In autunno sui nostri schermi
di Pietro Salvatori
[31 luglio 2010]
Anche questa stagione cinematografica è conclusa. Dopo i botti
di fine estate la scorsa settimana, che è stata contrassegnata
dalle uscite di The box di Richard Kelly - quello
dell'idrolatrato e controverso Donnie Darko - e del
Solista, l'intensa storia di un violinista-clochard che
allieta i piccioni per le strade di Los Angeles con il suono del
suo strumento, ieri al cinema non è uscito nulla. O meglio, se
considerate degni della vostra attenzione La città
invisibile, commedia di Giuseppe Tadoi che, nonostante tratti
un tema sensibile come quello del terremoto aquilano, non è
riuscito a meritarsi una data migliore per arrivare in sala, o
piuttosto Time of darkness, horror polacco dalla trama
improbabile, allora in bocca al lupo. Al posto dei fondi di
magazzino di qualche distributore annoiato, noi preferiamo invece
offrirvi una panoramica di quel che ci aspetterà al ritorno dalle
vacanze. Ovviamente sarebbe impossibile rendervi conto di tutto
quello che la sala potrà offrire. Abbiamo scelto così tre film,
ognuno a suo modo intenso, legati da un unico filo conduttore.
You don't know Jack ha già fatto un fracasso incredibile
oltreoceano. E non tanto per l'eccezionale trio di attori che lo
animano, nonostante stiamo parlando di gente del calibro di Al
Pacino, Susan Sarandon e John Goodman. E nemmeno per la regia, che
porta l'altrettanto prestigiosa firma di Barry Levinson (il premio
Oscar per la regia di Rain Man, per capirci). No, loro
malgrado, le star hollywoodiane coinvolte nel progetto una volta
tanto non sono state al centro del chiacchiericcio che ha fatto di
contorno al film. Il dibattito è infatti sorto e si è infiammato
intorno alla storia del film di Levinson. Quella del medico del
Michigan Jack Kevorkian, il primo negli Stati Uniti a praticare
sistematicamente l'eutanasia in barba alle leggi dello Stato
americano, fino a essere incarcerato con un'accusa di omicidio dal
1999 al 2008. La tesi del dottor Kevorkian è piuttosto eterodossa:
il medico di origini armene, infatti, non è tanto favorevole al
suicidio assistito di pazienti tenuti in vita da terapie mediche
più o meno invasive, argomento al centro del dibattito odierno,
quanto alla soppressione di persone che, in caso di patologia
gravissima o senza speranze, decidono deliberatamente, facendone
domanda,di porre fine ai propri giorni, indipendentemente dalla
qualità della vita o dal tempo che gli rimarrebbe da vivere.
Schierando campioni dell'anima liberal più accesa del panorama
cinematografico yankee quali la pasionaria Susan Sarandon, la
pellicola non poteva che essere fortemente simpatizzante nei
confronti del «lavoro» di Kevorkian, ostacolato da «estremisti che
faranno di tutto per impedirgli di rifarlo», e che si difende
affermando che quella che sopprime «ormai non è vita». Dopotutto si
è solo limitato a rendere «un servizio medico». Il controcanto è
riservato alla solita macchietta del procuratore repubblicano che
serra la mascella e dice «ho tre figli, non li ho educati in questa
maniera» e agli altrettanto usuali attivisti dalla testa di legno
che urlano il più banalizzato dei Deus non vult. Un film a
tesi, dunque, di quelle che spaccheranno il pubblico tra accaniti
sostenitori e acerrimi detrattori. Negli Stati Uniti è passato
direttamente in televisione sulla Hbo, in aprile. I diritti in
Italia sono stati acquistati da Sky, dunque è probabile che
un'analoga sorte distributiva sia riservata al Belpaese. Forse un
peccato, perché, al di là dell'aspetto contenutistico, il film ha
ritmo, non annoia, gode di una fattura di altissima qualità. Ma
soprattutto ci restituisce un Al Pacino di nuovo ai livelli di un
tempo, dopo anni e anni impiegati a cercare di imitare se stesso, e
qui invece impegnato in un'opera di sottrazione e di cesellamento
del suo personaggio davvero pregevole.
Il tema è lo stesso, l'angolatura radicalmente diversa.
Parliamo di Morke, nel suo titolo originale, o
Murk, in quello anglofono, o ancora di Tenebre,
nella sua (estremamente provvisoria) localizzazione italiana. Siamo
di fronte a un caso di mala-distribuzione clamoroso. Murk
è un film che risale addirittura al 2005 e che ancora non ha
trovato spazio nelle nostre sale. La speranza è che possa
finalmente arrivare in Italia prima di Natale. È uno dei solidi
prodotti ormai abituali per una delle cinematografie più
promettenti d'Europa, quella danese. Jannik Johansen, il regista,
accoglie il proprio pubblico con un esergo di Camus, e poi lo
avvolge nella refrattaria cornice della campagna danese. Colori
sapidi, regia asciutta che bada al sodo, recitazione senza
fronzoli. Jacob ha una sorella. Disabile per aver tentato, con poco
successo, il suicidio. Julie, questo il nome, un bel giorno
incontra Anker (lo si è visto di recente in Brotherhood,
la pellicola danese sull'omosessualità nel mondo neonazista). È
amore a prima vista. Ma subito dopo il matrimonio, la tragedia.
Julie riprova a togliersi la vita e, questa volta ci riesce. Jacob
sta cercando di superare la perdita quando, tra le pagine di un
libro di Anker, trova un necrologio perfettamente identico a quello
che il novello sposo ha appena dedicato alla sorella appena morta.
Una coincidenza troppo sinistra per non indagare almeno un po'.
Johansen costruisce un film che fatica a tenere lo spettatore sulle
spine, arranca nel trascinare con sé l'incertezza, ma ha dalla sua
le solide basi di un'idea che non chiede eccessivi sforzi per dare
buona prova di sé sullo schermo. Senza voler svelare troppo (ma i
lettori più attenti avranno già capito), si può dire che il vero
interesse della pellicola non si cela nel voler sapere come andrà a
finire, ma nell'indagare le ragioni di determinate azioni. E si
scoprirà pian piano che il legame che unisce la storia personale di
Anker a quella del dottor Kevorkian, mutatis mutandis, è
molto più sottile e meno improbabile di quanto non ci si
aspetti.
Anche Stanno tutti bene affronta i grandi temi della
vita: la vecchiaia, gli affetti, una vita degna di essere vissuta,
ma lo fa in modo più lieve. Lo firma Kirk Jones, che fece il botto
qualche anno fa con Svegliati Ned, e che dopo l'insipido
Tata Matilda ci riprova con un remake dell'omonimo film
del 1990 di Giuseppe Tornatore. A interpretare un anziano padre che
si mette in viaggio sotto Natale per andare a fare visita ai suoi
quattro figli allora era Marcello Mastroianni, oggi è Robert De
Niro. Una commedia sul senso profondo dei rapporti familiari, che
dispiega sulla scena la fin troppo facile morale della necessità di
guardarsi in faccia e dirsi le cose come stanno, in particolar modo
alle persone alle quali si tiene veramente. Fortunatamente il cast
eccellente (oltre a De Niro anche Sam Rockwell, Drew Barrymore e
Kate Beckinsale) e la regia fresca non fanno appassire una storia
che facilmente poteva scivolare nel banale. Negli Stati Uniti è
uscito il 9 dicembre. In Italia era atteso per aprile, ma la
distribuzione ha rinviato tutto al 5 novembre.
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