Cronache di liberal

Nessuno può garantire  

il successo in guerra,

si può solo meritarlo

Winston Churchill



 

 



 

 



 

 



 



 

 



 

 





 

 



 

 



 

 



 

 



 

 

 

 





 



 



 

 



 

 



 

 



 

 



 

 



 

 



 

 



 



 

 



 

 



 

 



 

 



 



 



 



 

 





















 

 

Europa e Usa: fratelli divisi dall'Islam

di Michael Novak [11 settembre 2010]

Per due volte l'America è stata costretta alla guerra a causa di un attacco costato la vita a molti civili: il 7 dicembre 1941, quando i bombardieri dell'aeronautica giapponese - cogliendo tutti di sorpresa - bombardarono Pearl Harbor in una bella e assolata domenica mattina e affondarono la flotta americana nel Pacifico. E l'11 settembre 2001, giorno dell'anniversario della cocente sconfitta dell'attacco musulmano alle mura di Vienna inferta dal Generale Sobieski, quando un gruppo politico radicale di musulmani interruppe una bella mattinata di settembre. Un lunedì per l'esattezza, l'11 settembre 2001, un giorno lavorativo, e proprio mentre le Torri gemelle, scelte come obiettivo, si stavano riempiendo di persone. Questi attacchi, in entrambi i casi, possono essere analizzati per comprendere il carattere degli americani: siamo un popolo placido, con uno spiccato senso della giustizia e amanti della quiete. Ma questo solo fintanto che non ci fanno arrabbiare. Il motto - nelle nostre gare di atletica - è: Don't get mad, get even (non ti arrabbiare, vendicati, ndr). Certo, i dovuti passi prima di arrivare allo scontro diretto li facciamo tutti. Ci armiamo con la dovuta lentezza, ma quando lo abbiamo fatto non c'è più nulla in grado di fermarci dal distruggere il nostro nemico. Molti europei potrebbero non ricordare Pearl Harbor, perché l'Europa ha vissuto sulla pelle e sofferto in prima persona la Seconda Guerra mondiale. Ma non c'è europeo che non ricordi l'11 settembre 2001. Quel giorno mi trovavo in Europa, e i miei amici del Vecchio Continente soffrivano esattamente alla stregua degli americani, in modo essenzialmente simpatetico. Eppure, oggi, la maggior parte del mondo ancora stenta a comprendere il carattere americano. Le visioni politiche e morali che guidano i nostri media sono pressapoco le stesse di ogni elite secolare. Ma il nostro popolo rimane di centro destra ed è profondamente innamorato del suo Paese, intimamente patriottico e affezionato alle tradizioni religiose. Noi non possiamo tollerare che un gruppo, nel nome di Colui (seppur in modo improprio) gli attacchi di New York sono stati perpetrati, costruiscano un trionfante memoriale di "riconciliazione". La volontà di voler addivenire a una riconciliazione è ammirevole, ma se è incapace di esprimere sensibilità e comprendere che la creazione di un centro islamico nei pressi di Ground Zero - e per di più senza mai aver pubblicamente denunciato ogni forma di islamismo militante e politico - ferisce profondamente la memoria di coloro che il primo incontro con l'Islam lo hanno avuto quando i loro cari si sono lanciati dalle finestre del World Trade Center, non è un buon segnale. Allo stesso modo non possiamo tollerare quel "pastore" che da una minuscola chiesa dellla Florida annuncia trinfante di voler bruciare i libri del Corano. Quell'uomo non è altro che un asino. In entrambi i casi, le parti offese hanno il diritto (sancito dalla legge) di fare quello che stanno facendo. I nostri tribunali permettono di bruciare la bandiera americana e la Bibbia nel nome della libertà di espressione. Un consorzio privato esercita un diritto reale sulla sua proprietà, benché non proprio dovunque, visto che esistono delle leggi con precisi distinguo zona per zona. Abbiamo già molte moschee a Manhattan, centinaia a New York e negli Stati limitrofi e sono migliaia se consideriamo gli Stati Uniti globalmente. Il problema non è la costruzione di una nuova moschea a New York, ma se quest'ultima venga usata in maniera provocatoria. Su questo punto, però, gli americani non concordano, benché non ci sia alcun dubbio che la maggioranza desideri che la questione venga affrontata con maggiore cautela e negoziata quanto più possible. Una chiesa cristiana accanto Ground Zero simbolizzerebbe la preghiera e il ricordo dei morti. Ma era Allah l'ultimo nome pronunciato dai terroristi suicidi che quel giorno uccisero 3mila americani, ed è stato con la benedizione di un imam che hanno dirottato gli aerei. Chiamare il centro di cultura islamica che dovrebbe sorgere a Ground Zero Cordoba house, dedicandolo così alla presa della città spagnola nel 711 d.C. - il picco dell'invasione musulmana sulle popolazioni cristiane in Europa cominciata con Maometto nel 632 - deve far riflettere. C'è sempre il modo di convergere su un ragionevole compromesso. E soprattutto quando si toccano emozioni e sentimenti così intimamente collegati alla morte, al fuoco e al sangue è necessario - nel nome di una riconciliazione - mettere in atto una politica di forte diplomazia e capacità negoziale. Il sindaco di New York si è dimostrato stupidamente imprudente ad agire precipitosamente e ad infervorarsi con passione all'avallo del progetto. Nel farlo, non ha tenuto conto del benessere e dei pensieri di un'intera comunità. Lasciateci sperare che il folle pastore della Florida ritorni sulle sue decisioni. Lasciateci sperare che il sindaco di NewYork ritorni alla prudenza e al negoziato, rispondendo così ai desideri di tutti I suoi cittadini, specialmente quelli che ancora sono in lutto per quella mattina dell'11 settembre 2001, così come quei musulmani che genuinamente apprezzano le libertà religiose e le opportunità economiche di questa, loro, nuova terra.

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