Cronache di liberal

Il mistero di Genova

di Enzo Carra [10 luglio 2010]

Mercoledì mattina, a pochi metri dal mio scanno di Montecitorio, ho assistito alla rissa («non solo verbale» aggiungerebbe il cronista per alludere ad un cazzottone sull'occhio) tra alcuni deputati del Pdl e il dipietrista Barbato. Flashback: molti anni orsono quelli che oggi si picchiano e si insultano erano insieme a tirar monetine a Craxi e ad acclamare Di Pietro. Avanti: mentre proseguono gli scontri (il resocontista di un tempo avrebbe riferito di «epiteti irriferibili») poco lontano dall'aula, nelle strade del centro le forze dell'ordine manganellano i terremotati aquilani. La seduta sta per essere sospesa, stiamo per lasciare l'aula, uno di noi si alza a commemorare i morti di Reggio Emilia del luglio '60. Cinquant'anni fa. Come oggi, i primi giorni di luglio. In quei giorni - dal due al quattro luglio del '60 - si sarebbe do- vuto tenere a Genova il Congresso del Movimento sociale. A presiederlo sarebbe stato Carlo Emanuele Basile, prefetto repubblichino della città medaglia d'oro della Resistenza. Il 28 giugno Sandro Pertini, direttore de Il Lavoro, dichiara che quel Congresso non si deve fare. Fernando Tambroni Armaroli è a capo di un esecutivo monocolore Dc sostenuto dai voti determinanti dei missini guidati dal moderato Arturo Michelini. Un governo a sorpresa: sperava nei voti socialisti, ebbe quelli dei fascisti. Secondo Andreotti (Governare con la crisi. Dal 1944 a oggi): «Era difficile per il governo non assicurare la celebrazione del proprio Congresso a qualsiasi partito, ma era addirittura impossibile che ne fosse impedito un partito della maggioranza » Tambroni resiste dunque all'appello di Pertini. Ma «dal porto salgono gli echi di grandi ondate, come quando il mare fa le pecore», commenta Italo Pietra nella sua biografia di Moro. E infatti dalla ribellione di Genova l'eco si diffonde dolorosamente per l'Italia. Il sei luglio i fatti di Porta San Paolo, con i carabinieri a cavallo guidati da Raimondo D'Inzeo, tra qualche settimana medaglia d'oro politica, a caricare i manifestanti. Tra questi molti parlamentari socialisti e comunisti, e molti di loro torneranno insanguinati alla Camera. «Sandro (Pertini, ndr), che c'era, è indignato per la provocazione ministeriale ma anche per il modo sciocco e ingenuo con cui la manifestazione è stata organizzata» scrive Pietro Nenni nella sua pagina di diario di quel sei luglio. Il giorno dopo, il sette, ci sono anche i morti. Cinque a Reggio Emila. E poi a Palermo e Catania.

Annega nel sangue l'avventura politica di Fernando Tambroni Armaroli e si apre la stagione del centrosinistra. Perché i missini avevano chiesto di svolgere il loro Congresso proprio a Genova? Arrivati quasi per caso nei paraggi del governo si troveranno così, nel giro di pochi mesi, nuovamente relegati all'opposizione e fuori dell'arco costituzionale.

Erano trascorsi appena quindici anni dalla liberazione, un periodo più breve degli anni berlusconiani che stiamo vivendo. La presenza di un partito neofascista in maggioranza, impensabile fino alla vigilia della presentazione di Tambroni alla Camera, si era già realizzata tra dimissioni e polemiche. Il presidente del Consiglio, dimessosi dopo che tre suoi ministri, Pastore, Sullo e Bo lo hanno lasciato per il voto dei missini, viene rinviato al Senato da Gronchi i cui rapporti con la sinistra erano sempre stati ottimi e che, da ultimo, aveva cercato di convincere Nenni ad appoggiare Tambroni. Il quale, secondo gli accordi, avrebbe dovuto limitarsi a un governo amministrativo e provvisorio per lasciare il campo alla fine di ottobre con l'approvazione del bilancio. In questa situazione di estrema precarietà, come viene in mente al segretario missino la provocazione del Congresso di Genova?

Una prima risposta, che poggia soprattutto sulla personalità di Tambroni, è che a lui stesso quel pasticcio non dispiacesse molto. Già ministro dell'Interno, così lo ricorda Andreotti, «si divertiva a lasciar credere di conoscere i segreti di tutti1 ma, in effetti, «aveva un archivio nel quale faceva raccogliere ritagli di stampa e qualche nota non so di quale bizzarra provenienza ». Si diceva che nel suo incarico al Viminale avesse guadagnato anche la collaborazione di alcuni servizi. In particolare di quegli agenti catturati dagli inglesi al termine della guerra e riammessi poi in servizio e chiamati "maltesi" per via di un soggiorno forzato nell'isola. Di quegli agenti e della loro sagacia menava gran vanto e un po' spaventava i suoi colleghi di partito. Partito da sinistra, dopo aver organizzato con Gronchi negli anni Cinquanta il Convegno di Pesaro - insolita riunione della sinistra Dc contro il patto atlantico - Tambroni insomma poteva anche puntare a un gollismo all'italiana. Poteva giocare spregiudicatamente sui conflitti di piazza guidati dal Pci per occupare uno spazio reazionario e anticomunista. La sua del resto non è soltanto una stagione politico-muscolare. Dalla sua parte c'è, ad esempio, Gianni Baget Bozzo con una rivista, Lo Stato, che mette insieme tante cose vecchie e nuove della cultura non marxista. Insomma, trovandosi nelle mani un'occasione, pericolosa ma molto interessante, Tambroni prova a sfruttarla fino alla fine. Con la polizia e i morti. Prova a dividere il Paese e conta di stare dalla parte della maggioranza. Certo, osserva Nenni, quel dc marchigiano ha giocato, e molto, fin dall'inizio del suo mandato. «Avrebbe dovuto dire: Sono qui per la forza delle cose; chiedo alla Camera due mesi di tregua politica » e «né noi, né Saragat, né Oronzo Reale avremmo potuto in questo caso rifiutare la nostra astensione. Invece Tambroni - scrive il leader socialista nel suo diario del 4 aprile '60 - si è avventurato in un programma di dieci anni». Cuore avventuroso. Prove da uomo forte. Un potenziale golpista pronto a strumentalizzare la protesta antifascista provocata dai missini? Malgrado gli spioni maltesi e le sue borse zeppe di ritagli, Tambroni viene sconfitto dai ragazzi «con le magliette a strisce» di Genova e di Porta San Paolo. «L'illuminato vincitore di Firenze (il Congresso Dc dell'"apertura a sinistra", ndr) era divenuto il terribile reazionario del luglio genovese del 1960. Così passa la gloria del mondo», sentenzia Giulio Andreotti (Visti da vicino). Che si sia trattato di un tentativo autoritario sfuggito di mano allo stesso Gronchi è tuttavia una tesi troppo semplice e riduttiva. Che soprattutto non mette nella giusta luce e nel giusto rilievo il ruolo del Movimento sociale di Arturo Michelini. Partito che aveva inaspettatamente bruciato le tappe nel suo avvicinamento al governo: passare da Salò alla repubblica nata dalla Resistenza in poco meno di quindici anni è pur sempre un record. E non fa niente se, poco tempo prima, lo stesso Movimento sociale aveva brevemente sostenuto con i comunisti il governo siciliano dell'ex Dc Silvio Milazzo. Chi glielo fece fare al moderato Arturo Michelini di sciupare tutto convocando a Genova il grande ring per il nuovo combattimento tra fascismo e antifascismo? Non mi convince la spiegazione per così dire "ufficiale"di parte missina. L'ex ambasciatore di Salò a Berlino, Filippo Anfuso, spiega: «Eravamo andati a Genova animati dai migliori propositi. Se ci avessero lasciato tenere il Congresso, avremmo precisato il nostro programma, definito le nostre convinzioni democratiche, offerto garanzie». Come si fa a credere che nel '60 il Msi di Michelini preparasse un anticipo della svolta di Fiuggi? «Bisogna credere che ministri, prefetti, questori, siano degli imbecilli se hanno creduto che nelle circostanze pesanti Genova potesse subire in silenzio la provocazione», scrive ancora Nenni il primo luglio. E due giorni dopo saluta la «vittoria della coscienza antifascista del Paese», come «uno stimolo alla svolta a sinistra, proprio quello che i comunisti non vogliono». Che i missini siano stati utilizzati per accelerare i tempi del "connubio" tra Dc e Psi? La grande paura di un'avventura autoritaria avrebbe condizionato e reso "irreversibile" l'alleanza di centrosinistra guidata dai due "cavalli di razza", il saggio Moro, l'animoso Fanfani. Andreotti - allora quantomeno "tiepido" sulla svolta a sinistra - osserva: «Può sembrare strano che i missini non prevedessero la reazione furiosa dei partigiani di tutta Italia, ma probabilmente - essendo al corrente delle manovre antitambroniane - volevano sperimentare se la Dc non si fosse servita di loro per passare un guado complicato e fosse già pronta a rinviarli nel ghetto» (Governare con la crisi. Dal 1944 a oggi). Michelini, secondo Andreotti, avrebbe scommesso l'intera posta. Era un giocatore talmente sventato? Uno storico di destra, Adalberto Baldoni (La destra in Italia: 1945 - 1969), ricostruisce gli avvenimenti insistendo sulla «responsabilità oggettiva » del gruppo dirigente missino nell'aver spianato la strada agli avversari politici del loro partito. Una scelta «inopportuna e infelice» come quella di Genova «indirettamente contribuirà all'affermazione della linea di Moro e Fanfani, favorevoli all'apertura a sinistra». Il Movimento sociale micheliniano era stato strumentalizzato, afferma lo storico della destra italiana. Pure, un po'di elementare buonsenso in quel luglio di mezzo secolo fa avrebbe impedito un colossale errore politico del partito neofascista e avrebbe evitato i morti di Reggio Emilia, di Palermo e di Catania. Già, buon senso. O senso dei limiti. Se non ci furono certamente altre devono essere state le ragioni per una sfida con la piazza il cui esito era scritto. Nel sangue.  

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