Cronache di liberal

La nuova questione generazionale

di Savino Pezzotta [06 luglio 2010]

È sempre più evidente che la crisi economica sta generando grandi trasformazioni nel mondo e, in particolare, nell'occidente industrializzato. Stanno mutando tutti i parametri su cui avevamo costruito l'idea di benessere, di cittadinanza e di relazioni sociali e che avevano illoro epicentro nel lavoro. La crisi ci mette di fronte a una realtà nuova ed inquietante: la contrazione dei posti di lavoro, la nuova organizzazione, l'incidenza delle nuove tecnologie e la divisione internazionale del lavoro.

Siamo cresciuti con l'idea della piena occupazione, del posto fisso, del mestiere e della professionalità. Oggi tutto questo sembra essere messo in discussione dalla crescita della disoccupazione che colpisce tutti, in Europa e negli Stati Uniti. E così, in pochi mesi, sono diventati obsoleti i discorsi sulla flessibilità del lavoro, sui nuovi lavori e sulle nuovo modalità di impegno. Oggi il problema vero delle democrazie è come contrastare la disoccupazione che, assieme ai risvolti di natura economica, sempre più assume una forte caratterizzazione politica dato il legame che si è stabilito tra lavoro e cittadinanza. Le svolte autoritarie sono quasi sempre avvenute nei periodi in cui l'occupazione si indeboliva. Nelle grandi democrazie europee e americane il mercato del lavoro arretra e a farne le spese sono soprattutto le nuove generazioni. La crisi, al di là dell'ottimismo stucchevole del Presidente del Consiglio, continua purtroppo a mordere in profondità il corpo sociale, generando malessere e sfiducia. A giugno negli Usa sono andati in fumo 125.000 posti di lavoro, la cifra più alta dall'ottobre 2009; il tasso di disoccupazione è al 9,5% e diminuiscono coloro che cercano lavoro perché sfiduciati. I senza lavoro da oltre sei mesi sono 6,8 milioni. Il presidente Obama per stimolare la crescita ha annunciato nuovi investimenti, in particolare nella banda larga. La convinzione diffusa è che, per battere e contenere la disoccupazione, servano tassi di crescita più sostenuti dell'occupazione. In Europa la situazione non è certo migliore e l'Italia non si scosta da questa realtà. Lo afferma con molta chiarezza l'Istat che alcuni giorni fa ha tracciato un quadro preoccupante della situazione dell'occupazione. È vero che il tasso di disoccupazione è rimasto stabile all'8,7% per il terzo mese consecutivo ma preoccupa la condizione dei più giovani. Il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) infatti a maggio è salito al 29,2% rispetto al 29,1% di aprile: si tratta del dato più elevato dall'inizio delle serie storiche, ovvero dal 2004.

Credo che su questo dobbiamo puntare tutta la nostra attenzione perché la considero la vera questione sociale del nostro Paese. I giovani italiani sono costretti a ritardare sempre più la loro entrata nel mercato del lavoro restando a lungo nei percorsi scolastici. I lavoro manuale, favorito nel passato dalla formazione professionale e dall'apprendistato, è molto poco considerato.

I più colpiti dalla crisi sono proprio i ragazzi. Negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Spagna e in altri paesi europei, il tema viene costantemente affrontato sui giornali e sui media da economisti e politici. In Italia, invece, il fenomeno della disoccupazione giovanile non sembra destare o ricevere l'attenzione che si merita. Si fanno molti dibattiti sui "bamboccioni" a cui si imputa di rimandare volontariamente l'ingresso nel mondo del lavoro e restare così a carico dei genitori; ci si sofferma sulle presunte carenze intrinseche (minori competenze, scarsa determinazione o flessibilità. Poco si dice sulle cause che impediscono il loro ingresso nel mondo del lavoro forse perché la disoccupazione giovanile ha un minor impatto sociale immediato: non ci sono i figli a carico e possono contare sulla famiglia come ammortizzatore sociale. Quindi, nel breve periodo, ha effetti sociali inferiori aquella di uomini e donne in età adulta. Ma questo modo di pensare è molto limitato perché nonco- glie la portata e le ripercussioni che questo può avere sul futuro del paese.

Non potremo affrontare i grandi cambiamenti futuri con una generazione che fatica ad entrare nel mercato del lavoro anche quando ha studiato, a fare percorsi professionalizzati, a partecipare a una mobilità sociale che valorizzi il merito e le competenze, molte volte e costretta ad accettare posizioni lavorative poco gratificanti sul piano professionale e retributivo e demotivata sul piano morale e sociale. Essere penalizzati da giovani ha ripercussioni sull'intero ciclo di vita: diminuisce la fiducia in se stessi e la disponibilità all'intraprendere e all'impegno. Le conseguenze ricadono su tutta la collettività.

Il ministro Sacconi può anche considerare «incoraggiante » la situazione perché non ci sono state sorprese nei dati sulla disoccupazione dell'intera popolazione italiana. Io credo invece che sia suonato un vero campanello d'allarme poiché assistiamo a una crisi che incide in profondità sulle famiglie e sulle piccole imprese, che dispiega tutti i suoi effetti su una popolazione che, mentre invecchia sempre più, non è però capace di dare prospettive occupazionali ai giovani. Insomma, la popolazione italiana invecchia senza fare largo ai giovani. E questo non ci dovrebbe lasciare tranquilli. Sarà un caso o una congiuntura astrale, ma i Paesi che oggi crescono di più sono quelli che hanno un tasso di popolazione giovanile molto alto. Credo sia tempo di aprire in modo nuovo una discussione sulla condizione e sulla disoccupazione giovanile sganciandola dalla "questione generazionale". Restituiamole una dimensione di futuro e poniamocela come problema nazionale di fondo. Purtroppo la manovra economica presentata dal Governo non incoraggia e non apre in questa direzione. Il sindacato potrebbe trovare su questo terreno un motivo per rilanciare una nuova unità d'azione e rispondere così a coloro che lo vedono preoccupato solo per i pensionati.   

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