Cronache di liberal

Ingenui e criminali: tutti a Genova 1960

di Gennaro Malgieri [13 luglio 2010]

Gli appassionati di dietrologia politica si sono esercitati vanamente negli ultimi cinquant'anni nell'offrire una spiegazione plausibile della scelta compiuta dalla dirigenza missina di tenere il congresso del partito a Genova nel luglio del 1960. Enzo Carra, con molta onestà e senza addentrarsi nei meandri del complottismo, ha ricostruito nei giorni scorsi su liberal quegli eventi che culminarono in una tragedia collettiva, oltre a spianare la strada all'avvento del centrosinistra. Non ci fu nessuna strategia da parte di Arturo Michelini e dei suoi collaboratori nell'individuare il capoluogo ligure come palcoscenico per la celebrazione delle assise di un partito che non voleva più rifugiarsi nelle roccheforti tradizionali e ben protette per potersi presentare all'opinione pubblica oltre che al "suo"popolo.

Con la sola opposizione di Beppe Niccolai, se non ricordo male, l'esecutivo del Msi decise all'unanimità, scontando anche le riserve formulate da Pino Romualdi che ben conosceva la situazione in quelle zone essendo stato il vicesegretario del Partito fascista repubblicano e, dunque, a quindici anni della guerra civile aveva ancora il polso della situazione, di ritrovarsi a Genova soltanto per ribadire il suo carattere di partito nazionale.Dunque, se Napoli, Roma ed altre città "amiche"si erano dimostrate "generose"o, quanto meno, non ostili, Michelini si poneva il problema di andare oltre, di avvicinarsi a quel Nord dove il partito dei neofascisti scontava l'ostracismo dei più alimentato dall'odio dei residui armati della resistenza organizzanti nelle file del Partito comunista italiano appoggiato da buona parte del Psi ed in particolare da uno dei suoi protagonisti più faziosi, quel Sandro Pertini che alla vigilia del congresso di Genova fu il più attivo nel mobilitare la sinistra contro il Msi.

È opportuno ricordare che altri congressi missini si erano tenuti pacificamente a Milano e a Viareggio, per cui celebrarlo a Genova, sia pure città medaglia d'oro della resistenza, non doveva, secondo Michelini, suonare come provocazione nei confronti di nessuno, tanto più che la circoscrizione ligure da anni eleggeva un deputato missino e numerosi consiglieri comunali e provinciali della Fiamma sedevano nei maggiori centri della regione. Certo, il segretario del partito aveva ottenuto le più ampie garanzie dal presidente del Consiglio Fernando Tambroni e dal ministro dell'Interno: diversamente non si sarebbe avventurato in un'impresa dagli esiti più che incerti. Tuttavia, i fatti diedero ragione a quanti intuivano gli esiti di un errore politico che avrebbe cambiato la storia d'Italia. Infatti, come ha osservato Adalberto Baldoni nel suo prezioso volume La destra in Italia, la localizzazione del congresso «risulterà inopportuna ed infelice... ed indirettamente contribuirà all'affermazione della linea di Moro e Fanfani, favorevoli all'apertura a sinistra».

Da qui, tuttavia, ad almanaccare sul machiavellismo di Michelini, il quale, pur di fare un favore alla Dc che voleva scaricare Tambroni, si sarebbe ingegnato nel provocare moti di piazza, come è stato sostenuto, ce ne corre. Oltre a suonare offensivo nei confronti di un politico dalla specchiata moralità che a quel tempo lavorava per la costruzione di una "grande destra"nella quale confluissero missini, liberali, monarchici e cattolici non allineati al sinistrismo che si andava affermando nelle file democristiane, nessuno ha mai spigato per quale motivo un partito che avrebbe avuto tutto da perdere dall'ingresso del Psi nella stanza dei bottoni avrebbe dovuto rendere un così stupido servizio a coloro che volevano sbarazzarsi di Tambroni, ma non ne avevano la forza, a cominciare dal presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, già sottosegretario nel primo governo Mussolini. Non regge la tesi. Michelini, pur consapevole dei rischi, poiché le sinistre ed i sindacati cominciarono dalla metà di giugno a mobilitarsi al fine di impedire la celebrazione del congresso, tenne duro soltanto allo scopo di dimostrare l'esistenza in vita del Msi che in tanti (quasi tutti), nonostante la ragguardevole forza parlamentare che aveva, intendevano sciogliere in ossequio alla XII disposizione transitoria e finale della Costituzione, una norma liberticida che si sarebbe rivelata antistorica, oltretutto, per quanto "rafforzata"dall'ignobile legge Scelba. Soltanto dopo lo sciopero generale del 30 giugno, promosso dalla Cgil, conclusosi con violenti scontri fra polizia e portuali armati di tutto punto in piazza De Ferrari, ed all'annuncio di analoghe dimostrazioni in altre città del Nord, Michelini annullò il congresso. Il Pci, per nulla pago del "successo" ottenuto, tentò, grazie anche agli "utili idioti" (per usare un'espressione del togliattismo allora imperante) che allignavano nel Psi e perfino in alcuni partiti "moderati, di accreditare la tesi del complotto tra governo e forze neofasciste al fine di provocare un colpo di Stato.Tanto bastò a far sì che la situazione degenerasse fino a mietere vittime a Reggio Emilia dove ben cinque dimostranti furono uccisi dalla polizia, ma anche altrove non mancarono morti e feriti. In tutto persero la vita dieci persone a seguito delle reazioni ad un congresso non celebrato. La guerra civile in Italia evidentemente non era finita. Il disegno, se davvero ne avesse avuto uno, di Tambroni per cercare di resistere all'apertura a sinistra, venne dunque sconfitto ed affogato nel sangue. Il 22 luglio Fanfani riceveva da Gronchi l'incarico di formare il nuovo governo. I socialisti si astennero, in attesa di entrarvi a far parte organicamente due anni dopo, ed i comunisti si limitarono a rilievi generici pur negandogli la fiducia. Se Michelini fu ingenuo (ed in politica, talvolta, l'ingenuità è imperdonabile), la Dc dell'epoca fu perfida ed i comunisti crudeli. Coloro i quali nulla fecero per evitare gli scontri ed il salto di qualità, in negativo, della lotta politica nel nostro Paese non sono mai stati storicamente "processati".

A conferma che la verità viene sempre scritta dai vincitori, per quante attenuanti gli sconfitti possano vantare. Michelini ne ha una che non può essere negata. La sua segreteria si distinse affinché, a pochi anni dalla fine della guerra civile, s'avviasse nel Paese un processo di pacificazione fondato anche sulla costruzione di un quadro politico più razionale e meno emotivo. Perciò lui immaginava, in dissenso con Almirante, ma in accordo con Romualdi, una destra democratica in grado di condizionare la Democrazia cristiana: in un contesto del genere si sarebbe dovuta compiere la famosa "operazione Sturzo" che venne osteggiata con tutti i mezzi, nonostante la benedizione di Pio XII. Una destra in grado di bilanciare una sinistra il cui potere derivava anche dai legami internazionali con regioni criminali, avrebbe dato al sistema italiano un ordine diverso e forse meno conflittuale di quello che lo ha violentato selvaggiamente negli anni Settanta e Ottanta. Ma qui si entra nel campo delle ipotesi o, se si vuole, della dietrologia e della fantapolitica. Resta il fatto che Michelini non ebbe nessuna responsabilità negli eccidi di emiliani e siciliani. Furono altri a volerli. Non è con un congresso indetto e revocato, ancor prima che i tumulti scoppiassero, che si provocano disordini e morti. Altra fu la regia del tutto. Il segretario missino perseguiva un disegno politico, commise un errore di valutazione, probabilmente se ne pentì. Da quel congresso mai aperto, comunque, cominciò il lungo inverno del Msi e non la sua legittimazione come i "vinti"immaginavano che dovesse avvenire.   

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