Cronache di liberal

L'azzardo e la misura

di Maurizio Ciampa [10 luglio 2010]

Procede veloce il narratore del Libro della Genesi: la sua misura del tempo non è la nostra. Procede veloce e in un'incalzante successione di vertigini. Soltanto sette capitoli separano l'incipit della creazione («In principio Dio creò il cielo e la terra ») dal rovinoso manifestarsi della distruzione («Sterminerò dalla terra l'uomo che ho creato»). Come se la creazione si ripiegasse su se stessa. Come se il suo spazio si dissolvesse in quell'apocalisse liquida che è il diluvio. E questo accade in sette brevi capitoli, soltanto poche pagine, certamente fitte, della Bibbia. In quell'arco tutto muta, mutano le parole e i gesti. La soddisfazione del sesto giorno che scivola nella benedizione del settimo precipita poi nel colpo d'occhio dolente sul paesaggio di corruzione offerto dall'umanità intera. Non qualche suo sporadico rappresentante, ma «ogni uomo» e, appresso a lui , per contaminazione, ogni vivente: «sono pentito d'averli fatti!», dice il Signore, prima appagato tanto da concedersi il riposo, ora pentito. E addolorato. Pentito e addolorato a tal punto da volersi correggere. E lo farà. Non manca di sintesi il nostro narratore, il suo sguardo abbraccia il mondo, la sua origine, la sua controversa evoluzione. In quei sette brevi capitoli stipa l'inizio e la fine, la creazione e la distruzione, il bene che esalta il creato e il male che lo insidia e lo deturpa. Si capisce ben presto che la storia umana proietta la sua parabola come fossero gli effetti di una caduta. Si capisce, ad esempio, con l'episodio di Caino e Abele, che fra il male e l'uomo c'è una stretta fatale, una mortale intesa. Non solo si frequentano, ma, in definitiva, si piacciono. Dunque nulla di nuovo. Nulla di nuovo se non l'estensione: «la malvagità degli uomini era grande sulla terra… e ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro che male». Se il male è l'infezione che ha intaccato l'intera «pianta umana», non c'è altro rimedio se non la chirurgia radicale, l'annientamento di «ogni carne, in cui è alito di vita». Attraverso il dilagare delle acque, il diluvio, Dio cancellerà la sua creazione. Resteranno i nomi dei viventi, precarie colonne dell'essere, ma resteranno come vuoti simulacri.

Con il defluire delle acque, la vita tornerà a fermentare, ma anche il male riprenderà la sua strada tornando a incrociare il cammino degli umani. Accadrà a Babele, attorno alla sua mitica torre. Dopo il diluvio, Babele. L'episodio occupa pochissime righe (Genesi 11, 1-9), quasi una parentesi nel mezzo del racconto su come la popolazione della terra si distribuisce dopo il diluvio. Vale la pena rileggere le righe se non altro per capire il lungo percorso fatto nei meandri dell'immaginazione umana, almeno apparentemente, senza grandi variazioni nel tempo. Babele è il luogo della dispersione e della confusione delle lingue, il nuovo scenario della protervia umana e del suo azzardo, dove la molteplicità delle forme non è più governata. E tale resterà. Da sempre, o da allora, la torre spezzata di Babele è lì per segnalare il limite superato, la misura trasgredita, l'eccesso intrapreso dall'umano, cui fa seguito un nuovo impeto distruttivo nonostante l'impegno che il Signore si era assunto dopo la devastazione del diluvio: «Non maledirò più il suolo a causa dell'uomo… né colpirò più ogni essere vivente come ho fatto». Maledirà invece e nuovamente colpirà, anche se su un'area più circoscritta. «Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall'Oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono Si dissero l'un l'altro: "Venite facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco"… Poi dissero: "Venite costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome per non disperderci su tutta la terra". Ma il signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: "Ecco essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l'inizio e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l'uno la lingua dell'altro". Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra». Questa è la Babele tratteggiata nel Libro della Genesi, dopotutto non troppo lontana dall'immagine che si è andata stratificando nel tempo fino a oggi. Quando nell'immediato dopoguerra (1946), Roger Caillois, uno degli esponenti di spicco del movimento surrealista da cui poi si distaccò, mette mano al suo Babele, è poi questo che immediatamente estrae dal coacervo delle immagini accumulate: l'azzardo, la sfida, il progetto al limite del pensabile. Insomma l'assalto al cielo, il gesto di ribellione che sovverte le regole della geometria e le leggi della fisica. E perché mai un surrealista si prende tanto a cuore le articolazioni della razionalità costruttiva? Forse Roger Caillois non è più un surrealista! La guerra (Caillois si era impegnato nella liberazione della Francia dall'oppressione nazista) ha mutato le prospettive. Quante torri sono crollate! Quanti umani progetti hanno rivelato il loro cuore vuoto! L'Europa è un ammasso di rovine. Si tratta allora di guardare diversamente alle tante torri di Babele disseminate nella cultura del Novecento, ai gesti di ribellione, agli azzardi intellettuali erosi dalla rovina e finiti in polvere come quell'antica torre. L'intelligenza delle cose che si è andata temprando in quel drammatico passaggio storico è chiamata a una profonda revisione. L'azzardo ora è questo. Ora l'azzardo è la misura. Babele di Caillois segna questo nuovo corso denunciando lo smarrimento dell'intellettuale nella confusione di lingue che si sono andate disgregando e svuotando.

«Questo libro è il resto spaventoso di Babele, è la lugubre Torre delle cose, l'edificio del bene, del male, delle lacrime… È l'epopea umana, aspra, immensa, crollata», dice Victor Hugo nella Legende des siècles alla metà dell'Ottocento. E nel primo ventennio del secolo Franz Kafka, che a lungo si è andato accompagnando all'immagine della Torre, quasi fosse un'ombra, un suo personale fantasma, Franz Kafka parla della «fossa di Babele». La Torre non c'è più e non ci sono più neppure le sue rovine, ma c'è il segno tangibile del fallimento, il punto circoscritto del crollo ormai avvenuto, un immane Ground Zero che va a occupare tutto lo spazio del secolo. Termina qui la parabola di Babele? Essa s'incunea nella letteratura del Novecento, ne invade l'immaginazione e procede anche oltre, tra Borges e l'americano Paul Auster. Forse c'è una sola straordinaria eccezione, quella della Babele di Paul Zumthor, grande studioso di letteratura medievale, che a Babele ha dedicato la sua intera vita (il libro è uscito, postumo, nel 1997 e tradotto in italiano da Il Mulino). Perché eccezione? Perché Zumthor riscatta le tenebre di Babele, la sua radice oscura, che diventa piuttosto esplorazione dell'incompletezza e della frammentarietà , la parte viva del nostro desiderio d'essere e di dire.   

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