Volando su piedi leggeri
di Franco Ricordi
[02 agosto 2010]
Lo posso confessare? Ebbene sì, sono stato un grande
discotecaro. Ho iniziato giovanissimo, all'età di 14 anni al
New Jimmy's di Riccione, erano i primi anni Settanta.
Pertanto mi sono goduto quella che è stata sicuramente la musica
migliore della nostra epoca, fra i Settanta e gli Ottanta. Nel '78,
al tempo della Febbre del sabato sera, la scuola
riccionese aveva dato «i suoi frutti», e avevo maturato bene la
maniera di stare sulla pista e, se vogliamo, anche l'arte di
conseguire qualche divertente incontro (anche se va detto per
inciso che la discoteca non sia sempre il luogo migliore a quei
fini). Così, fino all'età di circa 28 anni, la discoteca ha
rappresentato per me qualcosa di non poco intrigante e comunque
divertente. Poi, una volta sposato, con figli, tutto si è
naturalmente affievolito, quasi finito. Però (confessione di un
peccatore) ogni tanto qualcosa si risveglia, e ancora oggi a 50
anni una volta all'anno vengo trascinato in discoteche, come dire
«per adulti», tipo l'Alpheus di Roma.
La discoteca non perde il suo fascino: è viva,
simpatica, in certi casi irresistibile. Un celebre discotecaro, che
adduceva anche motivi sociali e politici, fu l'ex ministro Gianni
De Michelis: a suo tempo scrisse pure un libro, una guida alle 250
discoteche più divertenti d'Italia, che poi nell'epoca Tangentopoli
costò al già potentissimo ministro degli Esteri la definizione, da
parte di Enzo Biagi, di «avanzo di balera».Tuttavia De Michelis
aveva ragione quando precisava la differenza fondamentale fra
discoteca e night club; discoteca implica evidentemente un
rimando quasi adolescenziale all'ebbrezza del ballo, a ritrovarsi,
conoscersi e forse anche comunicare attraverso la danza sfrenata. E
allora, visto che ci siamo, diciamolo chiaramente, ha ragione anche
Woody Allen: quando due ballano stanno «facendo in verticale quello
che vorrebbero fare in orizzontale». E tuttavia non si tratta
soltanto di un impatto erotico: sono profondamente convinto che la
discoteca possieda una peculiarità che solo Nietzsche ha saputo
descrivere adeguatamente: il dionisiaco. Certamente la
discoteca è dionisiaca, proprio perché è strutturata - per tutti
coloro che partecipano al divertimento - alla stessa maniera di
come viene descritta l'essenza del Coro greco: è così che Nietzsche
descrive il fenomeno drammatico originario, appunto il dionisiaco:
una dimensione in cui si è contemporaneamente attori e spettatori.
Quando siamo in discoteca ci troviamo inevitabilmente spettatori
delle bellissime ragazze e ragazzi che ballano, ma possiamo e siamo
tenuti a essere anche attori, gettandoci nella pista e
interpretando a nostro modo la musica del momento. E in quel
momento siamo guidati da quel linguaggio che anche per il maestro
di Nietzsche, Arthur Schopenhauer, rappresenta in ogni caso l'anima
del mondo: la musica. E nella migliore delle ipotesi l'espressione
del nostro corpo si abbandona, ma anche si realizza, in un
divertente ma anche simpatico senso di ebbrezza. L'ebbrezza
dionisiaca di cui parla Nietzsche si può certo ritrovare
nell'ambito della discoteca novecentesca, che ha saputo comunque
divertire e lasciare alla nostra giovinezza un bel ricordo. La
storia della discoteca si può dire che inizi negli anni Cinquanta a
Parigi, con la creazione del celebre Le Whisky a gogo da
parte di Paul Pacini. Ma ancora negli anni Sessanta non si può dire
sia del tutto acquisito il concetto, che sottintende anche
l'essenziale e carismatica figura del Deejay. Alla fine degli anni
Sessanta il celebre Pi per di Roma era caratterizzato
proprio da complessi di musica dal vivo, ospitando e talvolta
lanciando artisti di successo. È evidente come nell'ulteriore
evoluzione ci siano stati i pro e i contro: ricordo come una volta
si entrava in discoteca anche alle 21,30, si ballavano i lenti, e
c'era una possibilità di parlare senza necessariamente urlare. Poi,
col tempo, la musica è cambiata, è divenuta sempre più assordante,
con un ritmo a volte anche insopportabile: alla Disco Music degli
anni Settanta subentrò l'elettronica negli anni Ottanta, e l'orario
di entrata e soprattutto di effettiva partecipazione alla festa si
è sempre più spostato in avanti, tanto che non si accede prima di
mezzanotte e comunque fino alle due del mattino non si crea
atmosfera. Tutto questo si è poi connesso - o forse è stato in
parte causato - dalla strumentalizzazione avvenuta da parte dei
gestori. E così sempre più si è aperto il business delle
discoteche, causando tutti i problemi che conosciamo, spaccio,
alcol, rientri a notte fonda e tanti ragazzi che hanno perso la
vita nelle strade verso casa. L'involuzione si è creata anche
attraverso la massificazione delle entrate, e certo ha nuociuto e
non poco anche al lato architettonico della situazione, che aveva
peraltro acquisito diversi stili a volte assai significativi.
Sicuramente un turning point, in ogni senso,
fu rappresentato da John Travolta e dal successo del film suddetto,
nella creazione del personaggio italo-americano Tony Manero: il
film sul sabato sera evidenziava anche lo squallore di quelle
esibizioni e di quei week end passati col pensiero rivolto
«al rimorchio», e tuttavia era guidato da una mano leggera che
sapeva interpretare assai bene il senso della discoteca e dei
ragazzi che per essa vivevano. E la straordinaria musica dei Bee
Gees (la colonna sonora che ha prodotto i dischi più venduti di
tutti i tempi) fece epoca nell'accompagnamento di quella che era
divenuta la sola ideologia, forse l'unica in grado di alleggerire i
presupposti della guerra fredda che cominciava a venir meno: il
boogie. E se già allora si notavano le meravigliose
cubiste, che a volte non disdegnavano nemmeno di esibirsi in un
provocatorio strip, il film segnò pure l'avvento della
pornografia maschile, con Travolta-Manero che si tirava su lo zip
dei pantaloni sculettando a suon di rock. Da allora anche lo
strip maschile ha cominciato a imperversare e, se sul lato
femminile la discoteca è degenerata nei locali della
lap-dance, altrettanto si è potuto vedere in senso
inverso: feste della donna a suon di machi
spogliarellisti, fino al disperato ancorché simpatico esibizionismo
esistenziale degli squattrinati-organizzati protagonisti di
Full monty. Anche la loro precarietà sociale, insieme a
tutti i problemi annessi e connessi, veniva in qualche maniera
rinfrancata da un senso di leggerezza che promanava dalla musica di
Hot stuff, cantata da Diana Ross, da loro ballata mentre
si trovano all'ufficio di collocamento. In questo senso la
discoteca ha sconfinato e anche resistito; e si può dire che, se
tenuta con la giusta misura e soprattutto il gusto coreografico e
musicale necessari, può rappresentare ancora oggi un punto di
incontro molto allegro e socialmente significativo. E speriamo che
anche i ventenni del XXI secolo possano godersi qualche serata
bella e simpatica: il segreto della discoteca sta certamente nella
leggerezza; e come scriveva sempre Nietzsche, «tutto ciò che è
divino vola su piedi leggeri».
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