A lezione da Lady Godiva
di Marco Respinti
[31 luglio 2010]
Riprendiamoci Robin Hood. Forse era un fairy silvano
dei celti, certamente il folclorista statunitense sir Francis James
Child (1825- 1896) ci mise del suo tramandandolo nei cicli
altrimenti dispersi di ballate inglesi e scozzesi che raccolse per
una vita, ma il leggendario arciere sassone che si batté nei boschi
di Sherwood contro gli sgherri del principe normanno Giovanni
Plantageneto detto «il Senzaterra» (1166-1216) non era affatto un
protocomunista ridistribuzionista che «prendeva ai ricchi per dare
ai poveri». Era il paladino della giustizia, della società a misura
di uomo, della proprietà privata e del governo temperato. Non
rubava, settimo comandamento. Riprendeva ciò che lo «Stato»
sottraeva con la frode, cioè senza diritto né giustizia, ovvero
bestemmiando. Esercitava, Robert di Locksley, padrone di terre e
castelli, il sacrosanto diritto di resistenza alla tirannia. Lo
stesso che, una volta divenuto re il Senzaterra con il nome di
Giovannni I d'Inghilterra, portò l'aristocrazia al patto siglato a
Runnymede nel 1215, la Magna Charta Libertatum:
né il governante né il governato stanno sopra il diritto positivo
generato dal diritto divino. Robin «col cappuccio», the
hooded-man, era un patriota, sul muso di re Giorgio III
d'Inghilterra (1738- 1820) avrebbe detto volentieri Don't tread
on me! assieme agli americani, era un legittimista, un
vandeano, un sanfedista in anticipo contro le spoliazioni
giacobine. Little John e Will Scarlett dei «Merry Men» portarono il
popolo al suo fianco, frate Tuck la benedizione di Santa Romana
Chiesa alla sua guerra giusta, la tradizione stava dalla sua e lui
era più «moderno» di tutti. Alla fine il potere legittimo, re
Riccardo I detto Cuor di Leone (1157-1199), riconobbe in lui la
forza del diritto e della verità, e lo ricompensò per avere
preservato il regno dalla decadenza (per certo al normanno Riccardo
costò molto inginocchiarsi all'eroe sassone, ma lo fece comunque, e
volentieri, questioni di verità e di giustizia). Riprendiamoci
Robin Hood, eroe di tutti i «Tea Party» contro lo Stato
mangiatutto, e riprendiamoci la sua antesignana, dama Godgyfu,
madrina di ogni battaglia contro le tasse insopportabili che
umiliano l'uomo e offendono Dio. Nacque, Godgyfu, nel 990, forse, e
morì, forse, nel 1067, era sassone consorte di sire sassone, occhi
chiari e chiome brune, sinuosa e casta, incantevole e pia. Il mondo
la ricorda latinizzata in Godiva, ma l'etimo Old English è
sublime: «dono di Dio». Ricorda donde veniamo, tutti: noi, la
verità, la vita, la libertà, il diritto, la giustizia, la
resistenza all'invasore e al tiranno, il buongoverno. La sua
vicenda si svolse a un passo da quel 1066 di Hastings che portò i
normanni del duca Guglielmo detto il Conquistatore (1028-1087) a
travolgere l'«Anglosassonia » da tempo stabilita nella maggiore tra
le isole britanniche già celtiche. La sua storia la narra in latino
medioevale il Liber Eliensis, dal nome dell'abbazia di
Ely, nel Cambridgeshire orientale, dove nel secolo XII un tal
monaco Thomas, altri dicono Richard, fissò per iscritto le cronache
salienti dell'epoca. E la sua leggenda è tramandata, sempre in
latino, dal Flores Historiarum, ovvero per
exempla la storia scritta a molte mani di quella che si
chiamerà Inghilterra ab ovo fino al 1326, di cui gran
penna fu Ruggero di Wendover (†1236).
Per disegno misterioso e imponderabile, il Cielo
sottrasse a Godgyfu il primo marito, ma Leofric conte di Mercia se
ne innamorò. Davanti all'Onnipotente, si unirono in matrimonio. Si
fecero fama di sovrani generosi, elargivano a cenobi e conventi,
Leominster, Chester, Much Welock, Worcester ed Evesham portano
tutti il loro sigillo. Attorno al 1043 ricostruirono la cittadina
di Coventry, rovinata dalle incursioni danesi e rinverdirono i
fasti di quell'insediamento un po'romano è un po'sassone, e su cui
pesava benignamente pure la mano di una santa locale, facendone la
capitale della loro «Camelot».Vi fondarono anche un nuovo monastero
benedettino, dedicato a santa Maria. Dietro alla bontà di Leofric
vi era sempre dama Godgyfu, dietro un grande uomo c'è sempre una
grande donna, dietro un grande re una grande regina. Sire Leofric
era bravo, ma, si sa, come dirà molto più tardi sir John
Emerich Edward Dalberg noto come lord Acton (1834-1902),
il potere corrompe, e il potere assoluto corrompe in modo assoluto.
Fu così che un dì Leofric affamò Coventry con nuove tasse, pesanti,
inutili. Una ingiustizia palese, un gesto insano con cui il sovrano
cancellava anni di munificenza. Il popolo protestò, reagì, ma non
riusciva a far rimangiare a Leofric quell'affronto alla vita, alla
libertà, al perseguimento della felicità. Come nelle fiabe più
belle, allora, la regina, Dio benedica le donne, le mogli, le
madri, prese le parti del popolo e di petto il marito. A Leofric
Godiva domandò che quelle imposte venissero levate; erano indegne
di un sovrano giusto quale il nobile signore di Coventry, erano
brutte agli occhi di Dio, erano disastrose per tutti. Per tre volte
chiese Godiva a Leofric e per tre volte Leofric non rispose alla
bella dama, senza pietà. Ella tornò allora a chiedere, altre volte,
altre tre volte, altre tre volte tre. Leofric era esasperato; e
quello che poteva ridursi a un peccato lieve presto perdonato dal
pentimento ingigantì, generando cupidigia. Oramai il suo cuore non
ricordava più chi egli fosse. E così il sire, torvo in volto,
oscuro nei pensieri, nero nel cuore vedeva solo i denari, le sue
orecchie non udivano più lo stridore dei denti. Il re voltava le
spalle a Coventry, sputando in faccia a Dio, re dei re, per mezzo
del quale egli regnava. Accadde là, nella terra del santo Graal
dove il re e la terra sono tutt'uno, dove se uno incanutisce
l'altra avvizzisce senza la benedizione del sangue divino sparso
dalla Croce. Che demone si era fatto quel Leofric!, in quale
orrenda creature degl'inferi si era trasformato quel sovrano un dì
puro e magnanimo. Nono, non desiderare la roba d'altri.
Ma lady Godiva non si perse. Domandò, supplicò,
implorò, candida, bella, immacolata. Fu così che, sprezzante e
beffardo, il marito la sfidò. «Ascolterò le tue lagne, o donna che
non temi umiliarti, se avrai cuore di cavalcare per le strade di
Coventry al ludibrio dei volti, alla lussuria degli occhi,
all'affronto delle mani. Nuda! Monta senz'abiti, e toglierò la
mercede al popolo», ghignò Leofric. L'avidità e l'orgoglio avevano
bruciato il suo animo, che non esitava a mercificare il corpo della
moglie per riscattare poche monete in più. Sesto, non commettere
atti impuri. Godgyfu non conosce va più il marito. La proposta
sconcia la inorridì, si coprì il volto per la vergogna. Pianse. Si
raccolse in preghiera, meditò, offrì penitenza e digiuno. Alla fine
si risolse. Accettò la sfida del mostro per il bene e per la
giustizia. Una ordalia, che sia. In una notte di luna splendente,
la dolce madre del popolo si sfilò allora lentamente, con gesto
regale, con cerimonia nuziale, con liturgia devota, le vesti
nobili, scese nelle stalle reali, montò la più fiera delle
cavalcature e prese per le vie della città. Si sparse la voce, la
gente si dava di gomito, la signora sarebbe passata da lì. Ma
quando apparve, lenta e fiera nella propria mestizia, nessuno ne
vide le nudità, nessuno scorse altro che purezza, lindore, candore.
Non desiderare la donna d'altri. Uno solo degli occhi sgomenti di
quella notte si posò sulle sue forme con smania di desiderio,
quello del giovane «Peeping» Tom il guardone, che subito venne
punito perdendo la vista. Ne ringraziò per l'intera sua vita, se il
tuo cuore ti dà scandalo cavalo.
Null'altro poteva offrire, Godiva, e dette se stessa,
come Cristo, denudato dai carcerieri. Pensava, caracollando sul
destriero, che un buon re è Iddio in terra per il popolo, e che se
per un attimo Leofric aveva smarrito ragione e diritto allora
toccava alla regina sacrificarsi per raddrizzare la città.
Rovescerà i potenti dai troni, dicevano le Scritture, schiaccerà i
nemici sotto gli zoccoli dei cavalli. Al vederla le prostitute del
borgo arrossirono. Com'era lontano il loro darsi per oro da quel
suo combattere con l'ultima spada rimasta, l'ultima proprietà
inalienabile, l'unico diritto che solo la morte data dall'Alto può
sottrarre per renderlo in Paradiso. Il corpo come bandiera, arma,
grido di battaglia. La proprietà della vita e della libertà contro
il dispotismo. Lo Stato non deve toccare la persona, il suo corpo,
a spese dei contribuenti, anche perché ciò che dentro dà vita e
libertà, l'anima, non può essere posseduto. Don't tread on me.
Sic semper tyrannis. Al balcone del sovrano, le guardie
corsero dal re. Che giunse, affannato, incredulo, sbigottito. La
regina aveva sfidato la sua sfida com'egli non avrebbe creduto
possibile. I preraffaelliti s'impadroniranno grandiosamente del
mito, loro che amavano il Medioevo di «prima dello Stato», Alfred
lordTennyson (1809-1892) lo eternò: To meet her lord, she took
the tax away/ And built herself an everlasting name.
Fu un attimo. Nudo era Leofric. Cadde all'indietro. Si
rialzò ebbro, disgustato di sé e della propria malvagità, che in
quell'attimo però sparve. Il dono di dio, Godgyfu. Godiva l'aveva
vinto. Il popolo era libero, il sovrano anche. Leofric si precipitò
per la scalinata, tre gradini a balzo, con gesto ampio si spogliò
del mantello, lo depose sull'amata. Che sorrise, lievemente, con
dolcezza. Le tasse che uccidevano il popolo furono tolte. Questa è
la leggenda di Conventry, di come un dono di Dio, disadorno e
debole, vinse la cattiveria di un potere senza senso. Seguirono
anni di durezze e di prosperità, com'è sempre, ma fra avversità e
gaiezze si cantava di quel re amabile la cui sposa si rivestì di
gloria.Venne poi il giorno in cui Leofric spirò, nel 1057. Godgyfu
restò di nuovo sola. Ma, dice il Domesday Book, cioè il
«libro del giorno del giudizio » voluto dal conquistatore normanno
per censire i beni del regno, che ella fu tra i pochi sassoni, e
certamente l'unica donna, a conservare signoria sulle proprie
terre. Dorme sepolta non si sa dove, ma ha ragione chi dice che
giace nella chiesa principale di Coventry accanto al consorte.
Questa è la storia romanzata di lady Godiva, giunta fino
alla TaxPayers' Alliance, i Robin Hood di Gran Bretagna che ne han
fatto l'icona del movimento di liberazione fiscale oggi. Un dono di
Dio.
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