Good morning Iraq
di Osvaldo Baldacci
[31 agosto 2010]
Dev'essere strano svegliarsi una mattina a Baghdad, alzarsi dal
letto, ascoltare i rumori esterni per capire quanto si rischia
oggi, avvicinarsi alla finestra, guardare fuori e non vedere quei
ragazzoni un po' strani con addosso la divisa americana. Rudi e
professionali, pieni di sé e spaventati, minacciosi e rassicuranti.
Da adesso per le vie dell'Iraq non ci sono più. Una nuova alba,
Nuova Alba il nome dell'operazione Usa che da domani porta via
dall'Iraq i soldati americani. Non combattono più, non si fanno più
vedere. Lasciano le polverose città dirupate sulla riva di fiumi
con cinquemila anni di storia per tornare alle loro praterie verdi
e così giovani. Alcune decine di migliaia di marines e fanti
staranno ancora un po' di tempo dentro i confini di questo Paese
che prima non sapevano neanche collocare sulla carta geografica, ma
rimarranno chiusi nelle loro basi nel tentativo di addestrare gli
iracheni a diventare forze dell'ordine da fare invidia a Miami
Vice. L'idea che ci riescano in un anno rende pensierosi gli
sguardi che da sotto la kefyah hanno osservato passare babilonesi e
persiani, Alessandro Magno e i romani, gli arabi e i mongoli, i
turchi e gli inglesi, e da ultimo Saddam Hussein. Li lascia
pensierosi l'idea che sia stato proclamato il "missione
compiuta"per giustificare il "tutti a casa". Intanto, per capire se
se è stata compiuta bisognerebbe sapere quale fosse la missione.
Disattivare le armi di distruzione di massa? Lasciamo perdere.
Cacciare Saddam Hussein? È stato fatto da anni. Sconfiggere al
Qaeda? Non è qui la testa dell'idra. Democratizzare il Paese?
Concetto ambiguo da queste parti. Contrastare pericolose influenze
esterne? Forse ora sono più presenti che mai. E allora? È uno
strano epilogo quello di questa guerra che ha avuto uno strano
inizio. E senza tacere il tema del petrolio, che secondo pacifisti
e avversari di Bush era la vera ragione dell'impegno bellico: tra
le dita americane restano solo le briciole, era più facile mettersi
d'accordo col deposto raìs. No, la partita della guerra irachena e
del ritiro si gioca in un altro continente, nel ventre dell'America
che semplicemente a un certo punto non ha potuto più, non ne ha più
voluto sapere, ha deciso di farla finita. Per giochi di politica
interna, per il peso delle spese, ma anche perché negli americani
si era rotta la corda che li collegava in tensione con quel Paese
diventato sinonimo più di lutto che di libertà. Il parallelo col
Vietnam ha molto di sbagliato, ma ha qualcosa in comune: svegliarsi
una mattina e scoprire di aver smesso di combattere, e qualche
mattina dopo si comincia a tornare a casa. Senza aver finito il
lavoro su cui per anno si aveva buttato sangue, sospesi tra il
sollievo per la fine dei sacrifici e la frustrazione per l'impegno
sprecato. Siamo chiari: in Vietnam c'è stata una sconfitta, c'era
un nemico che avanzava impetuosamente, che è stato pronto a
dichiararsi vincitore e a sostituire completamente la propria
autorità a quella statunitense. In Iraq questo nemico vincitore non
c'è. Ma forse è proprio questo uno dei paradossi di questa guerra,
di questa exit strategy. Non c'è una vittoria, non c'è una
sconfitta, c'è solo una situazione indefinita che aleggia nebulosa
intorno al presente e ancor più al futuro. Nuova Alba è il nome
speranzoso che hanno scelto i romantici comandi americani: eppure
dopo sette anni non hanno ancora capito che il sole non sorge allo
stesso modo a Los Angeles e a Tikrit: in Iraq una nuova alba può
voler dire l'inizio di un nuovo giorno di paura, di tensioni, di
pericoli. Senza più quei ragazzoni che ne hanno combinate troppe da
quelle parti, ma che alla fine avevano imparato a garantire un
minimo di sicurezza. E infatti non si può dire che il bilancio
della missione internazionale sia tutto negativo, anzi: cacciato il
regime dittatoriale, avviate le procedure democratiche, riportato
l'Iraq nel contesto internazionale, fornite delle infrastrutture
che permettono entrate economiche, superate le fasi più critiche
degli attacchi della guerriglia baathista, del terrorismo qaedista,
delle milizie sciite, della violenza settaria che spingeva il Paese
verso il baratro della guerra civile. Per questo non c'è
un nemico vincitore, perché nonostante tutto e attraverso numerosi
errori e strategie diverse le minacce aperte sono state tutte
minimizzate. Ma non si può nascondere l'impressione che ci si trovi
di fronte a un castello di carte, che può crollare proprio per il
colpo d'aria provocato dalla porta sbattuta dall'ultimo americano
che va via. Così che nella stanza ci si torna a scannare. Sarebbe
facile dire che la democrazia ottenuta in Iraq dalla missione
americana non va misurata in base allo svolgimento decente delle
elezioni quanto piuttosto dal fatto che il Paese è completamente
senza governo da mesi e all'orizzonte non si vedono accordi
probabili ma semmai minacciose manovre di nuovi confronti armati.
Gli ex premier Allawi e Maliki non sembrano avere nessuna
intenzione di trovare un accordo politico, Moqtada al-Sadr gioca a
fare l'ago della bilancia, i curdi guardano con insofferenza al
resto del Paese, i cristiani sono sempre più nell'angolo, e una via
di uscita non si vede. Ma forse non è il mancato accordo sul
governo quello che rende meglio l'idea della difficile situazione
irachena: è il mancato accordo sul petrolio, il fatto che gli
iracheni non siano riusciti a mettersi d'accordo neanche su come
spartirsi i tanti soldi della loro principale risorsa. Certo, è
giusto ammettere che sì, per diversi motivi, in Iraq al Qaeda non è
riuscita a radicarsi e anzi alla fine ha subito una battuta
d'arresto che ha pagato su più fronti. Ma è anche doveroso dire che
terrorismo ed estremismo prosperano nelle situazioni difficili,
nell'instabilità sociopolitica, nell'incertezza della legge, nel
dominio della violenza, nel caos brutale di una guerra civile
aperta o latente. Condizioni che spereremmo di non vedere in Iraq,
ma che certo incombono su un Paese fragile abbandonato a se stesso
o al massimo alle morbose attenzioni di vicini troppo interessati.
Non è certo un caso se nelle ultime settimane sono tornate a fare
strage le bombe, che siano terroristiche, politiche o settarie. E
certo il regime iraniano non si dispera per il fatto che Washington
consideri parte della sua politica di contenimento lasciare esposto
e indifeso l'Iraq.
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