Sarko riparte dai Rom
di Giancarlo Galli
[24 agosto 2010]
Che sta accadendo sotto i bei cieli di Francia, terra celebrata
sin dai tempi della Rivoluzione per l'ospitalità, all'insegna di
Liberté- Egalité-Fraternité? I fatti nudi e crudi sono
noti. Occupano le pagine dei giornali, scatenano dibattiti
televisivi: il presidente della Repubblica Nicolas Sarkozy de
Nagy-Bocsa (nome che scritto per esteso riporta a galla le lontane
radici ungheresi degli antenati), s'è imbarcato in piena estate in
una "campagna sulla sicurezza"determinata e rude. Vuole allontanare
col bastone (la sistematica demolizione dei campi) e qualche carota
(un bonus di 300 euro per gli adulti, 100 per i minorenni), buona
parte dei Rom balcanici, per la quasi totalità romeni e bulgari,
arrivati nell'Esagono con la caduta delle frontiere comunitarie; e
i primi scaglioni sono già ripartiti in volo per le nazioni di
origine. In aggiunta, con l'autorità che gli discende dal potere
presidenziale, ha sottoposto al Consiglio dei ministri una proposta
di legge che prevede l'espulsione con privazione della nazionalità
per quei cittadini di origine straniera che si rendono colpevoli di
reati di particolare gravità. E, incurante delle vibranti proteste
di alcune organizzazioni caritativeumanitarie, delle preoccupazioni
della Commissione europea, Nonché di esponenti dell'opposizione di
sinistra, sembra deciso a procedere senza tentennamenti. Dai fatti
ai perché, molti e di complessa interpretazione.
A Parigi, i sarkozyani rimasti a presidiare i palazzi
del potere, propongono una tesi che si può definire
razional-minimalista. Nessuna "deriva xenofoba", come tuona il
segretario del Partito comunista, Pierre Laurent, ma una serie di
misure che rispondono ad altrettante emergenze. La crisi economica,
che ha azzerato la crescita e fatto impennare la disoccupazione,
non consente alle pubbliche finanze di mantenere persone che non
hanno mezzi di sussistenza. L'ordine pubblico: troppo alta la
percentuale di delitti contro il patrimonio riferibili e immigrati
non integrati e forse, tipici i Rom, difficilmente integrabili.
Quindi il tentativo, stando alle parole del leader centrista,
François Bayrou, di «trasmettere il mes- saggio che insicurezza e
difficoltà economiche discendono dall'immigrazione incontrollata ».
Quanto di vero o di strumentale? C'è chi pone il dito su un tasto
delicato: la crescente insofferenza della Francia per le politiche
di "allargamento comunitario". Parigi è infatti tenacemente
contraria all'integrazione della Turchia. Pertanto col suo piano di
espulsioni, rafforza il rifiuto. Facendo da apripista a una
stagione di sciovinismo che potrebbe risultare contagiosa. In Gran
Bretagna, gli immigrati non sono più graditi; in Spagna, con la
disoccupazione al 20 per cento della forza lavoro, si cerca di
rimandare a casa marocchini e algerini, e nelle enclave africane di
Ceuta e Melilla sono stati eretti muri con filo spinato. Eppure al
governo di Madrid c'è il socialista Zapatero! Con occhio attento si
guarda pure all'Italia, lasciando intendere a mezza bocca che con
la Lega al governo a Roma e in importanti entità regionali,
un'intesa de facto potrebbe non tardare.
Interrogativo: sono questa serie di argomenti per così
dire "concreti"(economia e sicurezza) sufficienti a spiegare
l'irrigidimento di Sarkozy? Certamente hanno una loro validità, e
soprattutto hanno fatto presa, stando ai sondaggi, nell'opinione
pubblica. Prendendo per buone le cifre de Le Figaro, il
più filogovernativo fra i quotidiani transalpini, quasi l'80 per
cento condivide il decisionismo presidenziale, la sua
inflessibilità. Altre indagini demoscopiche sono assai più
misurate; il che tuttavia non incrina il generale convincimento che
con la mossa anti-immigrati, il presidente sia riuscito finalmente
ad arrivare al cuore dei francesi. Dopo le stagioni delle sbandate
sentimentali e di una navigazione con poca bussola. Il che ci porta
a considerare un'altra ipotesi-teoria. Non smentisce la precedente,
ma semmai la rafforza: il contrasto musclé, muscoloso, quale
strumento per il rilancio politico-elettorale di un Sarkozy che
«per quel che non ha fat to» ha toccato il minimo assoluto nei
gradimenti. Meno di un francese su tre. Biglietto da visita che gli
assicura, per le presidenziali della primavera 2012 (quindi quasi
dietro l'angolo) una cocente sconfitta, che potrebbe segnare il
definitivo declino del suo brillante percorso politico. Nato nel
1955 da famiglia ricca e aristocratica, Nicolas ad appena trentotto
anni è ministro del Bilancio, all'ombra di Jacques Chirac, che ha
vinto le elezioni, mettendo in difficoltà lo stanco e malato
presidente socialista François Mitterand. Con l'arrivo di Chirac
all'Eliseo (il nostro Quirinale), la stella di Sarko brilla: in
rapida successione, ministro agli Interni (dove si costruisce la
fama di "duro") e all'Economia (dove invece combina poco).
Comunque, il ruolo di "delfino" non s'attaglia al carattere
nervoso, impaziente. È per giunta di natura geloso (lo si è visto,
platealmente, con la terza moglie Carla Bruni), e malfidente. Si
scazza di brutto col coetaneo Dominique de Villepin , segretario
particolare di Chirac. Scintille, dimissioni. Un divorzio
non consensuale. Mentre de Villepin, passo dopo passo, arriva alla
poltrona di primo ministro, Nicolas si dedica al partito, l'Ump,
ponendo così i paletti per il gran salto: candidato del
centrodestra alle elezioni presidenziali del giugno 2007. Opposto
alla socialista Ségolène Royal. Nell'intermezzo, lotta senza
quartiere con de Villepin, con penosi strascichi giudiziari, dai
quali esce però vincitore. Ma Dominique de Villepin non lo ha
perdonato e ancora ieri dalle colonne di Le Monde, ha
definito «una macchia di vergogna sulla nostra bandiera» le
espulsioni dei Rom. Qui, il discorso si fa
politique-politicien, per dirla alla francese. Per battere
la candidata del Garofano, Sarko ha condotto una campagna
elettorale decisamente spostata a destra, andando a mietere voti
sul terreno occupato dal Fronte nazionale di Jean- Marie Le Pen, ex
paracadutista, nostalgico dell'Algerie Française, fiero
nazionalista, che vede gli immigrati come il fumo negli occhi. Se
la legge elettorale non gli consentirà di entrare a Palais Bourbon,
il Parlamento, il 10 e passa per cento dei voti lo proietta nei
consigli regionali e comunali. Sarko, alle presidenziali, taglia
l'erba sotto i piedi a Le Pen. Una bella fetta dell'elettorato di
estrema destra gli crede, portandolo alla vittoria. Senonché,
appena eletto, Sarko prende le distanze dalle promesse. Alla
ricerca di un più vasto consenso, nomina a posti di rilievo anche
esponenti vicini ai socialisti. «Vuole unire, rassembler»,
spiega.
Con quale obiettivo non lo dice, e nemmeno dispone del
carisma di un De Grulle al quale di tanto in tanto si richiama. Il
disincanto si materializza alle ultime elezioni regionali: tutte
conquistate dalle sinistre. Ecco a questo punto un'altra
interpretazione delle attuali mosse di Sarkozy: scegliere il tema
della lotta all'immigrazione, ai Rom, onde dimostrare che a
deludere le istanze dei cittadini per la sicurezza, non sono stati
il residente e il governo, bensì gli enti locali metanizzati
dall'agire dal "buonismo" di socialisti, ecologisti, movimenti di
sinistra. Quanto di verità e quanto di scaricabarile? La battaglia
di Sarkozy contro Rom e immigrati penalmente perseguibili, potrebbe
quindi essere per il presidente, azzoppato dai sondaggi
sfavorevoli, l'occasione per un rilancio della sua immagine
politica incrinata. Ciò, nulla togliendo al fatto che il problema è
reale, con la gente che lo sente sulla propria pelle. Ma può la
Francia pensare di muoversi in orgogliosa solitudine, anziché
concertare a livello europeo? Al di là delle emergenze, esiste ai
confini del Vecchio Continente una massa crescente di aspiranti
immigrati. Africani, mediorientali, asiatici. Senza dimenticare le
popolazioni balcaniche. Non possiamo, quindi, permetterci di
chiudere gli occhi: una politica sull'immigrazione più che
necessaria, è indispensabile. In assenza, il rischio di andare
incontro a traumi sociali ingigantisce, al pari di un altro
pericolo: un'ondata xenofoba, nel caso di un aggravarsi delle
difficoltà economiche.
È forse questo il lato positivo-propositivo che si può
ricavare dall'irrigidimento di Sarkozy: attaccare la punta
dell'iceberg (Rom e delinquenza importata), ad evitare che le
iniziative passino in altre mani. In Francia, il Fronte nazionale,
ora guidato da Marine Le Pen, figlie del fondatore, viaggia col
vento in poppa, almeno nei sondaggi. Per vari risvolti, è anche in
questa ottica che è possibile guardare, in Italia, al lievitare dei
consensi attorno alla Lega di Umberto Bossi. Non è insomma
sufficiente deprecare gli estremismi, «È urgente guardare in faccia
alla realtà», per usare le parole di un intimo di Sarkozy. Che poi
il presidente di Francia sia stato mosso più da calcoli di bassa
cucina elettorale che da un'effettiva e meditata valutazione del
problema, diviene questione secondaria. Infatti, all'ombra della
Torre Eiffel, più che litigare sulle ragioni o i torti delle mosse
di monsieur Sarko, la borghesia, cioè la spina dorsale
dell'elettorato, si chiede: «Se ha sbagliato, se strumentalizza,
qual è l'altra ricetta?».
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