Cronache di liberal

Spurlock sulle tracce di bin Laden

di Pietro Salvatori [10 luglio 2010]

McChrystal, comandante in capo delle truppe Nato in Afghanistan, si è dimesso. La causa? Un'improvvida intervista rilasciata al mensile statunitense Rolling Stone, nel quale il generale ha definito Obama uno sprovveduto e Biden, il vice-presidente, un signor nessuno. «È la stampa bellezza, e tu non ci puoi fare niente», diceva Humphrey Bogart a Ed Hutchinson nell'ormai dimenticato L'ultima minaccia, film del 1952 diretto da Richard Brooks, che a discapito delle ben 5 nominations all'Oscar come miglior regista viene ancora oggi confuso con il più celebre omonimo Mel, prolifico autore di parodie cinematografiche. Non è la stampa, ma di certo ambisce a esserlo, invece, Morgan Spurlock, quarantenne regista della Virginia Occidentale. Visetto scanzonato, ciuffo biondo sulla fronte alta, baffoni a manubrio, Spurlock è uno strano animale del mondo cinematografico statunitense. Batte infatti un territorio a cavallo tra il cinema di finzione e il documentario, pur non scendendo mai sul terreno del mockumentary, genere che definisce i finti documentari che, in realtà, narrano una storia frutto dell'invenzione dello sceneggiatore. L'ambizione di Spurlock è ben altra.Vuole raccontare delle storie concretissime facendo divertire il proprio spettatore tramite inserti che smorzino la tensione seriosa del racconto documentaristico. Le storie, poi, non sono mai realmente tali. Funziona così: il regista ha un'idea, si arma di cinepresa e va in giro, con molta abilità e spirito d'osservazione, a vedere se quel che pensa corrisponde al reale. Dopo anni di gavetta, il botto con Supersize me. La tesi? Il junk food, il cibo servito nei fast food come McDonald's, fa male, tanto male all'organismo. Detto fatto. Telecamera in spalla e via di corsa a mangiare Big Mac per trenta giorni, pranzo e cena, documentando gli effetti disastrosi che aveva sul suo corpo. Miglior regia al Sundance Film Festival, nomination all'Oscar tra i documentari. Due anni, e Spurlock si getta su un nuovo filone d'indagine. La tesi, questa volta più audace: senza Osama bin Laden il mondo sarebbe più vivibile? Quale modo migliore per scoprirlo se non quello di farsi un giretto in Medio Oriente alla ricerca del nemico pubblico n° 1? Il regista prende lo spunto dalla notizia delle notizie: «Caro, sono incinta », gli confessa la moglie. Impossibile crescere il pargolo in un mondo minacciato da bin Laden. Un adeguato corso di sopravvivenza, esercizio fisico, rudimenti di lingua araba, e il nostro eroe è pronto a partire. Unico dubbio è sui biondissimi baffi che scendono fin sopra il mento. «Non darò troppo nell'occhio così?».

La sfida tra Spurlock e il leader di Al Qaeda inizia dai titoli di testa. Uno straordinario videogioco ci mostra paradigmaticamente lo scontro tra i due come se fosse un combattimento di Street Fighter, con tanto di barra per l'energia in sovraimpressione. Ma quando Osama sta per soccombere, eccolo prendere il volo, in direzione di una remota caverna al di là dell'oceano. Ed effettivamente Spurlock è partito, microfono in mano, durante i primi mesi della gravidanza della moglie per Marocco, Siria, Egitto, Afghanistan e Pakistan, a domandare: «Hey, mi dite do- ve posso trovare bin Laden? Vorrei levarlo di mezzo, sapete, ho il mio primo bimbo che arriva e vorrei crescesse in un mondo più sicuro». Ovviamente l'atteggiamento scanzonato del regista tiene fino a un certo punto. E non si sa bene se questa sia una fortuna o una disgrazia per lo spettatore, che con il procedere della pellicola inizia a essere avvolto dal refrain dell'islamico moderato, del siamo tutti fratelli, del terrorismo non esiste e se esiste è colpa degli americani invasori, del vedete, ecco che bei visini hanno quelli che tanto odiamo, e via discorrendo. Sarà un caso, ma l'unico momento che il film ci mostra nel quale la presenza di Spurlock a girogavare non è stata gradita è avvenuto nella parte ebraica di Gerusalemme. In ogni altro posto, tra i commercianti siriani, tra i pastori afghani e i soldati pakistani, l'arrivo del regista è stato accolto come una benedizione. Vista la tesi iniziale, visto lo svolgimento, quale la sintesi del film? Beh, facile: eliminare Osama non vuol dire togliere di mezzo le idee estremiste che ha seminato. L'attecchire e il diffondersi di queste idee? Colpa degli americani ovviamente. Se tutti ci volessimo più bene, capissimo che siamo tutti fratelli, mettessimo dei fiori nei nostri cannoni, il mondo sarebbe un sacco più bello. A noi l'unico dubbio che è rimasto è il seguente: come pensano gli americani di vincere in Afghanistan se perdono tempo a scarrozzare per i villaggi di talebani gli Spurlock di turno? Al netto della facile morale pacifista, priva di problematiche e densa di soluzioni manichee, il vero problema di Che fine ha fat- to Osama bin Laden? non è tanto quello di offrire a domande banali risposte ancora più banali, quanto quello di non divertire, non coinvolgere. Sarebbe bastato vedersi la scena videoludica iniziale, per poi andarsi a gustare magari un buon documentario della Bbc sul tema. Ne avremmo sicuramente guadagnato.

Se il disimpegno di Spurlock è solo apparente, quello di Laureata... e adesso? è sbandierato ai quattro venti. Una commedia adolescenziale classica: Ryden, la protagonista interpretata da Alexis Bledel, diventata celebre per essere stata protagonista della fortunata serie televisiva Una mamma per amica, dopo il college è costretta a tornare a casa, dove la attende un'eccentrica famiglia.Tra i soliti equivoci e le consuete incomprensioni tipiche della commedia di genere, Ryden è in attesa di una svolta nella vita: lavoro, amore, famiglia e tutto quello che si aspetta normalmente una giovane che sta per diventare donna. Dalla sua la commedia ha un paio di frecce: il marchio Fox Searchlight, solitamente sinonimo di qualità, e un insolito Michael Keaton, che ritroviamo a divertirsi in una commedia dopo essersi preso bonariamente in giro doppiando il Ken di Toy Story 3. Di contro, il totale flop negli Usa: costato 15 milioni di dollari, il film ne ha incassati poco più di 6. Colpa di una storia scialba, che poco aggiunge alle mille trame simili già viste sul grande schermo. Menzione d'onore ai titolisti italiani. In originale il titolo è Post Grad, vale a dire Laureata. Punto. Ma evidentemente confondere le acque nella locandina potrebbe essere efficace. Magari lo spettatore distratto potrebbe comprare il biglietto convinto di assistere a un bel documentario sul precariato italiano.

Avremmo voluto parlarvi anche di My Son, My Son, What Have Ye Done, l'ultima pellicola firmata dal maestro Werner Herzog e prodotta da David Lynch, che sarebbe dovuta uscire ieri nelle sale. Ma non lo possiamo fare. One Movie, il distributore italiano, ha procrastinato l'uscita, speriamo per destinarlo a un periodo dell'anno nel quale l'affluenza in sala è più consistente che non in luglio. Fatto sta che per vedere il film, presentato ormai quasi un anno fa a Venezia, dovremmo aspettare ancora.   

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