Cronache di liberal

Il berlusconismo è finito

di Rocco Buttiglione [31 luglio 2010]

Con la rottura fra Fini e Berlusconi viene meno la formula politica sulla quale sono state costruite le elezioni del 2008. Allora Walter Veltroni affermò la vocazione maggioritaria del Partito Democratico. Disse quindi che sarebbe andato alle elezioni da solo e da solo avrebbe governato se gli elettori gli avessero dato una maggioranza. Intendeva in questo modo dare una spinta al sistema politico italiano dal bipolarismo verso il bipartitismo. Veltroni accettò poi una alleanza con Di Pietro che si impegnò allora a confluire nel Pd dopo le elezioni. In questo modo Veltroni fece scattare verso i partiti alla sua sinistra le soglie di sbarramento più alte previste per i partiti non coalizzati. Penalizzati dalla convinzione che solo il voto per i partiti coalizzati fosse voto utile, oltre che dalle loro divisioni interne, i partiti di sinistra rimasero fuori dal Parlamento. Davanti alla sfida di Veltroni, Berlusconi decise di fondare il partito unico del centro-destra, chiedendo agli alleati di sciogliersi e di confluire Alleanza Nazionale accettò, la Lega ottenne di stringere un patto di alleanza e promise in cambio di accettare un patto federale, l'Udc rifiutò ed affrontò da sola la prova elettorale. Il sistema politico uscì dalle elezioni potentemente semplificato ma senza realizzare il modello bipartitico. Gli elettori decisero che dovesse esistere al centro una terza forza. Subito dopo le elezioni, in gran parte a causa della resistenza dell'Udc, il sistema bipartitico cominciò a sfaldarsi. La Lega non si federò con il Pdl e trasformò il legame in un normale patto di coalizione. Di Pietro non confluì nel Pd e cominciò anzi a differenziare sistematicamente la propria politica per sottrarre elettori al Pd. Il Pd fu costretto in modo più o meno esplicito a riconoscere la propria non-autosufficienza. Dal punto di vista sistemico si può dire che la rottura fra Fini e Berlusconi sia la conseguenza del fallimento del progetto politico bipartitico. Era infatti il timore della forza di attrazione di quel progetto l'elemento decisivo che aveva indotto Berlusconi a contrapporre ad esso il partito unico del centro-destra e questa era anche la ragione per cui Fini si era lasciato convincere a sciogliere An. La debolezza dell'opposizione del Pd aveva poi ulteriormente diminuito il collante del timore della sinistra e facilitato quindi l'emergere delle differenze insuperabili fra le culture politiche del centro- destra frettolosamente affastellate nel Popolo delle Libertà. Lo scontro attuale nel centro-destra non è dunque una banale lite di potere. Esso mette in crisi una formula politica e una intera cultura politica. Quando il bipolarismo celebrava i suoi trionfi noi dicevamo che esso sarebbe fallito. Oggi credo che sia chiaro a tutti che questo bipolarismo è fallito. Alcuni (per esempio Fini) ritengono che possa ancora avere successo un altro bipolarismo. Altri (per esempio noi) pensano che probabilmente il bipolarismo non è adatto al nostro Paese. Oggi non ci addentreremo in questa discussione, per la quale sarebbe anche necessario capire cosa ciascuno intenda con la parola bipolarismo. Oggi è sufficiente constatare un dato di fatto ormai indiscutibile: questo bipolarismo è fallito. Ieri il Pdl ha aggredito duramente il Presidente della Camera che è anche uno dei suoi due cofondatori. Si è preannunciata una specie di mozione di sfiducia contro il Presidente della Camera. L'istituto della sfiducia al Presidente della Camera non è però prevista né nella Costituzione né nei regolamenti parlamentari. Non è che i costituenti se ne siano semplicemente dimenticati. La non sfiduciabilità del presidente delle Camere è una garanzia data alle Camere stesse contro il possibile prevalere nella conduzione dei lavori parlamentari dello spirito di parte, contro la dittatura della maggioranza. Il Presidente lo è di tutta l'assemblea e non solo di quelli che l'hanno eletto. Proprio per questo deve essere sottratto al ricatto delle maggioranze parlamentari. C'è qui una questione fondamentale che riguarda il modo stesso di intendere la democrazia. Gli aderenti a una concezione di democrazia plebiscitaria credono che il corpo elettorale non sbagli mai. È la visione giacobina. La concezione liberaldemocratica, al contrario, cerca di distinguere fra la vera volontà del popolo e l'umore momentaneo della folla. Per poter prendere decisioni giuste il popolo ha bisogno di lasciar raffreddare le passioni del momento e di essere adeguatamente informato delle alternative fra le quali bisogna decidere. Il sistema istituzionale, con i diversi pesi e contrappesi che esso prevede, ha proprio la funzione di aiutare a formarsi la volontà vera del popolo. Per questo, il Presidente della Camera non può essere sfiduciato, risponde alla propria coscienza e fa bene a non lasciarsi intimidire dalla maggioranza che lo ha eletto. L'altra novità della giornata di ieri è la costituzione di nuovi gruppi parlamentari alla Camera e al Senato. Dalle dichiarazioni di Fini più volte ripetute sappiamo che egli si sente vincolato da un patto con gli elettori ad appoggiare il governo. È tuttavia indubbio che il patto di coalizione andrà rinegoziato, soprattutto per gli aspetti non esplicitamente contenuti nel programma elettorale. Cambia la formula e la prospettiva politica del governo. Non è più la prospettiva del bipartitismo ma quella di una coalizione di governo. Il programma deve essere rinegoziato e forse anche la composizione del governo. Probabilmente la cosa più corretta sarebbe che Berlusconi desse al Capo dello Stato le proprie dimissioni e si facesse incaricare di formare un nuovo governo. Essendo egli il capo della forza parlamentare più rilevante è praticamente sicuro che il Capo dello Stato gli conferirebbe tale incarico. Si potrebbe allora procedere alla formazione di una nuova coalizione e di un nuovo governo. Quanto meno il Capo del Governo dovrebbe riferire sulla nuova situazione politica al Capo dello Stato. Non basta dire che nulla è cambiato ed il governo ha una maggioranza. Molte cose sono cambiate e non è chiaro quale sia questa maggioranza e su quali cose essa sia veramente unita. A questo punto qualcuno potrebbe domandarsi: non sarebbe meglio andare a votare? La risposta è no, e questo per due motivi. In primo luogo siamo reduci da una legislatura che è durata meno del tempo costituzionalmente previsto. La Repubblica di Weimar è caduta vittima anche di troppe elezioni anticipate ravvicinate che hanno dato al popolo la impressione che le istituzioni della democrazia non fossero in grado di funzionare. In secondo luogo viviamo un momento molto delicato sul fronte dell'economia. Su questo giornale ho già spiegato che nonostante i dati fondamentali della nostra economia non siano cattivi la debolezza politica del governo rischia di attirare su di noi le non desiderate attenzioni della speculazione internazionale. Il livello di rischio dell'Italia oggi non è lontano da quello della Spagna. Possiamo permetterci elezioni anticipate in queste condizioni? Abbiamo bisogno piuttosto di un governo forte per dare all'Europa un segnale chiaro della volontà dell'Italia di imboccare di nuovo con decisione il cammino dello sviluppo. Il governo Berlusconi era percepito come debole prima della scissione di Fini e verrà adesso percepito come ancora di molto più debole.Anche se Fini non uscisse dalla maggioranza (e non uscirà dalla maggioranza) è ovvio che la maggioranza rattoppata sarà più debole e più conflittuale ancora di quella che è durata fino a ieri. Forse sarebbe bene cercare di trarre da questa crisi l'occasione per un ripensamento complessivo e costituire un governo di responsabilità nazionale con la partecipazione di tutti quelli che questa responsabilità verso la nazione sentono, per uscire dalla crisi, dare un nuovo indirizzo alla politica economica e fare insieme alcune indispensabili riforme che solo insieme si possono fare.

Torna su ^









prima_2009-02-21

L'edizione integrale
in formato Pdf

Tutti i giorni online alle ore 14.00