Cronache di liberal

La femminista di casa Agnelli

di Giancarlo Galli [15 luglio 2010]

Può accadere, nello strano pianeta della saggistica, che il biografo finisca con l'innamorarsi del biografato, conferendo al racconto un intrigante alone, impregnato di suggestione umana oltre che letteraria. Così è accaduto a Marina Ripa di Meana e a Gabriella Mecucci che in Virginia Agnelli, Madre e farfalla (Minerva edizioni, 287, euro 19,00) scrivono quasi trecento pagine sulla controversa quanto affascinante figura di Virginia Bourbon del Monte, moglie di Edoardo Agnelli (figlio di Giovanni, fondatore della Fiat), e dal cui grembo nacquero in rapida successione sette creature: Clara (1920), Gianni, il futuro Avvocato (1921), Maria Sole (1925), Cristiana (1927), Giorgio (1929, morto nel 1965 dopo una penosissima malattia), e infine Umberto (1934).

Senza ovviamente dimenticare Susanna detta "Suni" (1922), a più riprese parlamentare e ministro per il Partito repubblicano e alle cui memorie (in particolare il best-seller Vestivamo alla marinara), hanno le autrici ampiamente attinto. Da lettore più che "interessato", essendo l'autore di un tomo sulla Dinastia Agnelli che ha avuto eco e traduzioni all'estero, nell'ottimo lavoro della Ripa di Meana (gran signora dei salotti romani, divenuta famosa per le sue campagne umanitarie ed ecologiste, un primo matrimonio col nobile Alessandro Lante della Rovere) e della collega Gabriella Mecucci (giornalista di razza, cuore e impegno che, abbandonata la poltrona di caporedattore dell'Unità , s'è messa sul sentiero "della ricerca"), sono rimasto colpito, a tratti affascinato, pur fra non marginali perplessità, dallo sforzo di individuare nella galassia Agnelli-Fiat, quella "dimensione femminile" che è stata, sempre, emarginata. Valga, ai nostri giorni, la polemica asperrima che coinvolge Margherita Agnelli sull'eredità del padre. Financo in contrasto coi figli di primo letto, Jaky e Lapo. Un libro "femminista"? Ebbene sì, a mio giudizio. Il che, anziché diminuire l'interesse, lo esalta. Sino a far maturare un interrogativo: «E se Virginia non fosse scomparsa anzitempo, per giunta in circostanze drammatiche?». Partiamo dai fatti. Giovanni Agnelli, sposato con Clara Borselli, è dell'opinione che il ruolo delle mogli sia l'essere le "ancelle del focolare". Non a caso, avanti di partecipare alla fondazione della Fiat, è orientato alla carriera militare. A Verona, dov'è in guarnigione col Savoia Cavalleria, vengono alla luce Edoardo e Aniceta. Nel 1915, con i gradi di tenente, Edoardo è assegnato al centro automobilistico di Udine, dove comanda l'ex direttore del garage Fiat di Milano.

Nessuna traccia di imprese gloriose. Semmai il contrario: nei giorni di Caporetto, alloggia nella fastosa villa dei Bourbon del Monte a Maserà del Piave, presso Treviso. Certo, a venticinque anni, è l'amore a farla da padrone. Smessa la divisa, Edoardo impalma Virginia. Dal libro: «Nata nel 1899 a Roma, al piano nobile di Palazzo Barberini, dall'americana Jane Allen Campbell e dall'aristocratico Carlo Bourbon del Monte, principe di San Faustino, Virginia era bella, di una bellezza particolare, naturalmente elegante, con un viso botticel- liano incorniciato da una massa di riccioli ramati». Affascinante, dunque, dinamicissima e mondana nonostante il susseguirsi delle gravidanze, regina in Versilia e sulla Costa Azzurra. Quando a Edoardo, che papà Agnelli ha designato in pectore quale successore dinastico alla guida della Fiat (nonostante le perplessità di Vittorio Valletta), ci troviamo al cospetto di un "giovin signore" che, al duro apprendistato nelle officine e nei consigli d'amministrazione, privilegia salotti e donne dal sangue blu.

Snobbando gli incarichi professionali e beccandosi una dura reprimenda dal presidente della Comit, Giuseppe Toeplitz. Papà Giovanni è tentato di emarginarlo, ma si trattiene, cominciando a maturare una crescente avversione per la nuora, la "farfalla"Virginia. Qui la Ripa di Meana e la Mecucci prendono decisamente partito a favore di Virginia, mostrando ad esempio piena comprensione per la sua scarsa disponibilità a vivere nella grigia Torino. E sono pure generose con Edoardo, che a dirla schietta è divenuto "fascistone", entrando nelle simpatie di Mussolini, mentre Virginia riceverà in pubblico la medaglia d'oro quale "madre modello" nel pieno della campagna demografica del regime. Nelle molteplici biografie degli Agnelli prevale la tesi che il collaborazionismo del figlio risultasse poco congeniale a Giovanni Agnelli; dalla lettura in controluce di Madre e farfalla, m'è parso invece traspaia una sorta di "gioco delle parti" in famiglia. Un padre rimasto liberalgiolittiano, l'erede a seguire l'onda del tempo. Possibile, conoscendo le astuzie tattiche dei nostri capitani d'industria: governativi per definizione ma sempre attenti al "dopo". Edoardo Agnelli scompare tragicamente la sera del 14 luglio 1935.Trascorsa la giornata a Forte dei Marmi, sale sull'idrovolante dell'asso dell'aria Arturo Ferrarin. All'ammaraggio a Genova, il velivolo si capovolge, un'elica strazia il corpo di Edoardo mentre Ferrarin non ha una scalfittura. Che ne sarà dei figli? Qui il libro (irrobustito da un'ampia documentazione) raggiunge uno dei suoi punti più alti. Da una parte il "cattivo" senatore Giovanni Agnelli, che pretende di sottrarre alla nuora la patria potestà della figliolanza; dall'altra la dolce Virginia dal carattere di ferro, che va di persona a Palazzo Venezia da Benito Mussolini, convincendo il Duce a ribalil tare la sentenza del tribunale. In pratica la patria potestà del patriarca si ridusse all'educazione del nipote Gianni. Come e perché Mussolini intervenne? Sicuramente Donna Virginia mise sul piatto le credenziali del marito, i finanziamenti al partito fascista sin dagli anni Venti, ma a convincere il Duce potrebbe essere stato un altro intento: impartire una lezione a «Quell'Agnelli » che, nonostante la nomina a senatore del Regno, si comportava in maniera assai poco ortodossa, attraverso il potente e autorevole quotidiano di famiglia La Stampa. Mistero chiama mistero. Alla guida del giornale, Giovanni Agnelli, sul finire degli anni Venti, aveva chiamato il giornalista e scrittore Kurt Suckert, in arte Curzio Malaparte, che prende a frequentare con assiduità Edoardo e Virginia. Malaparte fece un ottimo lavoro alla Stampa, eppure, dopo appena un biennio, nel gennaio 1931, venne licenziato su due piedi. Sgarbatamente. (Nel libro, una puntuale ricostruzione). Ebbero un ruolo gli eccessi di simpatia di Virginia, le distrazioni di Edoardo, o più semplicemente, come si tentò di accreditare, una serie di «incomprensioni amministrative ». Fatto sta che se Malaparte è cacciato dal giornale della Fiat, il suo cuore continua a battere per Virginia. La rincontra anche prima della morte di Edoardo? Ripa di Meana e Mecucci tendono ad escluderlo, pur non nascondendo l'attivismo sentimentale della trentenne dalla straripante bellezza. In ogni caso, Curzio Malaparte riappare dopo la scomparsa di Edoardo. A Forte, si qualifica "fidanzato". Il che fa montare su tutte le furie il senatore Agnelli. Chiuso il capitolo Malaparte, la "farfalla" riprende a volare, anche se le sue biografie tendono a mettere in risalto ribalil suo lato di madre. Con una speciale attenzione per Gianni, il primogenito che non sembra però ricambiare le attenzioni. Nemmeno quelle del nonno, che ha da patire moltissimo per il cipiglio guerriero del nipote: in Russia nell'inverno del '41, in Tunisia l'anno successivo, sfuggendo per un soffio alla cattura. In un colloquio con l'Avvocato, m'accadde di chiedergli: «E sua madre? ». «Una signora di grande classe, che non ha avuto troppo tempo per me...», rispose in un soffio di voce. E il fratellino Umberto: «Non ho mai capito perché m'abbia voluto far nascere a Losanna». Per queste testimonianze, fatico a condividere il "madre e farfalla" del sottotitolo del libro. Farfalla, sicuramente, ma se la maternità non è solo procreazione... Donna Virginia, allontanandosi da Torino per la più accogliente Roma, vive il periodo bellico con ansie salottiere temperate, anzi nobilitate, dalle sue biografie da un gesto coraggioso, e fin qui ritengo inedito: l'aver favorito l'incontro nel maggio del 1944 fra Pio XII e il generale tedesco Karl Wolff, in cui si decise la salvezza della città, evitando il minamento dei ponti sul Tevere e i combattimenti casaper- casa, come ordinato da Hitler. Poi, le "intercessioni" (ma a quale titolo?) con i comandi alleati e la resistenza per salvare il senatore Giovanni Agnelli e Vittorio Valletta dalla pena di morte. Facendo emergere un ruolo di Virginia Bourbon del Monte fin qui totalmente sconosciuto, anche se probabilmente servirebbero più solide pezze d'appoggio, in quanto una Virginia che canta "bella ciao!" fatico a immaginarmela.

Avesse lasciato un diario! È morta fra le lamiere dell'auto, una Fiat 1500, il 21 novembre del 1945: da Roma andava come d'uso a Forte dei Marmi. L'autista illeso. La salma verrà tumulata nel cimitero di famiglia a Villa Perosa, presenti i figli con l'eccezione di Gianni, in viaggio a Oslo. Il senatore Agnelli è scomparso poche settimane prima. Presto, su Donna Virginia Bourbon del Monte Agnelli calerà il silenzio. Il tentativo del regista Mauro Bolognini di costruire un film sulla sua figura verrà frustato da Gianni Agnelli, che acquisirà i diritti della sorella Susanna, presso Mondadori, di Vestivamo alla marinara. Un elogio, dunque, a Ripa di Meana e Gabriella Mecucci, per aver riaperto un capitolo della nostra vita nazionale attorno a una figura umana che «ha attraversato il suo tempo con passo lieve, toccata dalle tragedie ma risparmiata da opportunismi e compromissioni». Davvero un'italica farfalla. Da leggere senz'altro, anche perché fra le pieghe si ritrova lo spaccato intimo di una grande famiglia.   

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