Serve un progetto, non una trappola
di Gianfranco Polillo
[21 agosto 2010]
Che scatta quando parte delle vecchie classi dirigenti hanno
ormai esaurito ogni compito. Ed allora il popolo ridiventa
protagonista diretto del suo destino. Chissà se Silvio Berlusconi è
consapevole di questa forte analogia tra la realtà italiana di oggi
e quella della Francia degli anni Sessanta? Non spaventi il lungo
periodo trascorso. De Gaulle fin da allora voleva che la "guerra
fredda"fosse archiviata grazie all'irrompere di nuovi soggetti
politici, candidando la sua Nazione al ruolo di rompi ghiaccio. In
Italia la cultura della "guerra fredda" non è stata mai superata.
Da un lato i "comunisti", dall'altro gli attentatori nei confronti
di una Costituzione che dura da appena sessant'anni: quasi fosse
scritta sulla pietra invece di essere caduca, come tutte le cose
create dall'uomo. Un'inutile battaglia. Se il premier avesse invece
questa consapevolezza dovrebbe lasciar perdere i finiani e tutto
quel mondo che ruota loro intorno: vendite di appartamenti, storie
di famiglia e così via. Ed aprire lui una nuova fase. Potrebbe
sembrare una fuga in avanti. Invece non vi sono alternative.
Questa maggioranza è condannata a governare. Chi è in grado,
infatti, di esprimere un governo alternativo? La sinistra è divisa
su tutto e quando non lo è - come sulla politica economica - è
meglio che resti minoranza in Parlamento. Non esistono quindi le
premesse per un cambio di direzione politica. Non uno straccio di
programma comune a partire dalle caratteristiche del sistema
politico che ciascuno ha in mente. Fini resta bipolarista, D'Alema
punta su un sistema alla tedesca,Veltroni, che non parla, rifiutò
questa prospettiva già in occasione della caduta del Governo Prodi.
Di Pietro non si capisce cosa voglia, se non l'annientamento del
Premier. Resta la proposta di Pier Ferdinando Casini. Un Governo
che unisca e non contro qualcuno. Ma il contesto, per le ragioni
appena dette, non gli è favorevole. Le stesse elezioni anticipate
non sono un toccasana. Il rischio è che dalle urna esca un sistema
politico ancor più frantumato, con una divisione profonda tra
Camera e Senato ed una frattura tra Nord e Sud che impedirebbe
qualsiasi soluzione. Le prospettive sarebbero quelle della
Repubblica di Weimar. C'è, infatti, una differenza profonda
rispetto a quanto accadde solo due anni fa a Romano Prodi. Allora
la crisi internazionale non si era ancora manifestata. Il deficit
di bilancio era molto più contenuto. La sponda mediterranea
dell'Europa - i famosi Pigs - non viveva il continuo rischio del
default. L'Italia, almeno per il momento, è in zona di sicurezza.
Mediamente rinnova il suo debito ad un tasso di interesse
notevolmente inferiore a quello della Spagna, del Portogallo o
dell'Irlanda, per non parlare della Grecia. Ma che succederebbe nel
caso di una crisi politica ed istituzionale al buio? Questo spiega
perché sia necessario andare avanti. Ma come? La risposta è tutta
in un rilancio programmatico: giustizia, fisco, federalismo e
mezzogiorno. Per il momento sono solo dei titoli, che
occorrerà rapidamente riempire di contenuti, avendo come priorità
quel rigore finanziario che è stato finora garantito. Questo
nell'immediato, perché se la svolta avrà successo si potrà pensare
anche a qualcosa di diverso: a quelle riforme istituzionali da
troppo tempo accantonate. Il nodo più sensibile è quello della
giustizia. Non è tanto una priorità degli italiani, anche se la
sofferenza per processi dai tempi infiniti è considerevole. C'è un
dato, tutto politico, che ne legittima l'urgenza. A novembre si
pronuncerà la Corte costituzionale sul "legittimo impedimento". Se
il verdetto sarà pollice verso, con ogni probabilità il leader si
trasformerà in un'anatra zoppa, a seguito della sentenza del
processo Mills. Si aprirà pertanto uno scenario che è l'esatta
negazione ogni ipotesi di stabilità. Conviene al Paese? Ferma
rimanendo l'esigenza di giustizia, questo appuntamento non può
essere spostato in avanti? Ragioni di opportunità fanno, forse,
premio sulla semplice voglia di una resa dei conti. Dobbiamo
disinnescare questa mina, per guardare alle cose che interessano
tutti gli Italiani. I primi dati sul federalismo dimostrano quanto
sia irragionevole l'attuale assetto istituzionale. Sprechi da tutte
le parti, cattiva gestione della cosa pubblica, favoritismi e
scambi elettorali a carico dei poveri contribuenti. Forse il
federalismo non è una panacea; ma rappresenta comunque un
cambiamento che può essere gestito con maggiore intelligenza.
Basterà per risolvere il problemi del Mezzogiorno, come sostiene
Umberto Bossi? Noi non lo crediamo. La Germania per integrare i
landers orientali ha speso 1.500 miliardi di euro: una somma pari
all'intero PIL italiano. Ha gestito quei fondi dal Centro,
costringendo gli amministratori locali a politiche di rigore. Nei
nuovi territori ha realizzato quelle teste di ponte che le hanno
consentito di investire nei paesi limitrofi: Polonia, Slovacchia,
Repubblica Ceca. Ed ora grazie a quella nuova integrazione
territoriale può guardare alla crisi internazionale con la
tranquillità di un Paese che presenta i più elevati tassi di
sviluppo dell'Occidente. Può essere quello un modello per
l'Italia? Noi crediamo di si. Basti pensare a quella che fu la
politica della Cassa del Mezzogiorno all'inizio di
quell'esperienza. Insomma le possibilità per un rilancio ci sono?
Ciò che manca è la tenuta del quadro politico. Ma anche qui: perché
non guardare oltre? Ci sono forze disponibili per questo lavoro di
lunga lena nell'interesse del Paese? La loro esistenza è indubbia.
Il problema è solo trovare la forma giusta per un loro più diretto
coinvolgimento.
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