La redenzione sulle note di Beethoven
di Pietro Salvatori
[24 luglio 2010]
Da buoni ultimi, arriva anche in Italia Il solista, già
sbarcato nelle sale di mezzo mondo nel 2009 e relegato all'estate
dalla distribuzione italiana targata Universal. Da una parte un
peccato. Dall'altra un colpo di coda notevole di questa povera
estate cinematografica, che sta regalando ben poco ai cinefili
desiderosi di buoni prodotti anche sotto la calura estiva. La
storia è tratta da un libro del 2008, intitolato The Soloist: A
Lost Dream, an Unlikely Friendship, and the Redemptive Power of
Music, ancora inedito nel Belpaese - e chissà che non si trovi
un editore interessato sulla scia dell'uscita della pellicola -
firmato da Steve Lopez, un giornalista che ha tradotto in forma
letteraria una serie di propri articoli. E, rimanendo fedele al
dettame dell'opera scritta, Steve Lopez si chiama anche il
protagonista del film, interpretato dal volitivo Robert Downey Jr.
Lopez è la firma di punta del Los Angeles Times, il più
prestigioso quotidiano della più famosa città della West coast. Un
vero problema se la sua vena creativa inizia a fare cilecca. La
rubrica che Lopez tiene settimanalmente sulla spalla della prima
pagina inizia a subire le pesanti critiche dell'editore, finché il
giornalista, per caso, non si imbatte in un senzatetto, uno dei
tanti che vagano per le strade dei bassifondi della città di
Mulholland Drive e di Beverly Hills. Sì, uno come tanti, ma con una
dote particolare: un violino che, nonostante abbia due sole corde,
nelle mani del barbone sprigiona una musica celestiale. È quella
del maestro Ludwig van Beethoven. E forse per il caso, forse no, il
clochard sta suonando proprio sotto la statua dedicata al
compositore tedesco in un piccolo parco della città. «Non capisco
come il maestro Ludwig possa essere il capo di una così grande
città come Los Angeles», confessa lo spaesato suonatore a Lopez,
che scopre che il nome del violinista è Nathaniel Ayers, che in un
remoto passato ha frequentato la prestigiosissima scuola d'arte di
Juilliard, a New York. Dopo il pittoresco incontro, Steve torna in
redazione, al tran tran quotidiano, all'idea giusta che non arriva.
Ma pian piano, alcune delle informazioni che ha raccolto nella
mattinata si compongono nella sua mente formando il filo di una
storia formidabile.Nathaniel Ayers è un senzatetto, che gira con il
suo carrello pieno di stracci difendendolo come fosse la cosa più
preziosa del modo, vestito di strani cappelli raccolti in chissà
quale cassonetto, in gilet di paillettes o dalle strisce
catarifrangenti, perso da qualche netturbino in una serata a fare
il giro di Skid Row, il Bronx losangelino. Ma Nathaniel Ayers è
anche un ex allievo di una delle scuole musicali più dure e
selettive d'America, i cui test d'ingresso sono noti per la loro
severità. Come è possibile che un tale talento sia finito per
suonare a un pubblico composto di ubriaconi e corvi che rovistano
tra la spazzatura?
Questa è la storia che Lopez cercava da tempo. «Ah,
suona il violino adesso?», risponde con la voce rotta dall'emozione
la sorella, contattata dal giornalista. «Da ragazzo amava solo il
violoncello». «Non me lo posso permettere signor Lopez», si
giustifica timido Nathaniel, «ma questo violino è bellissimo, anche
se ha solo due corde».Scavando un poco,emerge la storia di un
bambino prodigio. La passione per il violoncello coltivata nel
povero scantinato di casa, dove i rumori molesti del povero
sobborgo della Grande Mela non avevano ostacoli a frapporsi tra la
celestiale musica di Beethoven e l'archetto del piccolo musicista,
il grande salto alla Juilliard, il posto di primo violoncellista
nell'orchestra della scuola, prima che un disturbo mentale segnasse
la promettente carriera di Nathaniel. Il materiale per un primo
pezzo c'è tutto. Il successo in edicola è assicurato.Al punto che
in redazione arriva un violoncello,uno di quelli per
professionisti.È di un'anziana lettrice, bloccata dall'artrite e
affascinata dalla storia del clochard-prodigio.Caricato lo
strumento sulla vecchia Saab, Lopez si mette in cerca di Nathaniel
per la città. Lo trova sotto una galleria, l'unico posto nel quale,
a suo dire, si possa fare musica a Los Angeles: «Si sentono i
rumori della città, signor Lopez, dove altro potrei suonare?». Non
per la strada, secondo Lopez, il rischio che qualche male
intenzionato percuota Nathaniel per rubargli il prezioso strumento
è troppo alto. «Te lo lascio nel centro di accoglienza di Skid Row,
lo potrai suonare lì ogni volta che vorrai». Detto fatto, in breve
tempo uno stranissimo pubblico di sbandati fa da cornice al barbone
che accarezza con la maestria dei crini del suo archetto lo
strumento. E intanto la rubrica di Lopez diventa monotematica,
continua a raccontare le peripezie del piccolo-grande eroe
metropolitano. Al punto che l'orchestra della città invita
Nathaniel ad assistere all'esecuzione della terza sinfonia di
Beethoven che si terrà alla Disney Hall di Frank Gehry. Spaventato
dalla confusione che potrebbe fare non trattenendo la sua mente
girovaga, l'artista di strada opta per assistere a una prova. In
questa scelta la cifra contenutistica dell'opera. Nathaniel non è
un eroe cinematografico, la sua è una redenzione discreta, la
risalita dal baratro di un uomo che è conscio dei limiti di una
mente ormai forse irrimediabilmente indirizzata sulla china della
schizofrenia.Qui si gioca la differenza sostanziale con
Shine, il film del 1996 di Scott Hicks. Lì, David
Helfgott, reso grande da una magistrale interpretazione di Geoffrey
Rush, squilibrato quanto talentuoso pianista, viaggiava spedito
sulla strada di una riabilitazione completa, di un destino che lo
avrebbe reso grande nonostante le asperità di una mente
incontrollabile e del marchio di una sanzione sociale dal quale
liberarsi attraverso il talento.Un film consolatorio per il
pubblico,nell'accezione più tradizionale del termine. Dalla polvere
agli altari, non senza fatica, ma offrendo l'immagi- ne di una
piena riabilitazione,del recupero,per meriti indiscussi, di un
emarginato nel consesso dei «normali». Larga parte della critica ha
accostato la pellicola di Hicks a quella di Joe Wright, giovane e
promettente regista inglese, fino a oggi impegnato nell'adattamento
di opere classiche della letteratura britannica quali Orgoglio
e pregiudizio,nel 2005,ed Espiazione, nel 2007. E da
un lato il paragone è comprensibile. Entrambi parlano di due
reietti, relegati ai margini del vivere composto ed educato della
borghesia moderna. Entrambi custodiscono nelle loro mani e nella
loro mente un grande dono, una sensibilità sopraffina per la
musica. Ma per Nathaniel Ayers la possibilità di essere redento non
si cela dietro la riscoperta di un successo perduto in gioventù e
recuperato in extremis per i capelli. No, la consacrazione di
Nathaniel si gioca tutta nel rapporto con «il signor Lopez»,
nell'amicizia donata gratuitamente a uno come lui, davanti al quale
il mondo arriccia il naso, non vorrebbe avere nulla a che fare.
Un'esperienza produttiva per tutti e due. Lungo tutto il corso
della pellicola, infatti, Lopez si illude di far del bene. Arriva a
rimediare delle lezioni per il barbone, arruolando un notissimo
maestro di violoncello. Fino al momento in cui apre gli occhi: «A
Nathaniel non serve qualcuno che lo salvi, occorre uno che gli sia
amico». Questa la rivelazione cruciale di un film che si gioca
all'interno delle piccole e delicate sfumature di un rapporto. Così
il concerto per celebrare il violoncellista ritrovato viene
organizzato troppo presto, incentrato più sulla vanità riposta in
un nuovo articolo da prima pagina che sul bene voluto all'artista
di strada. Se ne accorge tardi Lopez, ma non troppo per non poter
rimediare a un errore fatto in buona fede.
A guardar bene, nel Solista le pecche si
trovano, eccome. Una regia fin troppo lirica, che lascia un
eccessivo spazio alle parole, alla spiegazione pedissequa di quel
che sta succedendo, trascurando quel tessuto concretissimo di
fatti, sguardi e azioni che, da soli, raccontano molto di più del
dialogo anche se bene articolato. Il ritmo a volte si perde, fatica
a riprendere il filo di un discorso annacquato nel tentativo di
trovare una conclusione esplicita a ogni sequenza. Una
sceneggiatura eccessivamente laccata, che lascia poco spazio alla
musica, vera architettura portante di tutta la storia,per far
parlare tutto quello che le ruota intorno.Tutte difficoltà che
hanno relegato il film a una posizione di seconda fila nel mercato
statunitense (dove è uscito nell'aprile dell'anno scorso), mentre i
rumors prima del lancio lo accreditavano come sicuro
protagonista degli Oscar. Dalla sua,però,Wright,oltre a Robert
Downey Jr., schiera un grandissimo Jamie Foxx, che torna a
cimentarsi con gli strumenti dopo la magistrale interpretazione di
Ray: convincente nei panni di Nathaniel nell'invecchiare,
contorcersi, deturparsi, vivere sulla propria pelle gli anni
vissuti per la strada. Un piccolo gioiello in un'opera che poteva
essere meglio confezionata. È lui infatti a rendere intenso un film
che, in caso contrario, forse avrebbe faticato in Italia anche a
conquistarsi un'uscita «tecnica» estiva per approdare direttamente
sul mercato dell'home video, come per un periodo si era temuto. Il
pregio del film è comunque fare emergere con discrezione e dignità
il valore di un'amicizia gratuita, la prospettiva di una vita
vissuta degnamente solo come dono di sé a un altro, come
possibilità che un rapporto, uno sguardo inaspettato ti colpisca
nella massa indistinta, possa dischiudere orizzonti prima
inimmaginabili. La critica ha smontato la pellicola: troppo
formale, storia dai canoni ripetuti senza fantasia,regia troppo
distaccata,eccessiva leziosità nella prova degli attori. Forse. Ma
non sempre quel che conta emerge in una visione distratta. Anzi,
quasi mai. Il solista, al contrario, è un esempio di come,
spesso, l'essenziale sia invisibile agli occhi.
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