Cronache di liberal

Pomigliano, unire i sì e i no è possibile

di Savino Pezzotta [02 luglio 2010]

È trascorsa una settimana dal Referendum e dal voto dei lavoratori della Fiat di Pomigliano. Nei giorni seguenti si sono sprecate interpretazioni, valutazioni e giudizi e si è dispiegata tutta la tifoseria possibile. Oggi sul futuro della fabbrica non si sa ancora niente. Questo silenzio in questo caso non è proprio virtuoso e la situazione può oltremodo complicarsi, se non si chiariscono in fretta le volontà dell'azienda. Si era affidata al Referendum un'azione salvifica e si era visto come un fatto catartico che avrebbe sciolto tutti i nodi di una vertenza difficile e complicata, non è stato così: ha trionfato il realismo operaio che attraverso il voto ha mandato segnali che solo in apparenza sembrano contradditori e antagonisti. Con il "sì", si è affermata la volontà di trattenere lo stabilimento in un territorio segnato dalla presenza della camorra e da una disoccupazione che supera il 20%.  Con il "no" si è voluto segnalare l'esigenza di mantenere un "corpus" di tutele e diritti. Come si vede le due cose non sono in contraddizione, anzi esigono una loro ricomposizione. Il problema di oggi non è tanto il risultato del Referendum, ma verificare se il trasferimento della produzione della Panda è confermato o meno. Tocca ora alla Fiat fare la prima mossa e dare la certezza che non ci sarà disimpegno rispetto alla volontà di rilanciare lavoro e sviluppo in quest'area del mezzogiorno. Ci sono momenti in cui i pareri e le forze in campo possono essere e apparire divaricate, ci possono essere state nei confronti dei risultati del voto referendario delusioni da una parte o dall'altra, ma sarebbe grave se sull'onda di questi si rimanesse a lungo fermi. Ci deve essere uno sforzo per uscire da un'impropria tifoseria e aprire spazi di ragionevolezza in modo che il piano dell'azienda possa essere implementato con il consenso di molti. Per fare questo non si può certo chiedere, dopo il voto, di modificare sostanzialmente l'accordo validato dalla maggioranza delle lavoratrici e dei lavoratori, ma serve includere in esso alcuni elementi e osservazioni che sono state messe in campo sul terreno dei diritti e dell'organizzazione del lavoro. La parola d'ordine dovrebbe essere: chiarire, includere, arricchire il testo. A questo impegno non dovrebbe sottrarsi la Fiom e la Cgil, anche perché la loro entrata in gioco è utile e serve alla fabbrica e al territorio. Quando le divisioni tra i sindacati riguardano le questioni nazionali, si collocano su una dimensione politica dove anche la divisione si può gestire, diversa la questione a livello di azienda. Il sindacato, in questa situazione economica segnata dalla disoccupazione e dalla mancanza di lavoro, dovrebbe fare uno sforzo per ritessere un minimo di unità d'azione. Negli anni dello scontro ideologico con i comunisti, Giulio Pastore, fondatore della Cisl, animato dal buon senso che molte volte è in grado di andare oltre l'ideologia, lanciò uno slogan che dovrebbe maggiormente valere in questa stagione post-ideologica: "marciare divisi, colpire uniti". Certo la confusione cultural - politica ed etica che attraversa il nostro Paese non rende molto facile quest'operazione, anche se sarebbe un grande segnale sul piano politico e morale. Sicuramente entrare nella logica dell'integrazione sistemica dell'accordo di Pomigliano richiede che si abbia la volontà di affrontare con forza e rigore alcune anomalie come quella dell'assenteismo, dei permessi e delle malattie certificate. Del resto la forza delle lavoratrici e dei lavoratori non deriva solo dalla richiesta di diritti o dalla lotta, ma anche dal rigore morale e da una conciliazione stretta tra diritti e doveri. Camminare eretti, come è sempre stato nella storia del movimento del lavoro, richiede sempre un lavoro ben fatto. È una questione etica che rafforza i deboli nei confronti dei più forti. Occorre risolvere quell'ambiguità che si è manifestata rispetto al diritto di sciopero e ricercare tutte le forme possibili di autoregolazione come quelle presenti in tanti altri settori. Il problema non sta nel limitare l'esercizio di un diritto, ma di evitare che lo stesso sia utilizzato strumentalmente e per fini estranei. È un'esigenza per evitare che si svalorizzi il significato dello strumento. Questo è il tempo di abbandonare le polemiche, la tifoseria e la volontà di affermare una ragione, per mettersi all'opera cercando di ricomporre, di trovare insieme forme e modi che consentano anche attraverso nuove forme di partecipazione e di concertazione, di gestire il futuro di un'azienda importante per un territorio come quello campano. La Fiat farebbe bene a ricordare che se è stata importante per l'Italia, ha anche dall'Italia ricevuto.

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