Cronache di liberal

Nessuno può garantire  

il successo in guerra,

si può solo meritarlo

Winston Churchill



 

 



 

 



 

 



 



 

 



 

 





 

 



 

 



 

 



 

 



 

 

 

 





 



 



 

 



 

 



 

 



 

 



 

 



 

 



 

 



 



 

 



 

 



 

 



 

 



 



 



 



 

 





















 

 

Cercasi presidente di “convivenza”

di Gianfranco Polillo [08 aprile 2011]

The day after. Il giorno dopo le dimissioni non proprio spontanee di Cesare Geronzi, si cerca una soluzione al rebus del Leone di Trieste: chi sarà il successore? I nomi che circolano sono diversi. Il più accreditato è Gabriele Galateri di Genola. Cresciuto in Ifi e in Fiat, è stato presidente di Mediobanca dal 2003 al 2007. Ieri ha saluto i dipendenti di Telecom, della quale si accinge a lasciare la guida. Altro nome è quello di Mario Monti, l'eterno candidato verrebbe da dire. Attualmente è il presidente dell'Università Bocconi. Ex commissario europeo, negli anni 1995-2005, ha conservato un ottimo rapporto con la Commissione europea. Suo è l'ultimo studio sul mercato unico: il tentativo riuscito di dimostrare ch'esso non è solo un'astrazione degli economisti, ma una realtà vivente. Per funzionare, tuttavia, deve essere interconnesso da un sistema d'infrastrutture in grado di consentire l'effettiva mobilità dei fattori della produzione. Un'esortazione che dovrebbe essere attentamente valutata da chi si occupa delle politiche meridionalistiche in Italia. Abbiamo evidentemente scherzato (ma mica tanto) sulla sua continua nomination agli incarichi più diversi. Monti è una grande personalità italiana, quindi un riferimento obbligato. Ma la sua indipendenza di giudizio è stata vista spesso come un impedimento. Per quanto ci riguarda, onore al merito. Altro candidato è Roland Berger, un economista berlinese a capo di una delle più importanti società di consulenza che operano in campo internazionale (Roland Berger & Partners) da lui fondata. Attualmente è nel Cda di Fiat. Se vincesse, sarebbe una ciliegina sulla torta per gli amministra tori del Leone che, in polemica con Geronzi, puntavano sull'internazionalizzazione. Last but not least, la posizione di Domenico Siniscalco. Come presidente dell'Assogestione è stato tra i primi a scuotere l'albero che ha prodotto le dimissioni di Cesare Geronzi, per il tramite dei consiglieri indipendenti nominati dall'associazione. Loro la lettera di protesta e l'invito a convocare un Cda straordinario dopo l'astensione di Vincent Bollorè sul bilancio della società. Sono stati quindi l'architrave che ha sorretto l'opposizione interna, fino alla prospettazione di una mozione di sfiducia, che Geronzi ha evitato, dimettendosi. Alla guida dell'Economia dopo la caduta di Giulio Tremonti, ha riallacciato i rapporti con il ministro dopo un periodo burrascoso. La presidenza di Generali sarebbe la logica conclusione di un ciclo. Chi vincerà la partita, nel momento in cui scriviamo, non è dato da sapere. I bookmaker puntano su Galateri. Sarebbe un presidente diverso da Geronzi, tra l'altro con minori poteri anche perché le deleghe su comunicazione e rapporti con le istituzioni sono già tornate nelle mani dell'Ad Perissinotto. Si è voluto, così, porre fine a un dualismo che aveva alimentato polemiche e diverbi, fino a ledere l'immagine stessa della Compagnia. Il primo serio contrasto era avvenuto il 14 febbraio scorso, quando Cesare Geronzi, in un'intervista al Financial Times aveva prospettato una strategia in netto contrasto con quanto l'ad aveva illustrato nello show road con gli investitori esteri. Non più una proiezione internazionale della Compagnia, ma una sorta di "rattrappimento"localistico, come sostennero i suoi avversari. Intervento più deciso nella finanza italiana, anche mediante apporti di capitale. Legame più stretto con il mondo bancario (una fusione Generali - Mediobanca?) fino all'idea di finanziare il Ponte sullo Stretto. Insomma un Geronzi banchiere - come del resto era nella sua natura - più che un Geronzi assicuratore. Lo stesso Ft non aveva gradito, ironizzando pesantemente sul romano - Geronzi è di Marino - che conquista la capitale morale d'Italia. Chissà cosa scriverà l'autorevole giornale finanziario se dovesse prevalere la candidatura di Galateri, anch'egli nato a Roma, sebbene di pedigree completamente diverso. Vale anche in questo caso il titolo di un libro di successo di Enrico Brignano, Sono romano, ma non è colpa mia. Se queste sono le scelte più immediate che il management dovrà compiere, i problemi veri restano sullo sfondo. A partire proprio dalla comunicazione. Cosa farà, infatti, Diego Della Valle che in tutti questi mesi non è stato, certo, silente. Rinuncerà a criticare pubblicamente il management? Nei confronti di Geronzi - «l'arzillo vecchietto» - non fu certo tenero, come non lo è stato a proposito di Bollorè, al momento ancora vice presidente. Continuerà lo scontro? L'unica cosa certa è che se continueranno le esternazioni e le lotte intestine, il favore con cui i mercati hanno accolto le decisioni del consiglio - in Borsa il titolo è salito dell'1,8 per cento - svanirà come neve al sole. Sono i numeri a dire che una convivenza è più che auspicabile, necessaria. Le voci dicono che una società come Mediobanca, che poi è l'azionista di riferimento di Generali - al punto da aver legittimato in passato un'inchiesta di Consob - può essere governata con un "pacchetto di mischia" meno consistente dell'attuale. Il sindacato di blocco, che governa Piazzetta Cuccia, rappresenta il 40 per cento circa del capitale. Si potrebbe scendere - dicono sempre le voci - al 30 per cento. Vale a dire escludendo i francesi - questo almeno sembra essere il messaggio - ossia Bollorè e Groupama, che insieme ne detengono circa il 10 per cento. Ammettiamo che sia vero: quel pacchetto vale, agli attuali prezzi di borsa, circa mezzo miliardo di euro. C'è qualcuno disposto a sborsare tanto? Nei giorni passati, quando lo scontro a tutto campo, era al color rosso, il governo francese ha affidato a una fonte esterna la risposta. In Francia - è stato detto - il 42 per cento del capitale delle società quotate al Cac40 - la capofila della borsa - è in mano straniera. Quindi quale protezionismo, rispetto ai tentativi di Tremonti di blindare le poche partecipazioni strategiche dell'Italia? Da un primo rapido riscontro, l'informazione è, al tempo stesso, veritiera e incompleta. Il comunicato, infatti, non fa menzione di alcune clausole accessorie che delineano tuttavia un quadro completamente diverso. Nelle prin- cipali Spa la presenza dello Stato - Caisse de dépôts et Consignations e Fonds Stratégiques d'investîmes - è discreta, ma penetrante. Caratteristica questa che ci porta al cuore del problema. Dal 1992, mentre l'Italia svendeva le aziende pubbliche, il capitalismo francese s'internazionalizzava. Un complesso sistema di alleanze ne caratterizza ancora la struttura. Con una caratteristica, tuttavia: il controllo è, in modo assolutamente prevalente, in mano francese. Gli altri sono soprattutto investitori finanziari. L'Italia, con il decreto antiscalata, seppure tardivamente, vuole seguire quelle stesse orme. Ma il modello può avere successo solo se non ci isola in scontri di bandiera, ma se si ha la capacità di prendere dall'estero quello che di buono può dare.  

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