Non chiamatela più così…
di Gennaro Malgieri
[24 luglio 2010]
perfino le parole sono accaldate. Faticano a uscire per mettersi
in fila, una dietro l'altra. Esprimono la sofferenza di chi scrive
con il solo conforto di una musica refrigerante che fa da
contrappunto al sibilo dell'aria condizionata. Cercano le parole di
lenire il dolore che questa stagione violenta provoca in tutti
coloro che ne restano delusi. E sono tanti. Già, perché l'estate
non mantiene mai le promesse. Dovrebbe essere il tempo della
liberazione e invece ci fa stare tappati in casa davanti a un
refrigerante qualunque; dovrebbe indurci a fuggire la pazza folla,
ma al solo pensiero di incontrarne di più imponenti, sudaticce,
chiassose e volgari preferiamo rifugiarci nel solito guscio;
dovrebbe favorire incontri e scambi, serate gioiose e pigri
pomeriggi, invece ci assediano la calura infame e la solitudine
anche quando si sta in spiaggia attorniati da migliaia di bagnanti
soli come noi, annoiati, come noi, nervosi forse più di noi. In
colonna sulle autostrade o davanti ai chioschi marini, ma anche
nelle alte malghe o nei più abbordabili agriturismi, la verità è
che d'estate diventiamo intolleranti verso noi stessi e poi nei
confronti degli altri.
Una volta non era così, come sanno coloro che hanno
passato la quarantina. L'estate manteneva le sue promesse. E ci si
divertiva con poco, si era tutti più spensierati, le vacanze non
erano le bolsceviche «ferie» da fare a tutti i costi e a caro
prezzo. Bastava non essere schiavi di orari e impegni per sentirsi
liberi e dunque immersi in una stagione che regalava molto, dal
caldo sopportabile ai frutti saporiti e profumati, e non esigeva
nulla da nessuno, men che meno l'esibizione di riti di massa ai
quali oggi nessuno può sottrarsi e chi lo fa o è uno snob da
evitare o un poveraccio da non frequentare. Per di più l'estate un
tempo avvicinava, oggi divide. Le famiglie si riunivano, adesso si
frantumano. Ognuno per conto suo e arrivederci a chissà quando. Il
mio paese, nel profondo Mezzogiorno, raddoppiava gli abitanti, ora
d'agosto sono la metà. Gli immigrati al Nord o all'estero,
ritornavano gioiosi per riappropriarsi della loro vita in quel mese
«rubato» alla civiltà della disarticolazione familiare, necessaria
ma quanto dolorosa. Si passavano le controre inseguendo sogni a
occhi aperti e le sere a raccontarsi di inverni lunghi e talvolta
avventurosi. Il mare, per chi poteva permetterselo, era una specie
di Graal su cui fantasticare prima e tuffarcisi poi. E,
soprattutto, comunque e dovunque, l'estate era la stagione degli
amori anche se si sapeva che difficilmente sarebbero durati. Con le
canzoni, i suoni, le chimere che l'amore sapeva suggerire ai
creatori di miti banali, ma quanto entusiasmanti. E adesso? No, non
è un per spirito di contraddizione, magari un tantino folle,
desiderare che l'autunno torni presto annunciato dagli acquazzoni
d'agosto. È che l'estate ha perduto il suo fascino nei modi di con
cepire lo svago, il divertimento, la stasi sublime sotto il sole,
lo stacco con la normalità, la rottura con il tran tran. Non ha più
una sua specificità, insomma, se si esclude il clima torrido che
per qualche settimana ci annebbia fino a distruggerci
letteralmente, letal come mai nei tempi da noi conosciuti,
opprimente al punto di desiderare il ritorno a temperature più
fredde con tutto quel che comportano. Insomma, la «mitica» estate
non la riconosciamo più. Se non fosse per la colonnina di mercurio
che s'alza vertiginosamente, non sapremmo neppure che luglio e
agosto sono arrivati. Ho provato a girovagare, più d'una volta, in
diverse ore del giorno, per le strade di varie città in queste
settimane. Sapevo già che non avrei incontrato ciò che speravo, ma
volevo rendermene conto empiricamente, come si dice. E ho avuto la
conferma che d'estate la gente è addirittura meno allegra rispetto
agli altri periodi dell'anno. Diventa più intollerante negli uffici
e nei negozi. Si fa prendere più facilmente dalle smanie del riposo
forzato che tutto è tranne che riposo. È maggiormente incline al
litigio per un nonnulla, mentre vorrebbe sbarazzarsi del problema
di come e dove trascorrere le ferie ancor prima di averle fatte.
Sono i non-sensi del nostro tempo, direte. È certamente così. Ma
allora perché non barricarsi in casa e sbarrare la porta ai barbari
che vorrebbero trascinarci sui loro mari sporchi, sulle loro
montagne infestate dai cultori del chiasso, nelle campagne
devastate da dancing dove si fa rumore e la musica è sconosciuta?
Perché non dovremmo nasconderci ai devastatori della nostra
tranquillità e conquistarci un metro quadro sul nostro terrazzino,
tra i gerani e il basilico, o, per chi può permetterselo,
quell'angolo di giardino profumato che sa tanto di Paradiso?
Mi verrebbe voglia di gridare: ridateci l'estate o,
meglio, se proprio non è possibile, abrogatela. Ma so, ovviamente,
che il mio grido susciterebbe la compassione di quanti dovessero
avere la ventura di ascoltarlo. E allora, lasciatecela godere come
ci pare la nostra estate. Voi gossipari inariditi dal solleone, voi
giornalisti da ombrellone alla ricerca di una politica che non c'è
a dicembre figurarsi ad agosto, voi consumisti in servizio
permanente effettivo che ci ordinate di divertirci come avete
deciso, pianificato, imposto, voi assatanati dell'ultima follia
sfornata dal market del turismo straccione, tutti voi, esercito di
folli che viene santificato ogni mattina sulle spiagge e per i
viottoli agresti, provate a dimettervi da professionisti
dell'estate soltanto per farci vedere una volta, una volta sola,
l'effetto che fa. Ecco. Mi sono preso il classico colpo di sole.
L'estate è allo zenit. Se ne sono andati tutti. Spero che almeno
qualche lettore sia rimasto qui, con Mobydick in mano,
sognando come me un'altra estate. Quella che non c'è e che chiamano
estate, comunque.
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