare le sorti
dell'Italia. Anzi, con tutte le carte in regola per peggiorare
questa situazione e per consegnare al prossimo governo un Paese
economicamente allo sbando. Di fronte a questa irresponsabilità, di
fronte a un governo che non decide e che mette in atto la politica
del sondaggio e non del coraggio, si fa ancora più decisiva e
determinante la battaglia che l'Udc sta portando avanti assieme
agli amici del Terzo Polo. È il momento di intensificare i nostri
sforzi, di incalzare il governo su quanto non ha fatto e svelare ai
cittadini i suoi inganni spiegando le nostre ragioni. Di lavorare a
un'alternativa credibile al governo del Paese e a questo modello
bipolare che sta crollando miseramente. Questa manovra, come il
comportamento tenuto dal governo in questi anni, spiega perché il
nostro progetto sia cosi ambizioso e importante: perché quando un
Esecutivo resta asserragliato nel fortino di palazzo Chigi e arriva
a sacrificare le legittime aspettative dei cittadini per salvare le
sue poltrone, appare evidente che in ballo non ci sia solo il
prossimo risultato elettorale ma le stesse sorti dell'Italia.
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