Estate con Agatha
di Pier Mario Fasanotti
[31 luglio 2010]
A lei, Agatha Mary Clarissa, è capitato. A tutti gli altri
scrittori no. Nel 1975, poco prima delle festività natalizie, il
Times di Londra, il giorno 6 dicembre, pubblica in prima
pagina la notizia della morte di Ercule Poirot, investigatore di
professione, belga di nascita ma abitante in un affollato
condominio di Londra, città ove svolse il suo brillante mestiere di
sciogli-rebus. A leggere le prime righe di quell'inconsueto
necrologio, ci fu chi si interrogò su chi mai fosse
monsieur, anzi mister Poirot. Sì,perché c'è
sempre qualcuno, in ogni dove, che ignora del tutto la letteratura,
pure quella più popolare. Poirot era morto per volontà della sua
«mamma». Un terribile omicidio,dunque? La stragrande maggioranza
degli inglesi ben sapeva però che la scomparsa di quell'omino dai
passetti brevi, un po'lezioso, azzimato, sicuro di sé e talvolta -
diciamolo pure - arrogante nel suo coriaceo
understatement, si doveva attribuire a una decisione
violenta ma curiosamente senza sangue e lamentazioni.Poirot era un
personaggio, non una persona. Ovvio che a decidere la sua sorte
fosse il suo creatore. Il quale decise appunto, dopo aver dato alle
stampe il romanzo Sipario, di sbarazzarsi del «figlio» che,come
tutte le creature, rischiava di diventare ingombrante, magari
fastidioso. Se noi chiedessimo a un narratore di sognare, con tutta
franchezza, un'ipotesi di fama mondiale, certamente questi
risponderebbe: «Leggere su un giornale la sorte del mio
personaggio». È chiaro che la Agatha di cui stiamo parlando di
cognome faceva Christie. Cognome del suo primo marito, che pure la
tradì e le procurò sofferenze, anzi addirittura fu la causa di un
periodo (mai esattamente scandagliato) di amnesia e di squilibrio
psichico. Agatha nata Miller, da donna semplice e pratica, mai
abbandonò il cognome acquisito. Appunto perché era donna con i
piedi per terra e commercialmente astuta e cinica. Diventata famosa
come Christie, non ripudiò mai il nome maritale. Del resto una
ditta che va a gonfie vele mai muterebbe la ragione sociale a causa
di questioni sentimentali. Business is business.Oh,
bien sure avrebbe commentato il baffuto e pelato (testa a
uovo) Poirot che quando si trattava di approvare qualcosa muoveva,
e con riluttanza, un sopracciglio: eh sì, era diventato britannico
in tutto e per tutto malgrado tenesse sempre a precisare d'essere
nato altrove: in Belgio per carità, non in Francia. Belga come
Maigret. Il prossimo 15 settembre madame Christie compirebbe 120
anni. Come ricordare e omaggiare la regina del giallo? Il
suo editore italiano, la Mondadori, ha deciso di mobilitare la
redazione della sezione Oscar e di mandare nelle librerie 73
quaderni segreti che la riguardano. Inevitabile che un autore
poliziesco lasci dietro di sé, consapevolmente o no, qualche
traccia odorante mistero. Precisiamo che non si tratta di uno
scoop editoriale visto che gli appunti della scrittrice
nata a Torquay (e morta nel 1976, in terra britannica dopo tante
peregrinazioni all'estero) sono stati divulgati dalla figlia
(unica) Rosalind nel 2004. Quaderni, ma anche due storie inedite
con Poirot come protagonista: quel figurino dalle scarpe sempre
lucide continua a essere imprevedibile, forse un po'burlone con il
suo ricomparire in scena quando nessuno se l'aspetta. Gli scritti
di Agatha, da lei tenuti gelosamente in un cassetto (forse per
modestia, forse per distrazione, chi lo può dire) contribuiscono
alla conoscenza approfondita di un'autrice che rivaleggia con
Shakespeare e addirittura con la Bibbia in quanto a divulgazione
mondiale dei suoi testi. Il curatore del lascito letterario è John
Curran, dublinese. Ovviamente accanito fan della Christie, già
consulente del National Trust durante il restauro della Greenway
House,la casa di vacanza della giallista. Attualmente si adopera
per fondare l'Archivio di Agatha Chistie. Il lavoro di Curran
s'intitola I quaderni segreti di Agatha Christie (408
pagine, 13,00 euro). Di più la Mondadori non vuol dire, ligia a una
sorta di calendario misterico.
Sul metodo di lavoro della giallista più famosa e più
tradotta al mondo molte cose si sanno. Lei è l'esempio della donna
che si mette davanti alla macchina da scrivere con la stessa
determinazione di una massaia in procinto di calibrare gli
ingredienti di una torta, la famosa english pie. Il tratto
peculiare è l'abilità artigianale, assieme a una forte dose di
candore. Voleva attirare l'attenzione dei lettori, vendere,
affermarsi. E come, se non parlando di veleni e cadaveri? Su di lei
una splendida frase di Winston Churchill: «È la donna che, dopo
Lucrezia Borgia, è vissuta più a lungo a contatto col crimine».
Ebbene, imparò tantissime cose sulle sostanze letali quando lavorò
come infermiera negli anni della prima guerra mondiale,
all'ospedaanno le di Torquay. Mette in pratica ciò
che sa. E a questo punto occorre dire che Agatha colta non lo era
proprio: rimase affascinata leggendo alcuni libri lasciati sul
comodino da soldati feriti al fronte. E come è frequente in certe
biografie di «grandi», spunta un elemento molto personale: Agatha,
che in famiglia passava per «lenta» (eufemismo che sta per «tonta»
o ingenua) volle prendere la rivincita su sua sorella, considerata
genio in casa Miller. Scommise e vinse. La sorella non credeva
assolutamente che l'Agatha svagata, un po'dura di comprendonio,
fosse in grado di scrivere una detective story. Una
soltanto? Be', certo, all'inizio fu una. Ma il seguito è
impressionante: solo dei romanzi della Christie in inglese è stato
venduto oltre un miliardo di copie. Poi ci sono le traduzioni, in
almeno 56 lingue, per un analogo risultato numerico. I contabili
più accorti stimano che la giallista abbia guadagnato qualcosa come
venti milioni di sterline. Circa la sua famiglia, Agatha non ebbe
mai l'occasione, e la volontà, di recriminare alcunché. Nella sua
autobiografia (La mia vita, Mondadori) si mostra
candidamente obiettiva. A cominciare dall'infanzia, che considerava
periodo molto felice. Del padre annota la sua non-grandezza
intellettuale, ponendo in risalto la sua bonarietà prendendo in
prestito un passo di David Copperfield di Charles
Dickens,laddove si legge un giudizio su un familiare: «Vostro
fratello è un uomo affabile?». Risposta: «Oh, molto affabile».
Questo è ciò che per lei conta. Questa è la dote principale di una
persona.Tanto è vero che alla morte del padre notò con piacere il
raggrupparsi di un gran numero di amici sinceri. Padre che, grazie
alle sue floride condizioni economiche, poteva permettersi di
alzarsi e andare diritto al club, per poi tornare in carrozza. Lei
stessa ebbe a dire più tardi che l'invenzione è quasi sempre figlia
dell'ozio. Con altrettanta sincerità descrive la madre: «Dotata di
personalità eccezionale e vagamente enigmatica, molto più forte di
quella di mio padre, era creativa e originale, anche se timida e
molto insicura e, forse, afflitta da un fondo di
malinconia».Pennellate scarne, essenziali, dello stesso tono di
quelle usate per descrivere i suoi personaggi letterari. Nessun
profondo scandaglio psicologico, solo quel che basta per
caratterizzarli dal punto di vista comportamentale.Agatha non era
né Freud né Proust e nemmeno si cimentò nell'analisi dell'anima
nascosta. Le sue «torte» letterarie riuscivano bene anche perché
veniva adoperata una lingua precisa e semplice, del tutto priva di
barocchismo e lontana da ambizioni sperimentalistiche. Un esempio
tra i tanti? Rileggiamo l'incipit di uno dei testi più
famosi, e reso tale grazie anche alla trasposizione teatrale, ossia
Dieci piccoli indiani: «In un angolo dello scompartimento
fumatori di prima classe, il signor Wargrave, giudice da poco in
pensione, tirò una boccata di fumo dal sigaro e scorse con
interesse le notizie politiche del Times.Poi, depose il
giornale sulle ginocchia e guardò fuori dal finestrino. Il treno
correva attraverso il Somerset. Diede un'occhiata all'orologio:
ancora due ore di viaggio. Ripensò a quello che i giornali avevano
scritto su…». Abbiamo accennato alla modesta cultura di Agatha.
Ebbene: non frequentò mai alcuna scuola e fu istruita dalla madre
Clara Boehmer, donna della buona società, dalla nonna e dalle
governanti di casa. Il padre, Fred Miller, agente di cambio
americano, morì nel 1901. Si appassionò alla musica, andò a Parigi
(nel 1906) per studiare canto, ma si accorse che il gorgheggio
lirico non era nelle sue corde. Con quel senso pratico che
contraddistingue gli inglesi, vi rinunciò senza mai recriminare per
un mancato destino. Se una torta riesce male, se ne fa un'altra.
Cambiando ingredienti. Semplice, no? Tornata in patria conobbe
Archibald Christie, colonnello della Royal Flying Corps.
Fidanzamento e poi matrimonio. Dall'unione nascerà, nel 1919, la
figlia Rosalind.
Non è ancora madre quando si mette a scrivere, negli
anni della guerra, The Mysterious Affair at Styles
(Poirot a Styles Court, titolo in italiano). Il libro
uscirà solo nel 1920. Incuriosita dal romanzi dei soldati
ricoverati all'ospedale di Torquay, le venne in mente di disegnare
un personaggio «attraente» come l'Arsenio Lupin di Maurice Leblanc
o come il giornalista- investigatore Joseph Rouletabille di Gaston
Leroux. Agatha aveva troppo buon senso per lasciarsi andare alle
suggestioni. E quindi evitò di fare fotocopie di Sherlock Holmes.
Sapeva che l'imitazione avrebbe prodotto un fiasco. Nacque Poirot,
che «visse» in dodici romanzi. Seguì la petulante Miss Marple
(comparve per la prima volta nel romanzo La morte nel
villaggio, nel 1930), tutta pettegolezzi e tè con le amiche.
Lo scenario è il tranquillo paese St. Mary Mead: prototipo della
campagna inglese, quasi da cartolina. Per questa donna attempata ma
in ottima forma fisica, naturalmente intrigante,dotata di grande
buon senso e di finissimo intuito, la Christie si ispirò a sua
nonna. Miss Marple alterna riflessioni criminologiche allo
sferruzzare a maglia. Senza sbandierlarlo ai quattro venti, si
cimentò nel 1949 con prose decisamente sentimentali. Accorta
manager di se stessa, volle adottare uno pseudonimo (Mary
Westmacott). Su Agatha Christie si sono scritti numerosissimi
studi. Curioso è quello che sostiene che la giallista inglese
scrisse gli ultimi romanzi quando era vittima del morbo di
Alzheimer. A sostenerlo sono due docenti dell'università di
Toronto. Con l'aiuto della comparazione informatica, hanno
individuato la ricorrenza degli stessi vocaboli e dei nomi, e la
sequenza delle frasi.E hanno concluso che l'impoverimento del
linguaggio cominciò a risultare evidente già attorno al 1968-'70
arrivando alla conclusione che la degenerazione mentale (ah, le
famose «celluline grigie» citate con orgoglio da Poirot) era ormai
evidente nella Christie già intorno a quegli anni. Lei fu in
qualche modo conscia del proprio declino? Pare di sì se si analizza
un passo di un libro in cui un personaggio femminile afferma di
essere incapace a risolvere un mistero proprio perché colpita da
amnesia, e chiede aiuto a Poirot. Un'altra prova di buon senso, di
pragmatismo. La regina del giallo era infatti così: se la torta era
impastata male, non esitava a rimediare,magari con l'aiuto di
qualche vicina di cottage. Anche in questo modo si può costruire un
monumento a se stessi.
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