L’altra realtà di Carlo Guarienti
di Marco Vallora
[26 luglio 2010]
Una prima considerazione d'opportunità, per evitare conflitti
d'interesse privato. Sì, c'è un mio testo, in catalogo di questa
mostra, meglio un mio dialogo con l'artista, a baton
rompu, come direbbero i francesi, scarrucolato giù dalle vette
del senso comune. E difatti, spiritosamente, Guarienti ha pensato
d'intitolarlo: Fuori onda.Perché ci siamo fatti
sorprendere, da noi stessi, ovviamente, nel buio intelligente e
rigoroso del Bill Viola, nel romano Palazzo delle Esposizioni,
mentre proferiamo anche tante sciocchezzuole divertite, e malignità
ben assestate (io credo) contro le vanità inutili, davvero vane,
altro che vanitas! dell'arte contemporanea, e liberi
commenti, forse persino un po' troppo strafottenti. Il resocontato
«fuori onda», e Guarienti ci ha rimesso le mani divertite, era nato
(e fu accasato, del resto) per un'altra mostra e catalogo, e ora si
ritrova qui, per generosa volontà dell'artista. Anche facendomi un
po' scricchiolare, perché verificata poi la portata potente e
terremotante di questa mostra, che si potrebbe definire davvero
«strabiliante», un po' invero ci si pente: si meritava ben altra
serietà! (meglio l'ironia della retorica, comunque). Allora,
eleganza deontologica, cui non derogo mai, vorrebbe ch'io non
scrivessi d'una mostra di cui mi sono occupato in catalogo. Ma
l'occasione della mostra è così eccezionale, e la mostra così
superba, che pazienza, ci si perdoni l'eccezionale deroga, che
permette pure di rettificare il tiro e di declinare una più
consona, degna ammirazione.Anche perché, ci chiediamo, chi in
questo mondo distratto e sbilanciato di valori, della cosiddetta
critica, assoggettata al Potere della Scemenza e alla dittatura
della velina- alias-comunicato-stampa, s'accorgerà d'un risultato
così alto e sorprendente? Ecco, tante volte, anche da questo
pulpitino, ci è capitato di sparare contro la croce-rossa, paonazza
di vergogna, d'una pletora di fenomeni di sott'arte, senza più
alcuna qualità. Questa è invece la volta, finalmen- te, di
segnalare un'occasione grandiosa e senza esitazioni di risultati
più che nobili, strabilianti, abbiam detto. Perché il venetissimo
Guarienti c'insegna a guardare («stra») in modo diverso e rapinoso,
anche terribililmente (per dirla col Vasari), quasi teppistico:
perché poi non ha ovviamente la vocazione, o la pedanteria del
pedagogo e d'accompagnarci, nel nostro stupore. Di farci traversare
il guado, come il bravo boy scout fa, tenendo la mano sollecita al
vecchietto quasi cieco (lo vedete in quale folletto sulfureo e
pestifero, alla Klossowski, s'è trasformato il nostra Artista,
saltellando dovunque, nello specchio lastricato dell'aria,
lastricato di cattive azioni e dispetti cromatici, in un'ossessione
dell'autoritratto eroso, che è il contrario stesso dell'invadenza
narcissica di tanti colleghi contemporanei?). Bafometto invecchiato
e satiresco, dalla bocca sciancata in un grido afono, ci getta
ripetutamente nel bel mezzo della calce viva e urticante dei suoi
sperimenti leonardeschi,che non muoiono mai, ma sopravvivono sempre
come in coma cromatico, in un nevischio di perplessità eventuale.
Ci abbandona lì, garrulo, in mezzo a quel gran combattimento
dechirichiano, agonistico e agonico (ma del De Chirico vero, non
quello bollito e findus delle sputtananti mostre di oggi:
mercantili- falsarie), un anchilosato combattimento di larve, che
non han più voglia, come lui, di recitare l'ipocrita ruolo dei
burattini di parata della pittura realista. Si guardino quei
bellissimi ritratti d'atelier, mattutini o serotini, di cui parla
così bene Alain Tapié: i rimasugli sfibrati (e sfebbrati) della sua
pittura d'antan, più bretoniana e diligente ai dettami
dell'inconscio. Qui sono sfingi disoccupate, che come nello
Schiaccianoci di Cajkovskij, ma senza il concorso del
superfluo fiabesco etnico, entrano ed escono dal cavalletto
scavalcato, come scimmie perverse dalla loro gabbia onanista.
Conversano perplesse, litigano la loro claustrofobia, si spulciano
del loro color carpaccesco: sono sinopie in pensione, slavate, che
non hanno smesso di tirar scherzi burloni al loro artista, che
s'aggira nudo, come in un utero spoglio, inospitale. Sedendosi
altero al tavolo slabbrato d'una Vocazione di San Matteo,
che non lo redimerà, ma ove si tracanna la filtrate penombra di
Caravaggio, quasi fosse una boccata d'assenzio, o bussando allo
specchio illusorio del cavalletto-crocefisso d'un Golgota da camera
(La visita di Goya), come fosse un labirinto rotto, da
luna park orsonwellesiano della Malinconia manierista (en
attendant Goya, Duerer e ovviamente anche il Velazquez delle
Meninas, assistente-arredatore). Magnifica la mess'in
scena corale di Alberto Zanmatti a Castelvecchio, ma senza
confronti l'effetto rampicante e sovranamente parassitario dei
finti affreschi-ritrovati, dentro le stanze familiari di Palazzo
Canossa, tra i fantasmi boccheggianti di Bernardino d'India e del
Moro.
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