La marcia di Ronis verso l'armonia
di Diego Mormorio
[10 luglio 2010]
Quando esco con la mia macchina fotografica non vado alla
ricerca del Graal», diceva Willy Ronis. Ma a guardare le sue
fotografie risulta chiaro che il Graal è sotto i nostri occhi. È
evidente che egli lo ha trovato e ce lo porge con un candore che
risulta straordinario nella famosissima fotografia della chiatta.
Un'immagine per nulla eclatante. Anzi, di una semplicità
disarmante. Si vede l'acqua della Senna scorrere verso la Manica,
una chiatta scivolare su di essa e due bambini che, senza pensare
alla vastità degli oceani o ai traffici degli uomini, sono soltanto
presi dai pensieri che accompagnano il loro gioco. Ecco, il Graal è
qui, una coppa in cui è contenuto tutto il mondo e dove ogni cosa
sembra andare per conto proprio, mentre in realtà va verso lo
stesso luogo, quello della coppa che lo contiene, dove ognuno -
senza sbagliare - sa di essere il centro. Nelle fotografie di Ronis
(cui la Monnaie di Parigi dedica una grande mostra, ideata dallo
stesso fotografo nelle settimane precedenti la sua morte, avvenuta
l'11 settembre 2009) non succede niente di straordinario. La vita
si presenta nella sua meravigliosa ordinarietà. Non c'è sangue né
morti ammazzati. Tutto è detto con delicatezza, con garbo, con
partecipazione e, al tempo stesso, con gentile distacco. Nel suo
Sur le fil du hazard, uscito da Contrejour nel 1980 e
pubblicato lo stesso anno in Italia da Jaca Book, Ronis diceva: «Le
mie fotografie non sono una forma di rivincita contro la morte e
non mi intendo di angoscia esistenziale. Non so nemmeno dove vado,
so solo che cammino incontro - più o meno fortuitamente - a cose o
a persone che amo, che mi interessano, mi disturbano o mi
aggrediscono».
In realtà, più che verso ciò che lo disturba, Ronis va
verso ciò che lo attrae, o più semplicemente lo incuriosisce.
Soprattutto, egli è in marcia verso l'armonia. Nel disordine della
realtà quotidiana, egli non cerca fatti eclatanti, ma, nel
consumarsi del divenire, cerca degli attimi in cui tutte le cose
sembrano trovare un perfetto equilibrio. «Trasformare il disordine
in armonia, questa è la ricerca costante del cacciatore di
immagini», diceva Ronis. E aggiungeva: «Una foto significativa è
una foto funzionale, nel senso più bello del termine. La funzione
di una foto consiste nella sua capacità immediata di sintetizzare
la propria intenzione. Il fotografo non passeggia, naturalmente,
con la griglia della sezione aurea nel mirino, egli l'applica
generalmente per intuito, con l'inevitabile e felice flessione nata
dalla sua particolare sensibilità. La bella immagine è una
geometria modulata dal cuore». Ed è questa una frase perfettamente
rispondente alla celeberrima espressione di Henri Cartier-Bresson
di qualche anno prima (1976): «Fotografare è mettere sulla stessa
linea di mira la testa, l'occhio, il cuore». Riprendere fotografie,
nell'accezione di Ronis, come del suo amico Cartier-Bresson, è
essere consapevolmente dentro il divenire, oltrepassandolo. Perché,
per dirla ancora con le parole di Cartier-Bresson: «La fotografia è
l'impulso spontaneo di un'attenzione visiva perpetua che capta
l'istante e l'eternità». Per i fotografi come Willy Ronis,
fotografare è cercare nell'attimo tutto il tempo passato e
l'infinità del futuro; è vedere l'universo intero rispecchiarsi in
una pozzanghera o negli occhi di un essere qualunque. E tutto ciò
senza voler essere filosofi, con disarmante naturalezza. Questa,
infatti, è l'arma dei grandi fotografi. In ogni punto del mondo,
essi sentono di essere al centro, al principio e affacciati
sull'interminabile. La fotografia vissuta con la loro intensità va
oltre ogni limite, così come ogni arte. È, insieme, sperimentazione
della finitezza e.dell'infinità. È un salto nella pozzanghera,
appunto, un volo. Qualcosa che il grande pubblico deve ancora
imparare a leggere.
L'arte non ha orario, si sa. Un artista è tale anche
quando dorme. In ogni dove. Un fotografo resta tale sempre, anche
quando non sta facendo alcun lavoro su commissione o nessuna
ricerca particolare. Prima ancora che per necessità mate riale,
egli fotografa per bisogno interiore. Fotografa perché, soltanto
fotografando, vive l'esistenza del mondo. Per Willy Ronis le
fotografie fatte sotto il tetto di casa non sono per nulla diverse
da quelle fatte lungo la Senna, sotto il ponte di Austerlitz, in un
circo o a Marsiglia. Due delle sue più belle immagini, direi fra le
più indimenticabili, raffigurano fatti strettamente privati. Si
tratta del Nudo provenzale e di Vincent (il figlio di
Nudo provenzale), riguardanti la moglie e il figlio Vincent.
La prima, una fotografia di un candore straordinario, fu ripresa a
Gordes, in Valchiusa (che il fotografo ebbe cara forse non meno di
Petrarca), durante le vacanze dell'estate 1949. Mostra la giovane
moglie Marie-Anne nuda di spalle, mentre si sciacqua il volto in
una bacinella. Ronis ricordava così la nascita di questa immagine:
«L'estate del 1949 fu particolarmente torrida. Stavo facendo
piccoli lavori nel granaio. Vincent, nove anni, dormiva nella sua
camera. Per cercare un utensile che mi mancava scendo la scala di
pietra che passa per la nostra camera. Marie-Anne, che emerge dalla
siesta, si rinfresca con l'acqua della catinella, giacché l'acqua
corrente si trova solo nel lavatoio. Le dico: resta come sei e,
prendendo l'apparecchio dalla cassapanca, risalgo di qualche passo
e scatto tre volte; poi me ne dimentico perché c'erano molte foto
da fare durante queste vacanze appena iniziate. Fu una bella
sorpresa, una volta rientrati a Parigi, quando feci lo sviluppo, ma
il destino di questa foto mi sorprende ancora».
L'altra immagine riguarda Vincent («il figlio di Nudo
provenzale »), vale a dire di Marie- Anne, ripresa nella stessa
casa tre anni dopo. Stando all'interno della casa, il ragazzo ormai
dodicenne, viene ripreso del padre, mentre gioca con un modellino
di aereo in giardino. Si tratta, ripetiamo, di due immagini
bellissime. E quello che Ronis dice a proposito del Nudo
provenzale risulta particolarmente interessante. Veniamo a
sapere con certezza che non si tratta né di una foto
posata né di un'immagine colta al volo, ma di queste due
cose insieme. Se non sapessimo che Ronis ha chiesto alla moglie di
rimanere nella posizione in cui lui l'aveva sorpresa, potremmo
pensare che Nudo provenzale sia un'immagine colta al volo.
Allo stesso modo, se non sapessimo questo fatto e guardassimo con
attenzione la luce e la sistemazione dei pochi oggetti che sono
presenti nella stanza, potremmo pensare che si tratta di una foto
posata: di un soggetto in una location.
Normalmente, o il più delle volte, le fotografie appartengono
all'una o all'altra specie, e molti sono convinti che il fotografo
reporter debba portare a casa soltanto immagini prese al
volo, e cioè nell'attimo in cui le ha viste, à la
sauvette. Si è altresì convinti che solo queste ultime
immagini dicano la verità. Così da diversi anni c'è un'accesa
discussione intorno a una celebre fotografia di Robert Capa
(anch'egli amico di Ronis): Il miliziano colpito a morte,
ripresa durante la guerra di Spagna. Sembra accertato che il
miliziano repubblicano non sia morto, cosicché alcuni sostengo che
si tratta di un inganno. Caso ancora più significativo è stato
quello di Eugene Smith (fotografo che anche Ronis considerava fra i
maggiori del Novecento). Alcune delle sue fotografie non sono state
riprese à la sauvette come si era supposto, ma sono frutto
di una manipolazione costata all'autore molto lavoro. Il
celebre ritratto del dottor Albert Schweitzer con l'uomo nero alle
spalle è stato ottenuto sovrap- ponendo due negativi (e aggiungendo
gli elementi della sega e della mano in basso a destra); gli occhi
delle donne della celeberrima veglia funebre del villaggio spagnolo
sono stati ritoccati col ferrocianuro in modo che fossero rivolti
nella direzione voluta dal fotografo; dalla fotografia del pazzo
sono state cancellate le altre persone che erano presenti; sugli
occhiali dell'operaio di Pittsburg sono stati inseriti i bagliori
di una fornace; così come il bagno della piccola Tomolo di Minamata
è stato illuminato da due flash elettronici. Dopo aver saputo ciò,
alcuni hanno creduto che il valore di Smith dovesse considerarsi
diminuito. In realtà ciò non toglie niente alla sua grandezza,
perché ciò che conta non è come un autore sia giunto a certi
risultati, ma semplicemente che ci sia giunto. Queste fotografie,
infatti, continuano a dire la verità che Smith voleva dire, a
suggerirci i sentimenti che voleva suggerirci. Allo stesso modo
Il miliziano colpito a morte di Capa continua a
sintetizzare il dramma della guerra di Spagna. La fotografia non è,
come molti continuano a credere, una sorta di certificazione
tribunalizia. È, come tutte le arti, un cammino verso la verità e
verso la bellezza. Indipendentemente dalla via. Questo Willy Ronis
lo sapeva perfettamente, perché lo sperimentava quotidianamente.
Così, con autentico candore, ha raccontato come è nato Nudo
provenzale. Egli è stato fotografo dell'antiretorica per
eccellenza e uomo di una schiettezza veramente rara, come mostra di
essere nel ricordo della morte del padre, avvenuta nel 1936, quando
lui aveva ventisei anni. «I problemi immediati della sopravvivenza
mi aiutarono a superare il mio lutto. Il padre che avevo perduto
era la mia vera madre e io conservo ancora per questo essere di una
intelligenza assai mediocre, di una cultura assente, ma di
un'allegria costante e di una infinità generosità, un culto di cui
il peso degli anni non ha mai attenuato il fervore». Il padre di
Ronis era un ebreo di Odessa, arrivato a Parigi nel 1901, all'età
di ventinove anni, che grazie alle sue buone qualità professionali
trovò lavoro come fotografo-ritoccatore nello studio di un
fotografo ritrattista con una buona clientela nell'alta borghesia.
Appassionato di «bel canto», due anni dopo, in un circolo musicale,
incontrò una ragazza di origini lituane. Dal loro matrimonio nel
1910 nacque Willy Ronis, precedendo di otto anni il fratello, dopo
la cui nascita la madre abbandonò la professione di musicista, per
dedicarsi interamente ai figli. Il fotografo crebbe, dunque, in
mezzo alle discussioni musicali, suonando il violino e con una
grande passione per l'arte, che lo portava quasi tutti i giovedì ad
andare al Louvre, mentre la domenica, per il concerto
dell'Orchestre Colonne, faceva la coda per prendere un posto nel
loggione. Dopo il liceo dichiarò di voler diventare compositore. I
genitori, che speravano per lui un futuro di funzionario, si
allarmarono. Per rassicurarli Ronis affiancò alla musica gli studi
di giurisprudenza, ma fu subito chiaro che il diritto non era nelle
sue corde. Per pagarsi le lezioni di armonia faceva il «secondo
violino » in un ristorante dei Champs Elysées. Dopo i disastrosi
risultati universitari, parte per il servizio militare e, al
ritorno, nel 1932, è costretto ad andare a lavorare nel negozio del
padre, gravemente malato.
A quel punto - considerata anche la «furia
distruttrice» con la quale la madre aveva giudicato le su
composizioni - abbandona il proposito di fare il compositore. Aveva
così davanti a sé la strada della fotografia, sulla quale, negozio
a parte, si era incamminato sei anni prima, quando per il suo
sedicesimo compleanno aveva chiesto al padre in regalo una Kodak
6,5x11, con la quale aveva ripreso le sue prime immagini, e ci
aveva «preso gusto ». «Ero cresciuto - dice Ronis -, ero maturato,
e quello che solo molto confusamente avvertivo nei primi anni della
mia giovinezza, scoppiò improvvisamente con violenza. Adoravo mio
padre, ma detestavo la produzione dello studio. Papà era un santo.
Lavorava da solo per sfamare quattro bocche, pagare gli studi dei
suoi figli, i capricci di sua moglie e le nostre lunghe vacanze. Ma
appunto i suoi sacrifici mi avevano formato un altro gusto, diverso
dal suo, e quest'embrione di cultura aveva sviluppato in me un
sentimento di rigetto per tutto quello che onestamente e
ingenuamente lui considerava bello». A ventisei anni, nel 1936,
alla morte del padre, Willy Ronis abbandonò il negozio e si mise
sulla strada per diventare uno dei migliori fotografi del
Novecento.
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