Cronache di liberal

Cristina Campo, l'imperdonabile

di Pasquale Di Palmo [26 luglio 2010]

Per i tipi delle edizioni Archinto esce un raffinato volumetto che raccoglie una manciata di lettere inedite di Cristina Campo: Se tu fossi qui. Lettere a María Zambrano 1961-1975 (96 pagine, 14,50 euro). Il libretto, curato da Maria Pertile, propone una serie di epistole e brevi messaggi che Cristina Campo scrisse alla filosofa spagnola, incontrata presumibilmente a Roma intorno alla fine degli anni Cinquanta. In quell'arco di tempo la scrittrice si legò sentimentalmente a Elémire Zolla che, non a caso, intrattenne con la Zambrano, nello stesso arco cronologico, «un'altra, intensa corrispondenza epistolare, a volte condivisa sulla stessa pagina di quella di Vittoria- Cristina con María», come rileva la curatrice.

Si rimane colpiti innanzitutto dall'estrema varietà dei messaggi: brevissimi, essenziali taluni, poco più di un bagliore che rischiara il momento privilegiato della lettura, altri invece più articolati e dettagliati come l'ultima lettera riportata, risalente alla festa di San Giovanni 1975, in cui si rievoca la figura del poeta argentino e amico comune Héctor Murena, morto nello stesso anno e di cui Cristina Campo aveva tradotto sei liriche, originariamente apparse in un numero dell'Approdo Letterario del 1961. Il materiale fin qui rinvenuto è ben lungi dall'essere completo, in quanto mancano sicuramente altre lettere di Cristina e, in toto, quelle di María, «che s'indovinano stupende nel riflesso delle stesse lettere campiane», come suggerisce ancora la curatrice. Ma, nonostante l'esiguità dei messaggi pervenutici, è emblematico come il rapporto di stima reciproca e di delicata, fraterna collaborazione appaia evidente nel tono con il quale Cristina si rivolge all'amica: «Maria cara, tu mi hai salvato dalla confusione. Lascia che io ti aiuti nella fatica: portare i battenti della porta di Gaza in cima alla montagna - (conosco bene ogni pietra, e posso servirti, con umiltà e con precisione).Tu mi hai detto: "la paura è il demonio stesso" e questo mi ha salvato, in un momento di orrore. Lascia che te lo dica io, nel momento dell'ansia - non avere paura, cara - e lascia che io ti aiuti in silenzio, minutamente». Alcuni messaggi sono la semplice trascrizione di brani che intrigavano particolarmente Cristina Campo, magari in occasione di una particolare ricorrenza: nella lettera del Natale 1967 è riportata, manoscritta, la poesia La Tigre Assenza, dedicata alla memoria degli amati genitori («Ahi che la Tigre,/ la Tigre Assenza,/ o amati,/ ha tutto divorato/ di questo volto rivolto/ a voi! La bocca sola,/ pura,/ prega ancora/ voi: di pregare ancora/ perché la Tigre,/ la Tigre Assenza,/ o amati,/ non divori la bocca/ e la preghiera...»), quella del Capodanno 1961 è la semplice riproduzione dattiloscritta della versione della lirica In verità più d'uno di Hugo von Hof mannsthal.Vi sono poi trascrizioni di testi di Borges, Pasternàk, del poeta mistico persiano Gialal al Din Rumi, presumibilmente tradotto dalla stessa autrice. A questi testi d'occasione bisogna aggiungere la consuetudine di inviare immagini riproducenti opere d'arte che per Cristina rivestivano un particolare significato. È il caso delle cartoline, inviate il 3 giugno e il 3 ottobre 1961, del Ponte a Santa Trinita di Firenze o del ritaglio di illustrazione, non datato, raffigurante un calice con l'Adorazione dei Magi, accompagnato da questa semplice postilla: «El caliz azul de la Navidad y de los Santos Reyes (por Maria, su Cristina-Vittoria)».

Come in tutti i carteggi della Campo (si pensi ad esempio alle Lettere a Mita e a Caro Bul, pubblicati da Adelphi rispettivamente nel 1999 e nel 2007) i riferimenti ai suoi modelli letterari e religiosi si limitano a una serie circoscritta di situazioni e nomi privilegiati. Irrinunciabile è il richiamo a Simone Weil di cui si parla nella lettera inviata il 15 agosto 1965: «Cara, grazie di avermi annunciato l'uscita del tuo libro - dei tuoi libri - e il tuo progetto di tradurre Simone. Sono tra le poche notizie capaci di rallegrarmi, in questo tempo tenebroso». Non è un caso che sarà proprio l'opera della pensatrice francese a segnare in maniera inimitabile il lavoro della Campo, con quella netta contrapposizione tra La pesanteur et la grâce, come si intitola una fondamentale raccolta di saggi weiliana del 1948, che sembra sottendere alla sua stessa poetica. L'uscita di questo volumetto ci consente di rivisitare la figura di una singolare autrice che fece di tutto per rimanere nel l'ombra, adoperando vari pseudonimi per firmare traduzioni e collaborazioni a riviste e giornali (Cristina Campo era infatti un nom de plume, in quanto il suo vero nome era Vittoria Guerrini) e pubblicando in vita soltanto tre libri: la silloge poetica Passo d'addio (All'Insegna del Pesce d'Oro, 1956) e le raccolte di saggi Fiaba e mistero (Vallecchi, 1962) e Il flauto e il tappeto (Rusconi, 1971). Proprio sulla bandella di quest'ultimo libro appare la nota che sembra caratterizzare il suo percorso letterario, mai disgiunto da una macerazione spirituale che rasenta un'ascesi di ascendenza quasi monacale: «Cristina Campo è uno pseudonimo. È cresciuta a Firenze nell'ambiente del padre compositore. Ha scritto poco e le piacerebbe avere scritto meno. [...] Oltre alla poesia il suo maggiore interesse è la liturgia: l'ex romana, la bizantina».

È quanto mai significativo che, in un'epoca dominata dal dogmatismo ideologico che aveva irretito gran parte dell'intellighenzia italiana, gli interessi di Cristina si orientassero in direzione pressoché antitetica: la poesia e la liturgia. È presente infatti, negli scritti di Cristina, un profondo legame interdisciplinare che crea accostamenti insospettati fra materie diverse come poesia e traduzione, saggio di taglio erudito e investigazione esegetica. Risulta perciò un po' riduttivo circoscrivere i suoi interessi variegati nell'ambito di un genere tout court, definito in maniera netta e lineare. Si dovrà considerare il fatto che qualsiasi occasione può costituire lo spunto per argomentare sopra un determinato tema: la nervatura di una foglia, il ricamo di un tappeto, l'eco di una fiaba rappresentano, come una madeleine proustiana, il richiamo per modulare variazioni intorno a una dimensione spirituale autentica e rigorosa. Passo d'addio, il suo esordio poetico che rappresenta anche l'unico libro di liriche pubblicato in vita, raccoglie soltanto undici componimenti, dominati da uno stile che si differenzia notevolmente rispetto ai canoni letterari del tempo, impostati sulle tendenze più contrastanti: da una parte il neorealismo, dall'altra le derive dell'ermetismo, con l'avvento ormai incombente degli schematismi imposti dalle neoavanguardie. La poesia della Campo sembra invece risentire di uno stile semplice, quasi frugale, che si basa su una compostezza di ti- riupo classico derivata dai suoi innumerevoli lavori di traduzione e dai suoi maestri dichiarati come Hofmannsthal e la Weil. Scrive Margherita Pieracci Harwell che, oltre a essere raffinata esegeta dell'opera della Campo, fu una delle sue più care amiche: «Per penetrare più a fondo nel pensiero di Cristina Campo le due guide più sicure sono Hugo von Hofmannsthal e Simone Weil - fino ai tardi anni Sessanta i più costanti phares di questa instancabile, ma soprattutto selettiva e fedelissima lettrice».

I versi che figurano in questa silloge, composti tra il 1954 e il 1955, con eccezione della prima poesia datata 1945, risentono degli spunti e delle atmosfere più varie, nel tentativo di rendere «bianche tutte le mie lettere,/ inaudito il mio nome, la mia grazia richiusa». Sembra un inno alla grazia che si riverbera talora in delicati versi di ascendenza dickinsoniana, talaltra in enigmatiche asperità di stampo eliotiano: «Ora non resta che vegliare sola/ col salmista, coi vecchi di Colono». E non è un caso che sia Emily Dickinson sia Eliot furono tra gli autori prediletti della Campo che li tradusse da par suo. Già Leone Traverso, in una recensione apparsa sulla rivista Letteratura nel 1957, rimarcava sia le fonti plurime d'ispirazione che sottendono alla nascita di certe poesie (con riferimenti, più o meno espliciti, alle Mille e una notte, a Lawrence d'Arabia, a san Paolo), sia l'oscurità di taluni passaggi: «Ci si incontra in altre liriche a passi che sembrano a prima vista invalicabili, non per arbitrii sintattici o lessicali, ma perché occulto rimane il pozzo profondo da cui sorgono certe immagini». Il secondo titolo della Campo fu Fiaba e mistero, edito da Vallecchi nel 1962 nella collana dei «Quaderni di pensiero e di poesia». Il volumetto, contenente cinque tra i più riusciti saggi della scrittrice, fu pubblicato in un'edizione numerata di 600 esemplari. Nella stessa collana vedrà la luce anche la raccolta di saggi intitolata Spagna di María Zambrano. Entrambi i primi due titoli pubblicati denotano la scarsa propensione dell'autrice a diffondere i propri testi in maniera indiscriminata, bensì la tendenza a rendere note con parsimonia le proprie pubblicazioni. Non è un caso che, a parte qualche sparuta segnalazione, i due libri venissero subito relegati nel dimenticatoio. La stessa autrice scriveva a Leone Traverso il 10 ottobre 1962 a proposito di Fiaba e mistero: «Ora anche di questo libretto mi è venuto un enorme desiderio che nessuno si accorga. Una parola è sufficiente per toglierti tutto il piacere di averlo scritto, farti sentire as public as a frog, il che equivale a non scrivere più». Il flauto e il tappeto, pubblicato da Rusconi nel 1971, costituisce il terzo e ultimo libro pubblicato in vita. Si tratta di una raccolta di saggi (alcuni di questi ripresi dal volumetto precedente) in cui l'autrice disquisisce intorno agli argomenti più disparati creando insospettabili accostamenti. Il punto di partenza collima con il punto di arrivo solo grazie a un procedimento narrativo che persegue tale obiettivo attraverso una sequenza di corrispondenze di ardua decifrazione agli occhi del profano. Il cerchio si chiude in maniera affascinante ed enigmatica, dopo un continuo peregrinare intorno ai simboli della redenzione e della perdizione. Dall'intreccio di un tappeto persiano a una «frase glaciale» di Proust, dalle considerazioni sul tema della «sprezzatura» alle suggestioni del rito gregoriano, la prosa della Campo si delinea come un perfetto emblema araldico miracolosamente scampato alla distruzione e alla rovina incombenti. Come Borges, la Campo si interroga a lungo sui propri ideali e modelli letterari, stabilendo un'opera di interpretazione quanto mai preziosa, anche se dai tratti atipici. La letteratura rappresenta per la Campo una sorta di modello che riesce a coniugare mirabilmente, nei suoi esiti più riu sciti, etica ed estetica. Non è un caso che la vita stessa della scrittrice risentisse in maniera esclusiva di questo connubio dagli intrecci indissolubili: si pensi, in tal senso, alle relazioni che Cristina allacciò con il finissimo traduttore Leone Traverso e, in seguito, con quella straordinaria figura di intellettuale a tutto tondo che fu Elémire Zolla, o al fascino che esercitò su di lei il poeta Mario Luzi. Dopo la morte le prose della Campo, che si possono considerare come il punto più alto della sua opera, furono riproposte e integrate in due volumi adelphiani, usciti rispettivamente nel 1987 e nel 1998: Gli imperdonabili e Sotto falso nome. Quest'ultimo volume raccoglie tutti gli scritti che Cristina pubblicò in periodici con diversi pseudonimi, spesso declinati al maschile: da Puccio Quaratesi a Bernardo Trevisano, da Benedetto P. d'Angelo a Giusto Cabianca. La Tigre Assenza, pubblicato da Adelphi nel 1991 raccoglie tutta la produzione poetica della Campo, comprese le traduzioni in versi. Oltre a Passo d'addio figurano altre due brevi sezioni, intitolate rispettivamente Quadernetto e Poesie sparse. In tutto si tratta di una trentina di liriche che, per il loro potere ipnotico e per la loro intrinseca bellezza, si configurano tra le espressioni più adamantine e compiute della sua opera.

Bisogna segnalare inoltre gli ultimi versi, composti negli anni Settanta e ispirati a una religiosità dominata da figure bibliche o attinenti al mondo della liturgia (la Campo, oltre a condurre una strenua battaglia a favore dell'opera di monsignor Marcel Lefèvbre per il ripristino della messa in latino, predilesse il rito bizantino-slavo). In quest'ottica risaltano i versi di Missa Romana e dell'intenso poemetto intitolato Diario bizantino. «Perfezione, bellezza. Che significa? Tra le definizioni, una è possibile. È un carattere aristocratico, anzi è in sé la suprema aristocrazia. Della natura, della specie, dell'idea» scriveva la Campo nel saggio Gli imperdonabili. Gli imperdonabili sono i poeti che vanno controcorrente, che corteggiano lo stile nell'epoca in cui tutto scivola irrimediabilmente verso il basso, che, come Pound, scelgono di tacere laddove regna il più assordante dei vaniloqui. La stessa Cristina Campo si può annoverare tra quelli che lei stessa aveva definito «imperdonabili», questi araldi della perfezione che scelgono l'ombra, il silenzio, l'anonimato nel periodo in cui impazzano l'arrivismo più abietto, la volgarità più truce, l'esibizione più sfrenata.  

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