Cronache di liberal

Simenon spara sulla Corte d’Assise

di Pier Mario Fasanotti [24 luglio 2010]

Il titolo è semplicemente Corte d'Assise, ed è questa, con tutto quel che ci sta dietro, che Simenon mette sotto accusa. Un romanzo «giudiziario» che scrisse nell'agosto del 1937 all'Isola dei Pescatori, Lago Maggiore. Apparve però solo quattro anni dopo: la direzione di Paris soir lo rifiutò giudicandolo immorale. Simenon anzi frusta corde istituzionali delicatissime perché solenni e totemiche, scuoia quello che a volte agisce e si mostra come un animale che carica a testa bassa. In questa operazione ne mostra i difetti genetici, il disequilibrio organico, la malformazione cerebrale che porta diritto al seguente assioma: «l'imputato è un mascalzone, quindi è colpevole». Altrettanto forte è il colpo che assesta quando afferma che il giudice istruttore, scrupoloso a senso unico, costruisce un fascicolo di 823 pagine con ben 237 testimonianze senza ammettere, o dubitare, di aver eretto una piramide criminale che risponde a criteri architettonici suoi e non a quelli che dovrebbero ispirarsi all'imparzialità. In quel fascicolo c'è quasi tutto di un giovane uomo, salvo la verità dei fatti. Romanzo scritto in Italia, abbiamo detto. Forse per questo, Simenon calca la mano sugli italiani, verso i quali non ha mai dimostrato molta stima. E questo è francamente irritante. Come infastidiscono, in tutta la sua opera, certi stereotipati riferimenti ad alcune nazionalità. La prima parte di Corte d'Assise pare abbia l'andamento del feuilleton tirato un po' come un elastico. Poi ci si accorge, con la svolta giudiziaria della trama, che certi particolari sono essenziali. Si passa da una chansonette delinquenziale a toni dostoevskijani, senza la rinuncia del ritmo brillante e delle ripetizioni a effetto. Al centro di tutto c'è il ventiquattrenne Louis Bert detto Le petit Louis. Entra in scena come un bulletto, uno sciupafemmine, uno che in un clan marsigliese crede d'avere il suo peso. Poveretto: quelli della mala, infinitamente più astuti di lui, lo giudicano un incapace. In occasione di un «colpo» riesce ad affascinare Constance Ropiquet che si fa chiamare contessa d'Orval: è una donna avanti con gli anni, ma Simenon lascia al lettore immaginare l'esatta sua età. Potrebbe avere circa cinquant'anni. Passa sempre per una «tardona» per il fatto che diventa subito l'amante di un ventenne. Ospita a casa sua, a Niz- za, quel gigolo così bravo ad ammaliare i gonzi, senza sapere che oltre non è in grado di andare. Fa niente, la fasulla contessa, agiata ma anche mantenuta da un attempato funzionario, è in estasi, si guarda attorno «per assicurarsi che Petit Louis non è un sogno». Vanitosamente desidera che la gente sbirci un po' più del solito e sappia che lei è dorme con un giovane. Lo soffoca con «baci umidicci e interminabili, con il suo seno pesante», ma gli consente una vita assai diversa da quella precedente, intrisa di miseria, espedienti e ambizioni grossolane. Louis è schifosamente cinico, approfitta di quel che lei può offrirgli, ossia vantaggi materiali, e respinge l'ossessiva dolcezza dei sentimenti di una donna che penosamente sfida la verità dell'anagrafe. E poi c'è Nizza con i viali a mare, il profumo dei fiori, i palazzi dai colori pastello. Gli sembra di vivere «in una confetteria». Nato nel Nord, costretto a coabitare con una madre moralmente distratta e con l'ex datore di lei diventato suo amante, tale Dutto (altro nome italiano!), laido, esibizionista, vizioso, Petit Louis è contento della svolta. Continua nella sua parte di duro. A Louise Mazzone (altro cognome italiano!), che lavora in una casa chiusa e che lui vuole «liberare», scrive una lettera in cui elogia ciò che gli regala «una che ha soldi ma è anche un po' spilorcia». Fa il gradasso, dice che «dovrà metterla in riga». Louise, giovane che «profuma di verbena», lo raggiunge a Nizza. All'inizio passa per sua sorella, ma Constance poco dopo scopre tutto. Non le conviene indignarsi più di tanto. «Cattivo! », lo rimprovera con ambiguità materna, poi accetta il ménage à trois. Abilissimo Simenon nel tratteggiare la famosa atmosphére, stavolta molto vischiosa. Non viene solo creato un personaggio, ma un intero ambiente, e minuziosamente. E poi il punto di rottura, tema caro a Simenon. Da una certa insofferenza verso «un appartamento saturo di vita indolente» al dramma: Constance finisce con la gola tagliata. Inizio di errori e di stupide avidità. Alla fine Louis è arrestato. Nessuna prova per quanto riguarda l'assassinio (mai si ritroverà il corpo della donna), ma quel meccanismo «tritatutto» della magistratura riesuma il suo passato «dal letame» e inventa il suo presente. E non lo fa mai parlare. La giustizia è burla e tirannide. Con un sorriso sornione guarda i giudici in toga rossa. Senza mai poter spiegare nulla di sé.   

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