Lo scomodo testimone della nostra arretratezza
di Enzo Carra
[18 agosto 2010]
Se n'erano accorti in molti. Francesco Cossiga da un giorno
all'altro aveva smesso di intervenire sui fatti scottanti
dell'economia e della politica internazionale. E questo già di per
sé era un'amputazione per la nostra vita pubblica, in un panorama
così variopinto di zombie, come li definiva lui, che entrano ed
escono dalla scena politica e di cui il giorno dopo nessuno si
ricorda più, le cui facce sono difficili da ritrovare, non dico su
un'enciclopedia ma anche su facebook, e che hanno fatto la loro
comparsa dal '92, da quando lui ha lasciato il Quirinale. In tutta
questa successione di elfi da saga nordica o forse da opera dei
pupi, in tutto questo lui ha rappresentato - pur con i suoi enormi
limiti che ha voluto in maniera shakespeariana esasperare - un
punto di riferimento, rispetto a un passaggio d'epoca e al suo
fallimento. Perché Cossiga per primo ha posto tutti i problemi che
abbiamo ancora sul tavolo, dalla riforma istituzionale alla riforma
del Csm, a quella della giustizia, ai vari conflitti di interesse.
Essendo uomo che veniva dalla Prima Repubblica, nella seconda parte
del settennato - prevedendo più lucidamente di altri quello che
sarebbe avvenuto con la fine della contrapposizione in blocchi e
quindi con la fine di Yalta - ha posto con grande anticipo problemi
che riguardavano innanzitutto la tenuta dei partiti tradizionali.
Le sue "picconate" iniziano a partire dal verificarsi di una
disgregazione che certo non lo vedeva attore. Andrebbe però anche
notato che da un certo momento in poi Francesco Cossiga non ha
avuto più fiducia in una possibilità di rinnovamento, di riforma,
non semplicemente della classe politica ma del sistema politico
italiano.Aveva vissuto sulla sua pelle tutte le reazioni, anche
violente - compreso l'impeachment voluto da Occhetto, che poi non
ci fu - per la sua azione sul Csm, e poi per i suoi appelli sulla
riforma dei partiti e sulla riforma istituzionale. E la sfiducia
sopravvenuta a un certo punto dentro di lui, si spiega.
Intanto se si considera, da una parte, che le sue non
erano provocazioni, per lungo tempo sono state proposte, che
dovevano essere assecondate, seguite, discusse, sulle quali lui
stesso sarebbe stato pronto a confrontarsi; e che, dall'altra, a un
certo punto si è accorto che non se ne voleva nemmeno parlare. È
così che andò per il messaggio alle Camere del 1990, come per le
cosiddette picconate, che riguardavano in realtà la vita stessa
della Repubblica. Quando tutto questo si è vanificato e si è
tradotto in una critica verso di lui, in un vililpendio continuo,
in attacco forsennato addirittura alle sue capacità, alla sua
testa, dall'impeachment alle ipotesi di una sua follia, quando si è
trovato di fronte a tutto questo, non si è fatto più troppe
illusioni su quello che poteva succedere. Forse si era stancato, ed
è solo a quel punto che molte di queste iniziative sono diventare
provocazioni. L'ultimo tentativo di intervenire in modo diretto lo
ha fatto nel 1998, quando con il suo movimento si è trovato,
sull'errore di calcolo di Parisi, a patrocinare il governo D'Alema.
Esperienza che però lo ha presto deluso, nonostante si trattasse
anche di una sua creatura politica, di una manovra in cui aveva
investito un'energia, se vogliamo, giovanile. Ecco, a mio giudizio
lui aveva una voglia infantile di assoluto. Di assoluto nella
politica, di assoluto negli affetti, di assoluto nei rapporti
umani.Andava dall'amore a odio, dalla vita alla morte, pur non
avendo odiato mai nessuno, ma almeno a parole sembrava cedere
facilmente all'ostracismo e alla condanna. In realtà aveva un
desiderio inappagato, derivato dal fatto che si sentiva depositario
di una verità colta in anticipo sugli altri, e che aveva detto
prima degli altri, nell'89, quello che sarebbe successo in Italia,
e, ancora, che aveva fatto scontare gravi conseguenze ad alcuni
partiti e alla Democrazia cristiana. A più riprese, a partire dagli
anni Ottanta, aveva tentato di dare degli scossoni, per consentire
alla Dc di riprendersi, di rinnovarsi, di rimettersi in carreggiata
e diventare il partito di cui aveva bisogno il Paese dopo la fine
del comunismo. Ne ebbe per tutta risposta solo insulti. Gli amici
in quel frangente furono pochissimi. Non siamo riusciti a seguirlo
sulla sua capacità di anticipare e innovare, lo dimostra il fatto
stesso di essere fermi sulle questioni da lui poste. Siamo a
discutere delle cose di fondo di cui già si ragionava nell'89, nel
'90. Ci diciamo sempre che c'è una sordità del sistema: bene, ma
tutto questo agiva sulla carne, sulla persona, sull'essenza stessa
della vita di Francesco Cossiga. Non si trattava di un discorso
politico o di una provocazione. Lui era il rivelatore del fatto che
una stagione era finita, che avrebbe dovuto trasformarsi. Cossiga
era servito da traghettatore, aveva innescato un allarme, e contava
di poter controllare la stagione successiva: invece, dopo, la
stagione è andata per conto suo. Perciò c'è da credere che in lui
ci sia anche un po' di rimorso per l'aver insistito su
trasformazioni che non solo non sono avvenute, ma che hanno
lasciato spazio a un esito, di fatto, opposto. Sarebbe stato meglio
se il sistema si fosse, per così dire, fermato, invece tutto ha
finito per rotolare fino al punto che vediamo adesso. La grande sua
delusione era questa. E così anche per quel desiderio di assoluto
di cui si diceva. È una delle poche persone la cui dimensione si
esprime davvero anche in una grandissima fede, una fede venata di
giansenismo, di un rigore e di una carica particolare, segnata da
un crocifisso con le braccia non spalancate ma, piuttosto, chiuse.
Questo aspetto religioso, spirituale, in lui fortissimo, mi ha
sempre colpito e su questo abbiamo sempre avuto un grande dialogo,
amichevole, direi fraterno.
Vorrei dire infine qualcosa sul Cossiga cattolico in
politica. E possiamo parlare di un Cossiga-uno e di un Cossiga-due.
Nel primo c'è tutta l'esperienza democristiana, della Dc fondativa,
degli anni della Fuci, fino a tutta la trafila parlamentare e di
governo. Poi progressivamente lui si accorge di non avere una
grande voglia di stare dentro la Democrazia cristiana. Non dico che
perda le speranze nella Dc, ma probabilmente comincia a pensare che
non sia più quello lo strumento del futuro. Accade più o meno
quando diventa presidente della Repubblica. Nella seconda parte del
suo mandato presidenziale, quella delle picconate, è chiaro che lui
non crede più in quella Democrazia cristiana come veicolo, e si
pone delle domande. Avrebbe fatto qualunque cosa per ricostruire
una qualche rete cattolica: dopo la grande crisi degli anni
Novanta, dopo Tangentopoli, dopo quella fase in cui ci si chiedeva
come mai alcuni non si fossero accorti di non poter andare avanti
come se niente fosse mentre lui si era accorto di tutto, dopo
Cossiga si comincia a chiedere cosa si può fare per ripartire. Non
so se pensi a un'unità politica dei cattolici, forse è troppo, ma
di certo pensa a varie ipotesi analoghe a quelle primordiali della
presenza dei cattolici in politica. Dall'opera dei congressi
all'unione cattolica, tutte quelle forme di riunificazione dei
cattolici sul territorio in vista di un eventuale soggetto
politico. Quando a fine anni Novanta dà vita all'Udr, e vede che
sta diventando una specie di Dc, con un altro nome e piccolo
formato, se ne distacca subito, perché anche lì si sente tradito
dall'azione di quelli che stanno dietro e che pensano semplicemente
di occupare degli spazi. Se mai avesse voluto fare qualcosa avrebbe
cercato di farla in grande, secondo un disegno, magari titanico, di
riprendere con tutti i vari ambienti cattolici in Italia -
culturali, produttivi, oltre che politici - un discorso comune e
arrivare a una nuova forma di unità; certo non pensava al piccolo
cabotaggio. Nonostante quella dell'Udr fosse anche una idea di
successo, avesse determinato la nascita del governo D'Alema, la
considerava niente rispetto a quello di cui aveva bisogno l'Italia,
e rispetto anche a quello di cui aveva bisogno lui stesso. Uno che
era stato per tanti anni nella Democrazia cristiana di Antonio
Segni, Aldo Moro, Amintore Fanfani, e che era stato presidente del
Consiglio, ministro degli Interni in una fase così drammatica, e
poi presidente della Repubblica, aveva tutto il diritto di non
accontentarsi.
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