Il discepolo di Thomas More, che salvò l’Italia dalla guerra civile
di Rocco Buttiglione
[19 agosto 2010]
La prima volta lo ho incontrato insieme con don Giussani verso
la metà degli anni Settanta. In quel periodo Comunione e
liberazione era oggetto di una persecuzione feroce nelle università
italiane. Credo che l'incontro sia stato mediato da Aldo Moro, che
ci conosceva e ci voleva bene. Le Brigate Rosse cercavano un
collegamento stabile con i gruppi violenti della extrasinistra
universitaria e avevano trasformato l'Università in un santuario in
cui vigeva la loro legge e non più quella dello Stato. Un cardine
della loro politica era che ai giovani cattolici dovesse essere
negata la "agibilità politica", il diritto ad una presenza pubblica
in università. Le aggressioni contro le persone e gli attentati
contro le sedi erano ormai quotidiani. La stampa taceva quando non
era complice, qualche mostro sacro del giornalismo non escluso. I
politici erano defilati. Cossiga aveva un quadro chiaro della
situazione e la convinzione granitica che lo stato dovesse
mantenere (o riguadagnare) il monopolio della forza e garantire gli
stessi diritti a tutti i cittadini. Fu lui a riorganizzare e
rianimare le forze dell'ordine che erano oggetto di attentati
continui e che non si sentivano politicamente comprese e protette.
Cossiga diede loro l'appoggio politico necessario ma fu
intransigente nel pretendere il rispetto della legalità. Non era
facile. Quando dai cortei non solo si sputava contro i poliziotti
ma si lanciavano bombe molotov e si sparava, mantenere il controllo
dei nervi era impresa difficile.
Una volta, dopo una manifestazione, Cossiga dovette
andare lui stesso alla caserma del Castro Pretorio per calmare i
poliziotti sull'orlo dell'ammutinamento. La strategia della Br era
chiara: inasprire la lotta, spingere lo Stato (la polizia) al di
fuori della legalità, fino alla formazione di squadroni della morte
come era successo in Argentina o in Brasile. Volevano costringere
tutti a scegliere fra la violenza rivoluzionaria e la violenza
reazionaria. Cossiga vide chiaramente che era decisivo mantenere la
legalità repubblicana e difendere il ruolo della forza legale. Se
in quei mesi abbiamo evitato la guerra civile in buona parte lo
dobbiamo a lui. Fu allora che nacque la nostra amicizia. Era un
politico di inusuale cultura, curioso di ciò che si muoveva al di
là dei nostri confini. Mentre in genere i politici democristiani
conoscevano un po' di cultura francese (in genere avevano letto
Maritain) Cossiga parlava sia inglese che tedesco ed aveva
conoscenze non di seconda mano soprattutto del pensiero
istituzionale e giuridico di quei Paesi. Poi venne il rapimento di
Moro. A lui fu subito chiaro che le Br volevano un riconoscimento
politico. Riconoscimento politico significava ammettere, almeno
parzialmente, che esse fossero in qualche modo una derivazione
della sinistra, una versione alternativa della storia del Pci.
C'era sempre stata, fra i comunisti, una minoranza che pensava che
la resistenza fosse essenzialmente una rivoluzione comunista
interrotta per la presenza degli americani e del Vaticano e che un
giorno o l'altro avrebbe dovuto essere continuata a portata a
compimento. Il Partito Comunista di Berlinguer (cugino di Cossiga)
e di Pecchioli era allora impegnato in una lotta a morte per
sradicare questa posizione all'interno della classe operaia ed
impedire che l'eversione armata diventasse un fenomeno di massa.
Cossiga sapeva che la linea della intransigenza significava la
morte di Aldo Moro. Sapeva anche che il cedimento poteva
demoralizzare le forze di polizia (molti già pensavano: i nostri
muoiono, i politici comunque se la cavano) e poteva portare alla
saldatura fra le Br e settori consistenti di intransigentismo
comunista, cioè alla guerra civile. Dal dramma di quegli
interminabili giorni egli non si riprese mai del tutto. Soprattutto
gli pesò l'ostilità della famiglia Moro che non poteva comprendere,
ed in effetti, non comprese, la sua posizione. Lo ritrovai qualche
anno dopo quando era già Presidente della Repubblica. Aveva un
programma per istituire cattedre legate alla cultura italiana
presso prestigiose istituzioni culturali straniere e metteva grande
impegno in questa opera di intelligente mecenatismo. Voleva
istituirne una anche presso la Internationale Akademie fuer
Philosophie im Fuerstentum Liechtenstein della quale ero allora
prorettore. Con l'occasione riprendemmo a parlare di riforme
istituzionali. Lui vedeva chiaramente l'esaurimento del modello che
aveva guidato il nostro paese dalla fondazione della repubblica e
cercava di anticipare la crisi. Col tempo si angosciava sempre più
profondamente davanti alla sordità dei suoi interlocutori
istituzionali.
Ricordo in particolare un seminario estivo che tenemmo
con Jaroslav Seifert, Michael Novak, Richard Neuhaus e George
Weigel. Lui sedeva fra gli ascoltatori fra Paolo Savona e Frank
Shakespeare (allora ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa
Sede). Si comportava come uno studente discolo facendo palline di
carta che lanciava contro i due (diligentissimi) compagni, con
grande imbarazzo del docente e grande allegria degli studenti.
Andava meglio quando in cattedra saliva lui. Stabiliva subito un
forte contatto umano con gli studenti. Sapeva parlare e sapeva
ascoltare con vero interesse. Amava molto sir Thomas More ed il
cardinale John Henry Newman, e li citava spesso come pilastri della
propria formazione culturale e spirituale. Si vedeva che era uomo
di fede insieme semplice e dotta. Fu lui, in occasione del Giubileo
alla fine del secondo millennio della evangelizzazione, a chiedere
a Giovanni Paolo II di nominare san Thomas More patrono dei
politici. Gli sembrava esemplare la decisione nella difesa della
verità unita alla capacità di non prendersi troppo sul serio ed
alla memoria costante della fragilità umana. Lo colpiva anche la
capacità di accettare la catastrofe politica ed anche la morte per
fedeltà alla coscienza. Offerto a Dio, anche il disastro umano
viene capovolto in un'ultima vittoria. Forse non è arbitrario
pensare che egli vedesse riflessa qui anche la tragedia della sua
personale impotenza, nonostante tutto l'impegno profuso, davanti
alla morte di Aldo Moro. Il politico cristiano deve fare tutto il
possibile ma non dimenticare mai una ultima libertà davanti
all'esito, che resta sempre affidato alla misericordia di Dio.
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