Torna a Roma il Circo Gheddafi
di Antonio Picasso
[27 agosto 2010]
La visita a Roma del leader libico Gheddafi, lunedì prossimo, è
stata anticipata dalla notizia che il colonnello porterà con sé una
trentina di cavalli e ovviamente le immancabili 200 hostess, meglio
note con il vezzoso nome di "gheddafine". Il leader libico, ancora
una volta, non si smentisce. È celebre la sua capacità di
spettacolarizzare la sua presenza ovunque si trovi nel mondo,
pretendendo di montare tende beduine nel cuore di una villa
rinascimentale di Roma - come é accaduto lo scorso anno e come si
ripeterà lunedì nel parco di Doria Pamphili.
Quello dei cavalli, però, é un exploit inatteso, dettato dalla
coincidenza del viaggio di Gheddafi con l'anniversario della
rivoluzione. Il primo settembre 1969, il giovane colonnello si pose
alla guida di un gruppo di giovani ufficiali per detronizzare re
Idris I. Oggi il rais ha deciso di commemorare l'avvenimento in
occasione del summit con Berlusconi. L'Italia è abituata
all'esibizionismo di Gheddafi e riesce a starvi al gioco. I trenta
cavalli del rais, infatti, si esibiranno prima del carosello dei
Carabinieri, appuntamento classico con cui vengono omaggiati tutti
i capi di Stato in visita nel nostro Paese. Superando però
l'effimera cortina dell'"organizzazione eventi", il fatto che
Gheddafi torni nel nostro Paese per il secondo anno consecutivo e
per celebrare il Trattato di Bengasi, firmato nel 2008, indica che
noi costituiamo per la Libia la sua più affidabile testa di ponte
in Occidente. Il governo tripolino, dopo la lunga emarginazione
internazionale dovuta ai suoi legami con il terrorismo palestinese,
può dirsi affrancato tutti gli effetti. La sua immagine certo non è
tornata immacolata. Tuttavia le ricchezze di gas e petrolio
localizzate nel sottosuolo libico valgono bene l'archiviazione dei
capitoli precedenti del regime di Gheddafi. D'altra parte, per
consolidare la sua crescita economica, la Libia necessita di
mantenere buone relazioni con quei governi europei che le offrono
maggiore disponibilità al dialogo e che, soprattutto, partecipano
attivamente con i propri capitali al miglioramento della produzione
nazionale. Negli ultimi sei anni, la crescita del Pil libico si è
mantenuta mediamente superiore al 2%. Tuttavia, già dal 2009, il
sistema ha cominciato a risentire degli sbalzi dei prezzi
internazionali del petrolio. Tripoli, quindi, si è resa conto della
necessità di diversificare il settore secondario, svincolandosi
dall'eccessivo attaccamento ai ricavi di idrocarburi. Per questo è
alla ricerca di investimenti stranieri. Il nostro Paese, in
particolar modo, occupa una posizione privilegiata rispetto agli
altri partner europei e agli Stati Uniti. Attualmente siamo il
primo partner nella bilancia commerciale del Paese nordafricano,
sia nell'export (38%) sia per quanto riguarda le importazioni
(19%).
Al di là dei retaggi coloniali, che hanno rappresentato una
costante di attrito fino agli accordi di due anni fa, Roma è
riuscita a sviare gli impedimenti giuridici internazionali che le
vietavano l'ingresso sul mercato libico. Si é trattato di un
pionierismo industriale che ha permesso alle grandi società
italiane di consolidarsi nel Paese nord africano prima dei loro
competitor. Nel momento in cui l'Onu ha abrogato le sanzioni, nel
2004, Roma era già radicata in Libia. Sono stati soprattutto i
settori strategici a interessare l'azienda Italia. L'Eni, memore
delle conquiste ottenute ancora da Enrico Mattei nell'intero
quadrante nord africano, si è vista confermare il primato raggiunto
nei decenni precedenti all'isolamento diplomatico della Libia. A
ruota sono seguite la Fiat, l'Enel, nonché importanti istituti di
credito già operativi nel vicino Egitto e in Tunisia. Il rapporto
fra Roma e Tripoli ormai può essere definito paritario. Ciascuno
dei due governi ha bisogno dell'altro per una svariata serie di
motivi. Vista dalla prospettiva libica, questa alleanza ha un
valore politico fondamentale. Gheddafi, classe 1942, è il leader
arabo al potere da più tempo. Come si esterna la preoccupazione per
la successione di Hosni Mubarak in Egitto, altrettanto si fa per il
colonnello. I figli di entrambi i rais, proclamati delfini in
pectore, non sembrano però dotati dello stesso carisma dei padri.
In Egitto e in Libia si spera che accada quanto avvenuto nel 2000
in Siria. Una volta scomparso Hafez el-Assad, suo figlio Bashar,
per quanto all'epoca fosse poco avvezzo alla politica
mediorientale, dimostrò di sapere condurre il Paese oltre le
difficoltà che una "repubblica monarchica" può incontrare al
momento della successione al trono. Per la realizzazione di un
progetto simile, tuttavia, la Libia ha bisogno dell'appoggio
della comunità internazionale. La cancellazione delle sanzioni ha
fatto da primo step. A seguire si sono avute lo scambio dei
rappresentati diplomatici con gli Usa e l'ingresso del Paese nord
africano nell'Union pour la Méditerranée, nel 2008, per volontà del
presidente francese Sarkozy.
<+stacco>Nonostante tutti<+txt_tondo> questi successi,
Roma per Gheddafi ha sempre rappresentato il "boccino" da colpire.
La normalizzazione dei rapporti con l'ex potenza coloniale si è
trasformata progressivamente in una questione personale. Una volta
risolta, due anni fa appunto, fra l'Italia e la Libia si è
consolidata una partnership multiforme, che oggi si sviluppa nei
settori della politica, dell'economia e della sicurezza.
Silvio Berlusconi, grazie alle sue capacità istrioniche, è il solo
leader occidentale che riesce a tener testa all'eccentricità del
rais. In una politica estera in cui i rapporti interpersonali fra i
"grandi" hanno assunto la prevalenza rispetto alle dinamiche
canoniche della diplomazia, il presidente del consiglio italiano ha
sfoderato il suo spirito intuitivo nell'approcciarsi con Gheddafi.
Dai vertici bilaterali, quindi, si è arrivati sempre a un
compromesso favorevole e rimunerativo per entrambe le sponde del
Canale di Sicilia.
Sul piano economico,le ricchezze libiche sono diventate la nostra
nuova frontiera. Non solo per quanto riguarda la loro estrazione ed
esportazione attraverso il Greenstream, il più lungo gasdotto
sottomarino del Mediterraneo, attivo da sei anni e realizzato dalla
Saipem, controllata Eni, insieme alla Libyan Gas Transmission
System. Il "Cane a sei zampe" ha indossato l'abito di abile
mediatore fra le big oil europee, nordamericane, ma soprattutto
russe, da una parte, e la National Oil Corporation (Noc),
dall'altra. Questo ha permesso all'azienda guidata da Paolo Scaroni
non solo di trarre utili monetari, ma anche di portare avanti
l'ambizioso progetto di Mattei affinché la compagnia fosse una
protagonista irrinunciabile delle grandi manovre nel comparto
idrocarburi in nord Africa. Allo stato dell'arte la nostra big oil
è riuscita a confermare le concessioni di sfruttamento dei
giacimenti di gas e petrolio rispettivamente fino al 2042 e 2047. A
questo risultato, che rappresenta già di per sé una garanzia, vanno
aggiunte le opportunità che si potrebbero offrire nel momento in
cui la British Petroleum decidesse di ridurre la sua presenza nel
Paese arabo. Sembra che siano passati secoli da quando, appena un
anno fa, si vociferava in merito all'inopportuna liberazione di
Abdelsadet al-Megrahi, il terrorista tripolino, diretto
responsabile dell'attentato di Lockerbie nel 1988; attacco nel
quale persero la vita 270 persone. Nel settembre 2009, la decisione
di un Tribunale scozzese di approvare il rimpatrio di al-Megrahi
aveva stuzzicato le malelingue, facendo loro sospettare l'esistenza
di un accordo sottobanco tra Gheddafi e Gordon Brown in favore
della Bp. La polemica scemò con il passare dei mesi. Ad aprile
però, il disastro della marea nera nel Golfo del Messico, di cui è
responsabile la compagnia britannica, ha frustrato le risorse
finanziarie di quest'ultima.
Si ipotizza quindi che, per fare cassa e risarcire i danni del
disastro ecologico, la Bp debba essere costretta a svendere alcuni
gioielli in terre lontane. Le concessioni libiche potrebbero essere
nella lista. Le grandi compagnie europee e di oltre Atlantico
scalpitano per arrivare prime, ma soprattutto vogliono anticipare a
tutti i costi la Cina. A questo si aggiunge il discorso sulle
trivellazioni offshore. All'inizio di questo mese, il ministro
dell'ambiente italiano, Stefania Prestigiacomo, ha chiesto una
moratoria al progetto della stessa Bp di avviare le esplorazioni al
largo del Golfo della Sirte. È evidente che l'opinione pubblica
mondiale sia caduta preda del timore per cui ogni impianto
petrolifero rappresenterebbe una potenziale Deepwater
Horizon, la piattaforma che è stata fatale per il disastro nel
Golfo del Messico. Alla paura di un olocausto petrolifero,
tuttavia, si contrappone la sete quotidiana di idrocarburi delle
nostre società industrializzate. In pratica: da qualche parte
bisogna pur perforare, e se la Libia offre le adeguate garanzie di
sicurezza, il club petrolifero mondiale è ben lieto di spingersi
fino a Tripoli.
In tal senso, l'Italia potrebbe approfittarne. Proprio ieri il
vertice di Eni ha confermato l'incontro che avrà con Gheddafi la
prossima settimana. La compagnia, ma con essa anche l'Enel hanno
dalla loro il vantaggio dato dalla vicinanza geografica, dal
Greestream - al momento, infatti, se si vuole dissetare celermente
di idrocarburi l'Europa, per forza di cose bisogna passare da Gela
- e dalla facilità di approccio che personalità quali Berlusconi,
Scaroni e l'ad di Enel, Fulvio Conti, vantano presso
l'establishment libico.
Altrettanto prioritaria per entrambi i Paesi è la gestione della
sicurezza e con essa la questione immigrazione. A Parigi in questi
giorni infuria la battaglia fra Sarkozy le sinistre per la politica
anti-Rom adottata dall'Eliseo. Ieri il ministro dell'interno
italiano, Roberto Maroni, intervenuto al meeting di Cl a Rimini, ha
lodato la Francia per la decisione presa, soprattutto perché questa
sarebbe nata sull'esempio delle scelte del governo italiano e della
Legge Bossi-Fini. In questo rientrano i capitoli relativi
all'immigrazione del Trattato di Bengasi. Negli ultimi dodici mesi
gli sbarchi sono stati 3.499, mentre nel periodo precedente erano
29.076. Quelli dalla Libia, in particolare, sono diminuiti da
20.665 a 403. «Un risultato che è frutto dell'accordo con Tripoli»,
ha sottolineato Maroni. «La Commissione europea stessa l'ha preso
come modello che dovrebbe utilizzare l'intera unione». «In tema di
immigrazione il governo si è sempre mosso dentro le norme
comunitarie. Questo è stato l'elemento di successo del
trattato».
La determinatezza con cui sono intervenute le autorità tripoline,
inoltre ha permesso di limitare il pericolo che le cellule di
«al-Qaeda nel Maghreb islamico» (Aqmi) coinvolgessero anche la
Libia, soprattutto le tribù nel sud del Paese.
Quest'ultimo non si può dire immune dalle istanze jihadiste.
Bisogna riconoscere però che sul suo territorio queste risultano
comunque circoscritte. È anche vero che il regime di Gheddafi non
passerà alla storia come un esempio di rispetto dei diritti umani.
Le carovane di profughi che dall'Africa centrale si incamminano
sulle piste del deserto libico cadono vittima della brutalità della
natura locale, mentre le forze di polizia del Paese non fanno nulla
per alleviare le loro sofferenze. I blogger clandestini
nordafricani sono impegnati da anni nel denunciare le misure
estreme adottate da Tripoli. Espulsioni e incarcerazioni di massa
pare che siano all'ordine del giorno. Quello che sconcerta gli
osservatori è l'indolenza delle istituzioni europee di fronte a
queste notizie. Tuttavia, nell'ottica della realpolitik, quando i
governi occidentali hanno firmato i singoli accordi con Tripoli
sapevano con chi si sarebbero confrontati. Gheddafi, dal canto suo,
non ha mai promesso di avviare una stagione di riforme secondo
eventuali desideri di Bruxelles e tanto meno di essere tenero con
gli stranieri. Sicché ad accordi fatti, ci si accorge delle
relative vittime collaterali. È il prezzo che l'Europa deve pagare
se pretende di contenere l'immigrazione.
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