Cronache di liberal

Quella ragazza di Teheran e le hostess di Roma

di Paola Binetti [31 agosto 2010]

Un anno dopo è tornato il grande sultano, con le antiche vesti svolazzanti, scortato dalle sue amazzoni, in rigide uniformi d'ordinanza e seguito dai suoi cavalli arabi purosangue, che dovrebbero confermare la fama e le performance di unico signore del deserto. Netta la sensazione di un salto indietro nel tempo, ma se la sensazione è reale, la conclusione non lo è. Gheddafi è tornato come un conquistatore che tratta alla pari gli interlocutori finanziari italiani ed europei e detta le sue condizioni in una vasta rete di affari economici, che lo vedono non solo come protagonista assoluto delle trattative ma anche come principale beneficiario delle varie iniziative. È tornato come un seduttore che chiede di incontrare e di fatto incontra 500 (sic!) ragazze italiane selezionate per età, aspetto fisico e cultura. Anche qui è lui a dettare le condizioni, a definire i prerequisiti per essere ammessi a questo harem intellettuale dalla vaga impronta spirituale. Niente a che vedere con le veline televisive tutte aspetto e poca testa, tutte vanità e nessuna aspirazione religiosa in cuore. Gheddafi ha in mente una rivoluzione di tutt'altro tono. Non gli basta la conquista economica e materiale dell'occidente: vuole il cuore dell'Europa cristiana che in questi anni ormai si è andato corrompendo e per questo punta sulle donne, riconducendole a modelli di pudore e di spiritualità, di formazione e di docilità alla scuola del maestro, un saggio che dà consigli, come qualcuna di loro lo ha definito.

Gheddafi però non vuole dialogare con le sue allieve, non c'è ascolto nel suo approccio, vuole essere solo lui a parlare con le 500 prescelte, per annunciare il messaggio che salverà il mondo e di cui lui si sente il vate: «L'Islam salverà l'Europa, convertitevi all'Islam». Fa una lunga narrazione dei vizi dell'occidente, mostra la perdita di valori che indebolisce la coesione familiare e le invita ad associarsi a lui in questa opera di ricostruzione dell'identità morale dell'Europa. Per questo regala ad ognuna di loro un'edizione del Corano elegantemente rilegata, le invita ad andare a trovarlo in Libia, come hanno già fatto alcune di quelle incontrate un anno fa: tre di loro si sono convertite. Le 500 ragazze, vale la pena ricordarlo, sono state pagare per partecipare all'incontro e sanno che tutto ciò che avverrà d'ora in avanti, se accettano le regole del gioco, sarà a carico di Gheddafi, che non intende badare a spese per raggiungere il suo obiettivo. Qualcuno, forse qualcuna, ci ha creduto mentre una loro coetanea, bella come loro, intelligente come loro, mussulmana, attende di essere giustiziata per una colpa non commessa, o se commessa tutta legata a quel mutare di affetti che è così proprio del nostro tempo. Sakineh è chiusa in un carcere iraniano da oltre 4 anni, condannata in un processo in cui la sua colpa non è stata affatto dimostrata. Di giorno in giorno potrebbe essere lapidata a morte, come è già accaduto a coloro che sono stati accusati di essere i suoi amanti. La sua storia sta commuovendo migliaia di donne e sta mobilitando l'opinione pubblica di mezzo mondo. Quarantamila persone hanno firmato una petizione per fermare la mano dei suoi giustizieri, in un mondo in cui se pure c'è stato peccato, questo ha assunto immediatamente la dimensione del reato. La condanna a morte di Sakineh costituisce la dimostrazione palese della disuguaglianza giuridica fra uomini e donne nel mondo mussulmano in generale e in Iran in particolare, mostra al di là di ogni ragionevole dubbio la condizione di inferiorità di milioni di donne mussulmane, che non hanno pari diritti nel matrimonio, nel divorzio, nella custodia dei figli, nell'eredita. C'è una disuguaglianza giuridica che investe non solo la vita di famiglia e il diritto di famiglia, ma anche il mondo del lavoro, il ruolo nella società e l'accesso complessivo ad ogni diritto umano, nonostante la parvenza di normalità che certe immagini sembrano rimandarci. Sono passati settanta anni dalla Dichiarazione dei diritti universale dell'uomo dove una volta di più venne ribadito come i diritti delle donne i diritti delle donne sono diritti umani, che vanno assicurati a tutti senza eccezioni di sorta.

Chissà se Gheddafi ha fatto cenno a Sakineh, tessendo l'apologia dell'islamismo, se ha mostrato tutte le contraddizioni con cui oggi l'Islam deve fare i conti proprio quando si parla di donne, di parità di diritti, di libertà. Chissà se ha parlato loro di mutilazioni genitali femminili, di infibulazione, pratiche barbare giustificate da una presunta tutela della onestà e della fedeltà femminile. Chissà se nella sua sollecitazione alle 500 ragazze italiane Gheddafi ha mostrato anche le tensioni che attraversano la rivoluzione femminile nel mondo mussulmano. Ad ogni manifestazione di autonomia e di libertà, di apertura verso culture diverse dall'islamismo che le donne mussulmane mostrano, sia pure nella semplice quotidianità della loro vita in Italia e in Europa, la risposta del loro ambiente e della loro famiglia, più o meno allargata, è dura, forte e repressiva, spinta fino alla violenza. Giustificata perché ispirata ai principi e ai valori della cultura islamica. Non credo che Gheddafi abbia parlato di tutto ciò con le sue 500 uditrici, ma mi auguro che siano proprio questi gli aspetti che ognuna di loro vorrà e potrà approfondire. Si sente un bisogno urgente di un vasto e complesso movimento neo-femminista nei Paesi mussulmani, che faccia tesoro dell'esperienza occidentale, che apprenda anche dai suoi errori e non solo dalle sue straordinarie conquiste sociali, ma che torni a porre la donna al centro del sistema sociale e culturale, cominciando col garantirle tutti i diritti che le spettano.

Eppure, nonostante tutto credo che Gheddafi, se volesse, potrebbe ancora compiere in questi giorni un bel gesto, plateale quanto serve, per mostrare che dietro quanto dice e fa c'è davvero un barlume di buona fede, una speranza concreta che la vita delle donne in terra mussulmana potrebbe cambiare e diventare migliore. Basterebbe che si schierasse dalla parte di Sakineh, basterebbe che si unisse al coro delle migliaia di voci cristiane, ma non solo, che stanno chiedendo a gran voce la sua liberazione. La sua parola, autorevole soprattutto nel suo mondo, credibile soprattutto quando parla ai suoi, potrebbe ottenere due effetti importanti: salvare una vita umana e accendere anche in noi un briciolo di speranza nel futuro dell'Islam.   

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