Cronache di liberal

Sting formato Deutsche Grammophon

di Franco Ricordi [31 luglio 2010]

Facciamo un po'di conti. Questo è il decimo album di Sting, e se ci aggiungiamo le antologie, i dischi registrati dal vivo (su tutti Bring On The Night del 1986: cercatelo, ne vale la pena) e i blitz nelle colonne sonore, arriviamo a venticinque. Per ritrovare l'ex bassista dei Police alle prese col pop, dobbiamo risalire al 2003 di Sacred Love, incisione furbetta e alquanto routinier. I successivi Songs From The Labyrinth (2006) e If On A Winter's Night… di fine 2009, hanno infatti visto all'opera un Gordon Matthew Sumner per così dire «elisabettiano»: nel primo disco, coi madrigali per voce e liuto recuperati dal canzoniere di John Dowland; nel secondo, con le vetuste carole natalizie e i gingilli folk che fanno tanto atmosfera da scoppiettante caminetto. Con Symphonicities (il titolo ammicca al classico Synchronicity d'epoca Police) il musicista di Newcastle torna al pop rivisitando il meglio da solista e di quand'era in trio, ma senza elettricità. Sinfoneggiando, cioè, da artista che si è ormai «laureato» fra i nomi di spicco dell'etichetta Deutsche Grammophon. Se lo può permettere, a cinquantott'anni suonati: come Peter Gabriel, che con una bella orchestrona ha stravolto in Scratch My Back le canzoni altrui. È l'ultimo step, questo disco dalla copertina ispirata alle geometrie pittoriche di Mondrian. Tutto è nato nel 2008, quando Sting viene invitato a esibirsi prima con la Chicago Symphony Orchestra e poi con la Philadelphia Orchestra. In entrambi i concerti, rielabora schegge del nutrito back catalogue per vedere l'effetto che fa. Ottimo, naturalmente. Al punto da dettargli l'ipotesi di un tour vero e proprio. Contatta la Royal Philharmonic Concert Orchestra diretta da Steven Mercurio (già protagonista di concerti con Luciano Pavarotti e Andrea Bocelli), rintraccia il chitarrista di fiducia Dominic Miller, i percussionisti David Cossin e Rhani Krija, il bassista Ira Coleman, la giovane cantante jazz Jo Lawry e via, partenza da Vancouver lo scorso 2 giugno, applausi a scena aperta e sold out il 13 e 14 luglio alla Metropolitan Opera House di New York. Symphonicities, dunque, è il compendio ideale alla tournée che il 3 settembre approderà in Europa. Prodotto da Rob Mathes e Sting, mixato da Elliot Scheiner, Claudius Mittendorfer, Alex Venguer e Ed Cheney (in curriculum vantano fior di collaborazioni con Bob Dylan, Bonnie Raitt, John Legend, Steely Dan e Fleetwood Mac), snocciola una dozzina di pezzi riletti in modo del tutto originale. Targati Police, ecco Next To You (orecchio ai violini rockeggianti), Every Little Thing She Does Is Magic (arpa e flauto a introdurre l'inconfondibile, ariosa melodia) e Roxanne, habanera mai così credibile e sofferta. Poi, fra le solitarie cose migliori, tengo a segnalarvi una più che mai swingante e pizzicata Englishman In New York, la felpata e folkeggiante I Hung My Head, la morbida e pianistica When We Dance, una The End Of The Game dai cromatismi irlandesi, la percussiva I Burn For You (ripescata dalla colonna sonora di Brimstone & Treacle, film degli anni Ottanta) capace di evolversi in un'ondeggiante danza tribale, la trascinante She's Too Good For Me che raccoglie per strada il meglio del boogie fra archi e ottoni da capogiro. Sting e la sua voce che non teme l'usura del tempo, vi danno appuntamento il 25 ottobre a Firenze (Teatro Verdi), il 2 novembre a Milano (Teatro Arcimboldi), il 3 a Torino (Palaolimpico) e il 10 a Roma (Accademia Nazionale di Santa Cecilia).   

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