Rimando, dunque sono
di Giancristiano Desiderio
[20 aprile 2011]
Il governo dice improvvisamente no al nucleare e prende due
piccioni con una fava: con un gran cuore di coniglio non si mette
contro l'opinione comune del dopo-Fukushima che vede l'energia
nucleare non come una risorsa necessaria ma un rischio gratuito e
contemporaneamente cerca di salvare il quesito referendario sul
legittimo impedimento calcolando la scommessa sul raggiungimento
del quorum. È vero che Giulio Tremonti intervenendo al Parlamento
europeo ha motivato la scelta anti-nucleare del governo pro
nucleare dicendo che il dramma giapponese non è solo un incidente
tecnico ma assume il valore di "cifra storica". Ma è altrettanto
vero che sono le parole di un ministro che ormai lavora al di sopra
delle reali possibilità politiche dell'esecutivo di cui fa parte.
La "cifra" che spiega il repentino e totale cambiamento del governo
Berlusconi sul nucleare è solo furbizia per tutelare il legittimo
impedimento. Il presidente del Consiglio, infatti, controlla bene i
suoi parlamentari, ma neanche lui saprebbe come fare per esercitare
un controllo vincolante sulla testa dei suoi elettori. Gli elettori
del Pdl (e della Lega) condividono anche le virgole dell'intervista
con cui Stefania Craxi ha detto a Berlusconi «ti voglio bene e
proprio perché ti voglio bene ti dico che è finito il tempo delle
barzellette e bisogna trovare il modo giusto per uscire di scena».
Dunque, il governo ha deciso che non è il caso d'avere una
strategia per le politiche energetiche. La priorità della classe
dirigente che governa è la salvezza di Berlusconi e del
berlusconismo. Il "resto"viene solo dopo. Allo stesso modo il
governo non ha neanche una strategia per la politica economica.
Confindustria promuove il controllo dei conti pubblici e boccia
l'inesistente linea di rilancio dell'economia reale. Se si aggiunge
che la "promozione"è più teorica che pratica si capisce che
Confindustria non investirebbe un euro sulla politica economica
complessiva del governo. Nel Piano di Stabilità, infatti, il
governo Berlusconi rimanda tutto il risanabile dei conti pubblici e
della spesa al biennio 2013-2014 che è come dire alle calende
greche dal momento che di mezzo ci sono le elezioni. Quindi,
riepiloghiamo: niente politica energetica, niente politica
economica, niente risanamento. Il governo si dedica anima e corpo a
quello che uno scrittore napoletano chiamava «il resto di niente».
Domani i moderati presenteranno alla Camera un documento che fa il
punto della situazione proprio sul "resto di niente" del governo
Berlusconi. Si farà il punto della situazione su quello che ormai è
un dato acquisito: il peggio della crisi internazionale è passata,
ma l'Italia stenta a crescere, è praticamente ferma, perché il
governo è concentrato non sui problemi degli italiani ma sui
problemi di Berlusconi. Forse gli elettori non lo ricorderanno
quasi più, ma ogni tanto è bene rinfrescarsi la memoria: fu lo
stesso Berlusconi a chiamare il suo "il governo del fare". Da un
po' di tempo, avvertendo anche lui la forte contraddizione tra le
parole e i risultati, non fa ricorso a questa stucchevole
definizione. Anzi, il verbo "fare" è stato praticamente abolito nel
vocabolario di Palazzo Chigi. Anche "il governo del fare" è finito
nel "resto di niente" come la politica energetica, quella
economica, e il risanamento dei conti pubblici.Tutto rinviato a
data da destinarsi. Ormai a tutti, tranne a Fabrizio Cicchitto, è
chiaro che l'unica cosa da fare è trovare una «uscita di
sicurezza».
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maggio-giugno 2012
QUADERNI DI GEOSTRATEGIA
numero 23 anno XIII


